L’altro grattacapo di Chirac
Parigi. Quando lo scorso 20 marzo cominciò la guerra in Irak, il ministro della Funzione pubblica, Jean-Paul Delevoye, inviò una lettera ai funzionari dell’amministrazione pubblica spiegando loro che la Francia la guerra «non l’ha voluta», che la crisi andava affrontata «con calma e determinazione ma anche con dignità», che «noi dobbiamo vegliare alla nostra coesione nazionale» e che «questa guerra non è una guerra di religione, né di civilizzazione, non è l’Occidente contro l’Oriente» e quindi era necessario essere «vigilanti» per non lasciare che «i nostri concittadini si spacchino, si dividano o aderiscano a delle false querelles». Questa lettera mostra un’estrema inquietudine legata a un grave problema di politica interna che preoccupa seriamente i dirigenti francesi: la presenza in Francia di oltre cinque milioni di musulmani e le difficoltà d’integrazione di molti francesi di origine maghrebina (i lettori ricorderanno inoltre i clamorosi esiti di un sondaggio di Le Monde, secondo cui il 33% dei francesi si augurava la sconfitta della coalizione angloamericana in Irak, dato che saliva al 75% degli intervistati in un sondaggio fatto tra i musulmani di Francia e pubblicato il 5 aprile scorso da Le Figaro).
Il motto della gauche plurielle: “minimizzare”
Il malessere di una parte dei francesi di origine maghrebina cominciò a riverlarsi in modo spettacolare l’8 ottobre 2001, quando la prima partita di calcio tra la Francia e l’Algeria, ex colonia francese indipendente dal 1962 – partita fortissimamente voluta dall’allora ministro per la gioventù e per lo sport, la comunista Marie-George Buffet, come simbolo di riconciliazione – si trasformò in simbolo di divisione perché il pubblico, composto in prevalenza da giovani francesi con genitori di origine maghrebina, fischiò prima l’inno nazionale, La Marsigliese, e poi i giocatori francesi ogni volta che toccavano il pallone. La partita si concluse prematuramente a causa di un’invasione di campo e alcuni milioni di francesi videro in diretta televisiva la tribuna ufficiale ed il Primo ministro Lionel Jospin subìre il lancio di bottiglie di plastica e dei giovani gridare «viva Ben Laden» sventolando la bandiera dell’Algeria. L’episodio, che l’allora governo della gauche plurielle cercò di minimizzare, fu un autentico elettroshock per i francesi. E, soprattutto, fu soltanto il primo di una lunga serie.
Razzisti scatenati
Nel marzo del 2002 l’associazione multiculturale Sos-Racisme e l’Union des étudiants juifs de France pubblicarono un libro bianco sugli atti antisemiti, Les antijuifs (Gli antiebrei – ndr). Nel testo di presentazione del libro, che cominciava la sua raccolta dati a partire dall’inizio della seconda Intifada palestinese, nel settembre 2000, i presidenti delle due associazioni, Malek Boutih e Patrick Klugman, spiegavano che la Francia, nel periodo preso in esame, «ha subìto il numero più elevato di atti antisemiti dalla Seconda Guerra Mondiale». Il testo puntualizzava: «Ma il bersaglio non è l’ambasciata dello Stato d’Israele. Sono delle persone, dei francesi, che vengono insultati a causa della loro appartenenza religiosa, i loro luoghi di culto che vengono attaccati, le loro tombe che vengono profanate. Cosa c’entra tutto questo con un conflitto politico o con la liberazione di un popolo? Questa non è politica ma è razzismo, e questo razzismo ha un nome: antisemitismo».
Tra gli elementi presentati dal libro c’era un sondaggio che rivelava come per la maggioranza dei giovani tra i 15 e i 24 anni fosse legittimo il negazionismo, legittimo cioè pretendere che l’Olocausto non fosse mai avvenuto, che fosse un’invenzione.
Il negazionismo insegnato nelle scuole
La realtà della deriva antisemita e delle pesanti responsabilità dello Stato, che per quieto vivere ha chiuso un occhio (se non tutti e due), viene mostrata in dettaglio da due libri pubblicati nell’estate del 2002: La République et l’islam, di Jeanne-Hélène Kaltenbach e Michèle Tribalat, e Les territoires perdus de la République, opera collettiva di alcuni insegnanti dal sottotitolo “Antisemitismo, razzismo e sessismo nelle scuole”. Nel primo libro vengono mostrate le pesanti responsabilità dell’amministrazione pubblica che, con il pretesto della pace sociale, ha tollerato e tollera le derive comunitarie simbolizzate dal velo islamico, il segno più vistoso del successo della propaganda islamista che, rifiutando la laicità della scuola e quindi i valori della Repubblica, vuole imporre surrettiziamente l’islam politico. Il secondo libro descrive senza artifici retorici le derive antisemite nelle scuole e di come molti insegnanti, non trovando il sostegno dei loro superiori, rinuncino a raccontare lo sterminio degli ebrei ad opera dei nazisti perché molti alunni musulmani considerano l’Olocausto come un’invenzione dei “sionisti” e giudicano una provocazione l’affermare il contrario.
Cosa c’è sotto la punta dell’iceberg?
Tutto ciò suggerisce una rilettura di alcuni episodi legati all’11 settembre. Come la presenza di musulmani francesi di origine maghrebina tra i “guerrieri” di Allah in Bosnia, in Cecenia o tra i “talebani”, in Afghanistan, o il fanatismo di Zacarias Moussaoui, il cittadino francese figlio di marocchini, che ha avuto il triste privilegio di essere la prima persona ad essere messa ufficialmente in stato d’accusa dalla giustizia americana per il massacro dell’11 settembre e che, secondo gli investigatori, non avrebbe condiviso la sorte degli altri terroristi solo perché alcune circostanze fortuite portarono al suo arresto in un hotel di Minneapolis, il 17 agosto 2001. Se in un primo tempo si è preferito considerare questi fatti come isolati, ora si capisce bene che essi sono la punta di un iceberg e dimostrano l’efficacia della propaganda dell’estremismo islamico in Francia.
Marzo 2003 : il pacifismo intollerante
A tutt’oggi, sebbene la Francia si sia chiamata fuori dalla guerra dell’Irak, le tensioni rimangono forti, come dimostrano i ripetuti episodi d’intolleranza accaduti nelle ultime settimane. Il 23 marzo, durante una manifestazione “per la pace”, a Parigi, alcuni musulmani hanno picchiato dei giovani francesi, militanti dell’associazione Hachomer Hatzaïr, un movimento di giovani pacifisti di sinistra che hanno il torto di essere ebrei. Da martedi 25 a giovedì 27 marzo l’Unione generale degli studenti tunisini (Uget) ha organizzato nell’università Paris-VIII un’esposizione per ricordare l’annessione da parte degli israeliani di alcuni territori palestinesi. Nell’esposizione si potevano leggere degli estratti di testi negazionisti che denunciano un “complotto ebreo” ai danni dei musulmani e al termine dell’esposizione, mentre smontavano i pannelli, reagendo alla disapprovazione manifestata da alcuni studenti, i militanti dell’Uget rispondevano con un delirante «morte agli ebrei». Sono in molti, tra gli studenti, a considerare che quell’esposizione non sia da considerare come un episodio da relativizzare ma un’ulteriore affermazione del clima detestabile che da parecchio si respira all’università Paris-VIII, e affermano: «È da due anni che in questa facoltà si fa l’equivalenza tra la stella di Davide e la croce uncinata». Sempre giovedì 27 marzo la “Commission nationale consultative des droits de l’homme” (Cncdh) ha consegnato al primo ministro Jean-Pierre Raffarin il rapporto relativo al 2002 sulla lotta contro il razzismo e la xenofobia. Il rapporto parla di “un’esplosione” degli atti antisemiti che, rispetto al 2001, si sono moltiplicati per sei e che le minacce e la violenza razziste sono ad un livello “mai raggiunto prima”. Sabato 29 marzo, durante un’altra manifestazione “per la pace” svoltasi a Parigi, un poeta francese di origine irakena, Salah el-Hamdani, oppositore del regime di Saddam Hussein, è stato aggredito per aver osato criticare alcuni manifestanti che brandivano fieramente dei manifesti rappresentanti il tiranno irakeno.
Al via (tra i fischi) il primo Consiglio islamico
È stata probabilmente la consapevolezza della pericolosità di queste derive che ha spinto il primo ministro Jean-Pierre Raffarin a dichiare, il 3 aprile, come necessaria una nuova legge che vieti il velo islamico e altri segni religiosi ostentatori nelle scuole. Sulla stessa linea, il ministro degli Interni, Nicolas Sarkozy, ha speso molte energie per dare corpo ad una rappresentanza istituzionale comune alle differenti sensibilità dell’islam presenti in Francia. Il progetto, in cantiere da parecchi anni, si è concretizzato il 6 e il 13 aprile quando quasi 4.000 rappresentanti di 995 luoghi di culto hanno eletto il primo Consiglio francese per il culto musulmano (Cfcm) la cui direzione è stata affidata dal ministro degli Interni a delle personalità considerate come rappresentative dell’islam di Francia. Il Cfcm dovrebbe svolgere non solo il ruolo di portavoce e intermediario tra la comunità musulmana francese e le istituzioni, affiancando così le già esistenti rappresentanze unitarie di cattolici, protestanti ed ebrei, ma dovrà fare attenzione, tra l’altro, a mantenere la religione all’interno del quadro repubblicano. Per esempio impedendo la predicazione agli imam che non parlano francese, sono estranei alla cultura democratica e, pagati da paesi come l’Arabia Saudita, professano un islam arcaico e fondamentalista, pericoloso per la democrazia e ostacolo all’integrazione dei musulmani francesi. Ma resta l’ambiguità, perché se nelle intenzioni di Nicolas Sarkozy è evidente il tentativo di marginalizzare il fondamentalismo islamico per creare nel medio e lungo termine un islam di Francia, rimane altrettanto evidente che le principali associazioni islamiche elette nel Cfcm sono legate all’Algeria (la Moschea di Parigi), al Marocco (la Federazione nazionale dei musulmani di Francia – Fnmf), alla Turchia (il Comitato di coordinazione dei musulmani turchi di Francia – Ccmtf) o, come l’Uoif (l’Unione delle organizzazioni islamiche di Francia), che nell’Assemblea generale ha ottenuto 53 seggi sui 201 disponibili, professano un islam politico ispirato ai precetti ideologici dei “Fratelli musulmani” che considerano il Corano come la sola legge alla quale sottomettersi. I dirigenti dell’Uoif dicono di condividere i valori democratici e repubblicani e che il supposto radicalismo della loro organizzazione è un’invenzione dei media, ma è proprio il presidente dell’Uoif, Lhaj Thami Breze, che in febbraio ha dichiarato: «Il Corano è la nostra costituzione». E come non preoccuparsi quando il 19 aprile, a guerra finita Nicolas Sarkozy, parlando dalla tribuna del raduno annuale dell’Uoif, è stato sonoramente fischiato dai 10.000 partecipanti perché ha ricordato che sui documenti d’identità la foto deve essere a «testa nuda», quindi senza velo islamico, e che questo obbligo, «rispettato dalle religiose cattoliche», vale anche per le donne musulmane?
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