Romano degli spiriti

Di Bottarelli Mauro
08 Maggio 2003
Dopo la deposizione di Berlusconi al processo Sme, s’agita il Palazzo. Ora Prodi dovrà spiegare perché ha voluto così tanto bene a Carlo De Benedetti. E non solo

Quel povero figlio di magistrato di Milano che si è fatto beccare nell’aula del Tribunale a insultare il Presidente del Consiglio è solo l’ultima goccia del vaso traboccante di prove della follia ideologica in cui si è consegnata la sinistra giustizialista.

All’incrocio tra Sme e Ue
Stavolta si è arrabbiato davvero. La sentenza che ha condannato Cesare Previti a undici anni di carcere è stata, nel suo piccolo, la versione interna della campagna irakena di Bush. «Non è più tempo di colombe. Questi vogliono ripetere il giochetto del ’94. Vogliono la guerra? E guerra sia» avrebbe detto ai suoi consiglieri il Premier infuriato. è così che matura la decisione di andare alla “deposizione spontanea” al processo Sme di Milano e affrontare a viso aperto, con un bombardamento a tappeto di documenti e testimonianze, il caso esemplare che rischia di diventare l’episodio chiave della battaglia finale del Cavaliere con i suoi irriducibili nemici. Le due rette parallele – quella del processo Sme e quella del semestre di presidenza italiana dell’Ue – non si incontreranno più all’infinito. Politicamente parlando, il loro incrocio è già avvenuto lunedì scorso nel Palazzo di Giustizia di Milano e di nuovo si intersecheranno nell’incrociarsi di spade di qui alla fine di giugno, termine previsto per la sentenza Sme e vigilia dell’inizio del semestre Ue a guida italiana, Romano Prodi Commissario.

Il reato di lesa maestà a Mr. De Benedetti
Già, Romano Prodi. Mister Ue che, suo malgrado, rischia di tornare protagonista sulla scena politica italiana nell’imbarazzante veste di testimone a un processo. Se infatti il progetto di Berlusconi è quello di risolvere una volta per tutte il problema dei giudici, nel breve la questione risponde all’appello con un solo nome: Sme. L’operazione si è palesata lunedì mattina in un’aula stracolma del Tribunale di Milano. Il processo sulla fallita cessione della Sme negli anni ’80 è infatti per molti versi surreale. Sul banco degli imputati c’è il Presidente del Consiglio in carica. Tra i testimoni chiamati in causa dallo stesso premier c’è il suo predecessore (Giuliano Amato, ora vice-presidente della Convezione Europea) e il premier del ’96 (Romano Prodi, ora presidente della Commissione Ue). Tre primi ministri per un unico dibattimento che rischia di passare agli annali come la fotografia più nitida di che cosa sia stata la stagione di Tangentopoli. Per capirlo basta esaminare i fatti. Dietro la sigla “processo Sme” c’è la storia della mancata vendita della holding alimentare dello Stato, la Sme appunto, alla Buitoni, ai tempi di Carlo De Benedetti. Romano Prodi, allora presidente dell’Iri, firmò un accordo di vendita con De Benedetti per 393 miliardi. Il premier Bettino Craxi si oppose perché giudicava il prezzo irrisorio. Negli stessi giorni un’altra cordata avanzò una proposta economica più vantaggiosa. Della cordata in questione facevano parte imprenditori del settore come Barilla, Ferrero e la Fininvest di Berlusconi. Il Ministro delle Partecipazioni Statali ordinò di valutare le nuove offerte. De Benedetti, da parte sua, cercò di far valere in giudizio il suo preaccordo. Prodi e Amato, sia nel 1985 sia oggi (al di là delle loro “amnesie”), ammisero che senza autorizzazione governativa il precontratto non poteva essere valido. Il giudice Filippo Verde (l’unico assolto il 29 aprile scorso al processo Imi-Sir) sentenziò l’inefficacia dell’accordo e gli altri gradi di giudizio confermarono. Fine della vicenda? Neanche per sogno. I pm milanesi sostengono che la sentenza fu comprata da Berlusconi. Non si spiega, però (e non lo spiegano nemmeno i magistrati), che vantaggi ottenne la Fininvest. Chi ne beneficiò fu lo Stato che dalla vendita della Sme (ad altri acquirenti, nel 1993) incassò duemila miliardi di lire in più. Un reato abbastanza cervellotico quello per cui è imputato il Cavaliere, tanto da permettergli in aula una difesa che ha fatto tremare più di una poltrona.

Romano, la vergine dell’Iri
«Dimostrerò la paradossalità delle accuse», è cominciata così la deposizione spontanea di Silvio Berlusconi. Dichiarazione che, come si è capito nel seguito, va tradotta così: “se volete affondarmi attraverso i tribunali, allora andiamo a fondo insieme vista l’assenza di verginelle tra i miei accusatori”. Il presidente del Consiglio, dichiarando che la sua condotta «è stata integerrima» e ne va «orgoglioso», ha ricostruito la cessione dell’azienda Sme, riferendo che Bettino Craxi gli disse: «Mai si era vista un’operazione di questo genere cresciuta nel segreto e inaccettabile». «Non c’era nessun mio interesse diretto, Craxi mi pregò di intervenire perché considerava quell’operazione un danno per lo Stato», ha aggiunto Berlusconi. Il premier ha spiegato quindi di aver accettato l’invito di Craxi «anche perché avevo un conto aperto con De Benedetti», citando la vicenda Mondadori a causa della quale Berlusconi continuava a ricevere accuse. Berlusconi ha anche citato presunte tangenti nella vicenda: «In un incontro Craxi mi disse che c’erano voci di tangenti al partito di maggioranza. Il sottosegretario Amato ebbe poi una telefonata molto dura con l’allora presidente della Commissione Bilancio dicendo che c’erano le prove di tangenti e che questa era l’unica spiegazione del regalo che veniva fatto alla Cir di De Benedetti». Il presidente del Consiglio ha poi giocato il carico da novanta, chiedendo l’audizione di nuovi testimoni che possano confermare la sua tesi. «Il Tribunale deve sentire necessariamente alcune persone che ho citato – dice – come Altissimo, Cirino Pomicino, Darida e i membri del Cda dell’Iri. Questi possono confermare in maniera precisa che i fatti sono questi e che il mio interessamento non portò a me alcun vantaggio». Ecco il punto nodale, l’Iri, ovvero il regno incontrastato di quel Romano Prodi che Berlusconi ha strategicamente citato in aula ma senza fare esplicitamente il suo nome: «Craxi mi disse che un affare di questo genere non poteva essere stato concluso in sole due sedute. Venni a sapere che due dirigenti dell’Iri si indignarono quando seppero dell’offerta di De Benedetti all’atto della firma». Berlusconi ha quindi spiegato: «Seppi che De Benedetti disse: “non sono qui per fare offerte ma per firmare”. I due dirigenti abbandonarono la seduta e rimasero solo De Benedetti e il presidente dell’Iri a concludere l’affare». Il colpo è stato assestato. Avvicinato dai cronisti a Bologna, Romano Prodi ha ribadito, piuttosto seccato: «Non è un processo a me». «Non sono preoccupato». Sarà, ma tutto depone a favore del contrario.

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