Nel nome di Nessuno
In principio era il pater familias, con potestà di vita e di morte sulla prole. Poi, fu la comunità cristiana petrina dei primi secoli a battersi per sopprimere il diritto dei padri a togliere la vita ai propri figli. Oggi, in piena epoca post-cristiana, si fa addirittura fatica a rintracciare nella società scampoli di paternità autentica. E infatti si narra che viviamo in una società “senza padri” e che accusa i sintomi nefasti di tale assenza, dalla crescita esponenziale di separazioni e divorzi, ai figli “orfani” che con la mancanza (o inconsistenza) della figura paterna sperimentano una nuova e più subdola forma di abbandono: la soddisfazione rapida e acritica di ogni loro capriccio. La novità è che oggi a puntare il dito su questi segni inquietanti non è la Chiesa e nemmeno una destra nostalgica, bensì la psicoanalisi. Sì, proprio quella che doveva forgiare l’uomo nuovo liberandolo dai divieti di una società repressiva, ritenuta causa di ogni nevrosi. Pare invece che, crollati i tabù, l’uomo nuovo non goda affatto di buona salute, e su questo una nuova agguerrita generazione di psicanalisti si sta interrogando: tra di loro Claudio Risé, di formazione junghiana, che affronta questi temi nel suo ultimo libro Il padre, l’assente inaccettabile edito dalla San Paolo.
Ci spieghi questa frase di Gustav Jung citata nel suo saggio: all’abolizione dell’immagine di Dio segue istantaneamente l’annullamento della personalità umana».
La prima qualità che ciascuno di noi sente nel padre è quella di colui che gli ha dato la vita. Nell’esperienza religiosa questa qualità è sentita come propria di Dio e genera un sentimento di compagnia. L’uomo non è solo perché c’è un padre “creatore” che lo accompagna nel suo destino. Senza l’affidamento è la fiducia nella vita che viene a mancare e viene sostituita da quella smania di controllo sull’esistenza che è caratteristica della nevrosi ossessiva, dominatrice del postmoderno.
Lei indica nella società dei consumi una “Grande Madre” che soddisfacendo ogni nostro capriccio ci riduce a eterni bambini.
Con la centralità del valore materno della “soddisfazione dei bisogni” per lo più indotti artificialmente dai media, l’intera società è diventata una “Grande Madre” il cui scopo è alimentare il circuito della produzione-consumo. L’uomo che ne deriva ha una “identità debole” perfettamente funzionale al cosiddetto “pensiero debole”: priva di interessi metafisici e dominata da un senso di vuoto metaforicamente “riempito” con l’assunzione di alcool o droghe, ma anche di ideologie politiche estreme o pseudoreligiose tipo New Age.
C’entra in qualche modo il femminismo che ha svilito la funzione del maschio?
Il femminismo è stato più il sintomo che la causa di questa situazione. L’assenza del padre è cominciata durante la guerra quando, con gli uomini al fronte, la donna si è assunta nuove responsabilità. Oggi, ad esempio, le donne prevalgono in tutto il sistema educativo occidentale: nella scuola elementare italiana rappresentano il 94,6% del corpo docente e restano in maggioranza alle medie e alle superiori. Insomma ormai è la figura femminile a introdurre l’uomo nella società adulta.
Altre cause dell’eclissi del padre?
Il padre che trasmetteva il mestiere al figlio è scomparso con il trasferimento del lavoro dalle botteghe alle grandi organizzazioni come le aziende multinazionali: ma non mancano fenomeni in controtendenza, come lo sviluppo di strutture produttive meno impersonali e più partecipate nel nostro Nord Est. Oggi poi il tempo libero del lavoratore dipendente è diminuito, anche se l’esercizio della paternità è questione, più che di tempo, di consapevolezza del proprio ruolo di padre.
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