Vento a favore di una società liberale

Di Gianni Baget Bozzo
12 Giugno 2003
Il Governo italiano ha iniziato un mutamento liberale dell’ordinamento del lavoro che pone il Paese

Il Governo italiano ha iniziato un mutamento liberale dell’ordinamento del lavoro che pone il Paese con la prua puntata verso una società non dominata dalla concertazione sindacale. Lo Stato sociale europeo, iniziato in Europa con Bismarck ed in Italia con Giolitti, è stato in gran parte opera dei sindacati. Nemmeno i regimi fascisti hanno potuto venire meno alla sua logica, anche se l’hanno usata in modo strumentale rispetto ai loro fini. In tutta Europa è iniziata la riforma del tempo di permanenza del lavoro per indicare l’età pensionabile. In Francia questa riforma, assieme alla parificazione dell’impiego pubblico e quello privato, ha determinato una agitazione diffusa, cui il governo Raffarin ha reagito con vigore, rinviando soltanto la riforma dell’ordinamento scolastico prevista dal ministro Luc Ferry ad ottobre. Questa volta il governo non ha ceduto alle pressioni della piazza, come è successo al governo Juppè. Anche in Germania il governo Schroeder si è dovuto impegnare in una riforma dell’ordinamento del lavoro, rendendo più facile il licenziamento. La globalizzazione pone ogni economia in confronto con ogni altra: ogni autarchia dello Stato sociale è impossibile. Lo Stato sociale, costruito sulla base degli interessi degli occupati iscritti a sindacati, ha fatto il suo tempo: ora non sono più i “lavoratori” ma tutta la società civile a chiedere un diverso ordinamento del lavoro. Non è più possibile uno Stato sociale in un solo Paese, per usare una celebre frase di Stalin sul socialismo sovietico. I tempi di “americanismo e fordismo”, del lavoro ripetitivo e di massa, che tanto piacevano a Gramsci, sono stati cancellati dall’avvento della tecnologia e della società della comunicazione. L’idea del lavoro in Occidente è cambiata e ora non è più pensabile come strumento di mera fatica. In Italia la disoccupazione giovanile è la più alta d’Europa e quindi il centro dell’interesse pubblico va verso il progetto di combinare sempre più strettamente impresa e lavoro con iniziative aventi uno stato giuridico diverso dal lavoro dipendente, ma anche alternative al lavoro precario. Ciò non è del resto richiesto solo dalla disoccupazione giovanile, ma dalla flessibilità del lavoro che investe, neppur tanto gradualmente, la società e determina situazioni di disoccupazione anche in età più giovanile e non pensionabile. Il decreto legge del Governo in attuazione della delega legislativa introduce molti cambiamenti ed ha un nome consacrato dal suo sacrificio, quello di Marco Biagi. Esso prevede un riordinamento del mercato del lavoro con vari istituti. Accanto ai centri per l’impiego pubblico sorgono le nuove agenzie per il lavoro di carattere privato che potranno svolgere tutti i servizi per il mercato del lavoro: incontro domanda e offerta, orientamento, formazione. La borsa del lavoro viaggerà on line; la cooperazione coordinata e continuativa, che oggi raggiunge 2,5 milioni di dipendenti, verrà sostituita con il lavoro per un progetto determinato; sarà possibile l’affitto di manodopera, l’assunzione di due persone per un solo lavoro alternato, il lavoro a chiamata con indennità; verrà riordinato il part-time. Rimane certamente il peso di una riforma pansindacale come la pensione per anzianità, ma, infine, anche con il consenso dei sindacati non estremisti è stato possibile pensare ad una riforma del lavoro fondata su di un contatto organizzato tra domanda e offerta senza mediazione né dello Stato né dei sindacati. La riforma Biagi è l’inizio di una riforma veramente liberale del mercato del lavoro: una società liberale prende gradualmente il posto dello Stato sociale.

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