La verifica va misurata sulle riforme
Il centrosinistra ha Rifondazione. Il centrodestra ha la Lega. è un problema speculare. Per esistere alzano i toni e si mettono di traverso. In questi giorni Rifondazione con il referendum, la Lega con la verifica di Governo. Marcare la propria irriducibilità e diversità è questione di vita e di morte con un elettorato instabile, perché nutrito con il pane dell’ideologia e il companatico degli slogan. Sono un problema più in generale per il Paese prima ancora che per le rispettive coalizioni. Ma di questo parleremo un’altra volta. Adesso preme analizzare il dopo elezioni della maggioranza. La Lega agita come una clava il tema delle riforme. In realtà delle riforme non le interessa granché. Le sue richieste di dimissioni di Pisanu sono smaccatamente strumentali. Tra l’altro Pisanu si sta dimostrando un ottimo ministro degli Interni: per tono, stile, efficacia nel contrasto della micro e macro criminalità, per capacità di gestione di rapporto con i vari movimenti No global. In questo momento alla Lega, oltre che riassicurare il proprio elettorato, interessa far giungere il segnale che è pronta a far saltare il banco. Berlusconi capisca quel che deve capire, e ceda su dove deve cedere, se vuole assicurarsi un semestre di guida europea tranquilla. Ma i problemi non finiscono qui. Il metodo Lega sembra aver contagiato anche gli alleati. Certo non nella rozzezza degli ultimatum ma nella forma sì. Le elezioni sono ormai passate, ma toni e contenuti della verifica sono ancora elettoralistici, come se la scadenza elettorale non fosse trascorsa ma ancora da venire. Così, invece di andare alla giusta e doverosa verifica del programma politico di riforme che ha giustificato la Casa delle libertà, si va a misurare con il lanternino se e quanto sono stati salvaguardati gli interessi del proprio elettorato di riferimento. Se sono andate più risorse al Nord che al Sud e viceversa, se si è posta la giusta attenzione alle categorie del pubblico impiego piuttosto che alle forze dell’ordine ecc. Forza Italia non può farsi ingabbiare in questa trappola. L’incisività della verifica va misurata sulle riforme. Cosa ha fatto questo governo? Ha fatto la riforma del lavoro ed è una cosa buona. Ha fatto la riforma della scuola e sarebbe una cosa buona se solo la finanziasse. Si dia quindi da fare perché parta fin da questo settembre e perché sia effettiva una compiuta parità scolastica. Deve portare a compimento il federalismo e deve dare almeno un segnale di volontà sulla riforma della giustizia. Deve fare la riforma delle pensioni anche perché è da questa riforma, più che dal contenimento della spesa corrente, che debbono arrivare i soldi per sanità e scuola e deve dare il via al piano delle grandi opere per colmare decenni di ritardo e contemporaneamente rilanciare l’economia. La proposta Tremonti di un fondo europeo è efficace e va sostenuta. Come si vede carne al fuoco ce n’è parecchia. Forza Italia se ne deve fare una ragione: cuocere questa carne è l’unico motivo che ne giustifichi l’esistenza. Noi non sappiamo se, come ha sostenuto recentissimamente dalle pagine del Corriere Galli della Loggia, il governo Berlusconi sia arrivato all’ultima stazione. Crediamo anzi che di stazioni ce ne saranno ancora parecchie. Sappiamo però che, illudersi di intraprendere un viaggio elettorale lungo tre anni, senza un rinnovato patto politico con i compagni di scompartimento, è pura illusione. Prima o poi qualcuno salirà sul treno a chiedere conto del biglietto.
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