Il pellegrino in ginocchio
Le sculture di Varda Yatom sono l’esito di molteplici ricerche, tutte profondamente correlate tra loro ed ancora in fieri: la ricerca di un’identità di donna, di madre, di artista, individuale ma anche universale – la ricerca cioè dell’uomo e della sua condizione sulla terra – e allo stesso tempo l’affermazione, sofferta ma radicata, di un’identità, di un’appartenenza: quella al popolo d’Israele e alla sua storia. Appiglio precario per la sua stessa natura, nomade, drammatico. Protagonista della sua opera è perciò l’uomo pellegrino: che prega in ginocchio, che cammina oppresso dal suo fardello, che alza lo sguardo a cercar le stelle, che cerca la sua mèta. Un uomo instancabile viaggiatore anche quando è apparentemente fermo, come nelle sue navi carcasse incagliate, che ne sono il simbolo per eccellenza; che prega anche quando ne sarebbe impedito, dalla posizione innaturale e perché ha mani e piedi legati. E quando assume il volto e le fattezze di un bambino o di un feto, i suoi occhi chiedono il perché a chi lo guarda. E le sue colonne, Still silence, innalzano la preghiera direttamente a Dio. Ancora in attesa della risposta.
Emmanuela Ronzoni
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