Colonnello boat people

Di Bottarelli Mauro
26 Giugno 2003
Come si spiega l’improvvisa ondata di clandestini? Non solo col tempo bello, il mare un po’ così, la tratta dei disperati, le visite a Lampedusa di Fassino...

Chi sono i burattinai che muovono i fili dell’immigrazione clandestina? Chi sta cercando di colpire scientificamente l’Italia attraverso gli sbarchi di massa? Di certo, per ora, c’è soltanto un cambiamento delle rotte e un’intensificazione del traffico proveniente dal Nord-Africa verso la Sicilia.

Un’operazione targata Gheddafi
Fenomeno abbastanza in controtendenza con quanto avvenuto negli ultimi mesi, ovvero da quando il governo della Casa delle Libertà ha sancito accordi bilaterali con molti Stati del Maghreb (tra cui Algeria e Tunisia) per il riaccoglimento in patria dei clandestini intercettati. Ma si sa, non tutti hanno buona volontà. C’è qualcuno, ad esempio, come il colonnello libico Muammar Gheddafi che di trattati e accordi sull’immigrazione ne vuole sapere solo a certe sue condizioni. Altrimenti succede quello che è successo nei giorni scorsi, quando marina militare e governo italiani non hanno potuto far altro che ripescare cadaveri, soccorrere i disperati, tentare di tranquillizzare l’opinione pubblica. E ammettere tra le righe che l’emergenza boat-people sembra sia stata la carta giocata da Gheddafi per imporre all’interlocutore di Roma un certo pressing.

A buon intenditor… un po’ di clandestini
In effetti, da qualche tempo il raìs di Tripoli dimostra molta poca tolleranza verso gli immigrati. Fu con un certo imbarazzo che, nello scorso mese di aprile, la comunità internazionale dovette prendere atto dello sfogo con cui il leader annunciava “tolleranza zero” verso i troppi immigrati di colore presenti in Libia. Guarda caso, a sbarcare a Lampedusa nei giorni scorsi non sono stati marocchini o tunisini, ma ghanesi, maliani, liberiani. Quindi, una doppia chiave di operatività per Tripoli: eliminazione dei troppi immigrati interni attraverso l’esilio forzato verso l’Italia e gestione diretta (con i poliziotti libici trasformati in “caricatori portuali” di carne umana) delle nuove direttrici dell’immigrazione clandestina internazionale. Tant’è che dalla Libia oggi non partono soltanto barconi carichi di clandestini dell’Africa nera. Tempo fa, alcuni curdi furono bloccati a Malta e rimpatriati: il loro viaggio era cominciato dalla Grecia ed era proseguito fino alla Libia. La vera partenza, con tanto di imbarco, era avvenuta a Tripoli, dove, dissero i clandestini, alcuni poliziotti li avevano accolti facendosi consegnare denaro contante.

Milan-Juventus a New York?
Ora sembra che Italia e Libia siano vicini a un’intesa per arginare i flussi verso la Sicilia. Staremo a vedere. Il fatto è che anche volendo dimenticare il passato (i pessimi rapporti tra Italia e Libia di fine anni ’70 e primi anni ’80, all’epoca della confisca dei beni italiani sul territorio libico e poi della strage di Ustica e della stazione di Bologna) in questi ultimi ultimi anni qualcosa di non propriamente trasparente è continuato a riaffiorare nelle relazioni tra Roma e Tripoli. Relazioni che, ovviamente, rimangono tutte incentrate sugli affari. Infatti, che c’entrano le carrette stracariche di clandestini con i nostri pacchi dono come la partita Juventus e Parma, finale di Supercoppa italiana, disputata lo scorso anno “sul bel suol” libico? Nulla. A parte che in quelle poche ore a Tripoli la Fiat-Juventus ha siglato affari per tutti i suoi comparti, dal turismo con Alpitur, alle costruzioni-ristrutturazioni con Impregilo, alle automobili con la ventilata apertura di una fabbrica in loco (i Gheddafi posseggono il 2% del pacchetto azionario Fiat). Di più, il figlio di Gheddafi è entrato nel Cda della Juventus, aumentando fino al 7,5% la sua quota azionaria attraverso la holding personale della prima famiglia libica. Che, tra l’altro, possiede anche il 5% del gruppo Banca di Roma, oggi Capitalia. Guarda caso lo stesso istituto di credito, quello comandato da Cesare Geronzi, che controlla la totalità delle azioni del Perugia Calcio. Guarda caso la squadra in cui militerà nella prossima stagione proprio il pargolo del rais, Saadi Gheddafi, il “Beckham di Tripoli”. Anche a voler dimenticare i missili contro Lampedusa, la strage di Lockerbie e il conseguente embargo, cosa volete che sia la non restituzione dei beni confiscati ai nostri imprenditori sul finire degli anni ‘70 rispetto a un certo giro di affari? Entro il 30 marzo scorso – scadenza fissata di comune accordo dalle due parti durante il viaggio in Libia del presidente Berlusconi – Tripoli avrebbe dovuto staccare il primo assegno per rientrare dal debito contratto con i nostri connazionali. Peccato che Gheddafi si sia dimenticato il versamento. E peccato che, quando da Roma qualcuno ha tentato di ricordarglielo, i flussi di clandestini verso Lampedusa hanno avuto una clamorosa impennata.

Gheddafi lavora per l’Ulivo?
Già, Roma. Città da sempre amica del Colonnello libico e della sua corte. Nel 1999, epoca del governo D’Alema, Saif al-Islam Gheddafi, ingegnere e figlio del kaid libico, disse: «Alcune banche italiane ci hanno offerto una linea di credito per un miliardo di dollari. Serviranno a finanziarie progetti che potranno essere realizzati in Libia». Il giovane figlio di Gheddafi stava allora facendo le sue prime prove internazionali e, nel luglio di quell’anno, scelse la singolare platea del New Trends Meeting, organizzato a Roma dal Consiglio nazionale delle ricerche, per aprire ancor di più le porte della Libia agli imprenditori italiani. Lasciando intravedere sogni miliardari. Non è sicuramente un caso che, sul primo volo “legale” verso la Libia, il 15 aprile del 1999, poche ore dopo la sospensione dell’embargo aereo, viaggia il gotha del mondo degli affari italiano: i più alti dirigenti di Eni, Finmeccanica, Ance e Impregilo (petrolio, meccanica, costruzioni) sbarcano in Libia accompagnati da alti diplomatici della Farnesina e dai banchieri dell’Ubae, la banca italo-libica fondata nel lontano ‘72 con la benedizione di Giulio Andreotti. E non è un caso che gli uomini dei grandi affari siano solo una retroguardia: l’ex ministro degli Esteri, Lamberto Dini, si era precipitato a Tripoli quasi in contemporanea con la revoca delle sanzioni Onu contro la Libia e il defunto presidente onorario della Fiat Giovanni Agnelli era volato a Tripoli un mese dopo Dini e con un aereo personale. Mentre è del dicembre di quello stesso (e ormai celebre per gli affari sotto l’Ulivo) “anno mirabilis” 1999 la consacrazione delle nuove relazioni fra Italia e Libia: l’allora premier Massimo D’Alema è il primo leader europeo ad entrare nella tenda di Muammar Gheddafi montata nella caserma tripolina di Bab-el-Azizia.

Chi tratta con la Libia?
L’asse del business Roma-Tripoli non è certo una novità: l’Italia è stata da sempre, anche negli anni più cupi, il primo partner della Libia di Gheddafi. La Lafico (Libyan Arab Foreign Bank) possiede il 4,75% della Banca di Roma e percentuali azionarie della stessa Eni, ma ben pochi conoscono la geografia particolareggiata delle proprietà libiche (alberghi, tipografie, piccole aziende, pacchetti azionari, ingenti quantità di certificati di deposito delle principali banche) nel nostro Paese. Un terzo della benzina italiana proviene dai pozzi libici. Da un anno è in funzione il gasdotto che allaccia il deserto libico ai terminali di Gela e che trasporterà in Europa il gas libico: sei-otto miliardi di metri cubi ogni anno, circa il 17% dell’attuale consumo italiano. Un contratto, per l’Eni di Vittorio Mincato, che supera gli 8mila miliardi l’anno. Sarà un caso ma voci sempre più insistenti parlano di precontratti già firmati tra Italia e Libia in materia petrolifera. Sarà un caso, ma lo scorso 16 giugno i Gheddafi hanno annunciato l’intenzione di liberalizzare le attività petrolifere libiche. Sarà un caso ma, il giorno dopo, il sottosegretario alle Attività produttive, Adolfo Urso, ha dichiarato: «è un annuncio importante. Questo è il segnale di una svolta storica favorevole alla globalizzazione, ancora più importante perché rientra nell’ambito del core business libico». Sempre secondo Urso, «è importante che la Libia si inserisca negli organismi internazionali, soprattutto nel Wto, l’organizzazione mondiale del commercio. Ci auguriamo che passi da un ruolo di osservatore a quello di Paese attivo». Sarà un caso ma, in perfetta contemporaneità con queste dichiarazioni, sulle coste siciliane sbarcano centinaia di clandestini inviatici con amore da Gheddafi. Un po’ troppo entusiasmo, forse, caro Urso.

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