L’Italia solidale? E’ militare

Di Gianni Baget Bozzo
03 Luglio 2003
Il ministro Martino mi ha detto che lui è il ministro della Repubblica che ha mandato più truppe italiane all’estero

Il ministro Martino mi ha detto che lui è il ministro della Repubblica che ha mandato più truppe italiane all’estero. E si capisce perché: gli italiani sono i più adatti alle missioni di peace keeping, cioè a usare relazioni umane con gli occupati pur mantenendo l’ordine militare. Lo si vide già a Mogadiscio, e prima ancora lo si era visto a Beirut: gli italiani non sono odiati dalle popolazioni che occupano e non suscitano reazioni popolari. Questa è una nuova Italia, perché l’Italia fascista non aveva questa attitudine: meglio, non l’aveva il regime ma gli italiani sì. Persino in Russia, dove erano un’armata di invasione, riuscirono a combattere valorosamente, dando tempo ai tedeschi di uscire dalla sacca del Don che gli italiani difendevano e a farsi accettare come sbandati nelle famiglie russe. Non è vero che gli italiani brava gente voglia dire anche cattivi soldati: lo provano le testimonianze inglesi sulla resistenza italiana a El Alamein: ma gli italiani non furono mai odiati dai popoli nel cui territorio combattevano, in Croazia si specializzarono nel salvare gli ebrei dai nazisti. Gli italiani sono buoni combattenti ed egualmente “brava gente” e l’essere brava gente è oggi un attributo militare, quando la potenza della tecnologia serve a distruggere un regime ma non a governare un popolo. Non è un caso che l’arma più apprezzata e più richiesta dalle potenze anglosassoni che fanno il peace enforcing siano i nostri carabinieri, cioè, la più severa e al tempo stesso la più popolare delle armi dell’esercito italiano. Forse abbiamo trovato la nostra vocazione militare: esercitare accanto alla forza delle armi l’acclimatamento con la popolazione. Questo è certamente il frutto della cultura cattolica in Italia intrinsecamente non razzista. C’è dunque un destino militare per l’Italia nel momento in cui interventi che siano ad un tempo destinati a combattere un nemico e a solidarizzare con una popolazione sono i classici compiti che la grande crisi africana e la sfida terroristica pongono oggi all’Occidente e all’Europa. Ora assistiamo alla prova dei nostri soldati in Irak. Giustamente il comando italiano ha cercato di far saper subito una cosa agli irakeni: che gli italiani sono italiani e che vanno riconosciuti come tali. E questo non è un atto di vigliaccheria come a dire, sparate sugli altri e non su di noi, ma un messaggio di spirituale complicità con il popolo shiita di Nassirya quasi a significare un desiderio di rapporto e di comprensione. Esportiamo carabinieri ma non i pacifisti, comunisti e cattocomunismi, carichi di odio ed esponenti del nichilismo politico da cui è pervasa la sinistra italiana. Questi non li vorrebbe nessuno, rimangono il prodotto riservato al consumo interno, il nostro contributo alla lunga occupazione comunista dell’Italia, divenuta più iraconda da quando la rivoluzione è fallita non esiste alternativa alla democrazia del mercato. I nostri soldati usano la forza per pacificare e la parola per farsi comprendere i rispettare accettare. I pacifisti, quelli che hanno perseguitato il carabiniere Placanica con il sostegno della stampa italiana che all’estero non legge nessuno, sono un made in Italy che si nasconde solo tra noi e che fa danno solo a noi.
bagetbozzo@ragionpolitica.it

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