In margine a un testo implicito

Di Persico Roberto
10 Luglio 2003
Si scrive la sua Costituzione. Si cerca la sua identità. Europa, quo vadis? Consigli di piacevole lettura da viaggio. E di resistenza all’alienazione culturale

Qualcuno tra i venticinque lettori di “Balla Linda” rimprovera talvolta amabilmente l’estensore di quelle note di infliggere sempre indigeribili saggi e mai, o quasi, qualche scorrevole romanzo. Sensibile al richiamo, l’estensore si è proposto di offrire al lettore estivo più amene letture. Ma l’atavica, invincibile inclinazione per l’indagine dei nessi tra storia e presente lo guida anche nelle escursioni narrative. Si sta scrivendo la Costituzione europea. Si parla delle radici culturali del Vecchio Continente, mentre la guerra in Irak ha rivelato la sua velleitaria impotenza. Il Papa l’ha messo in guardia dalla «paura di affrontare il futuro» che nasce dall’«offuscamento della speranza». La Terra del Tramonto insomma è in caccia di una nuova identità. Ecco dunque una scelta di volumi che, muovendosi agilmente fra l’ieri e l’oggi, offre qualche – piacevole, per carità, piacevolissima – occasione di ripercorre alcuni sentieri della sua tormentata ed esaltante vicenda.
Si potrebbe cominciare con Il taumaturgo e l’imperatore (Mondatori, euro 8.40) di Carlo Sgorlon, appena ristampato. È la storia di Marco d’Aviano, beatificato nel maggio scorso da Giovanni Paolo II. Giovane impacciato e balbuziente, fuggito da casa per andare a combattere i Turchi a Creta, divenne un celebre oratore, e operò il miracolo dell’unità degli eserciti cristiani che sconfissero nel 1683 la Mezzaluna sotto le mura di Vienna. «La situazione attuale – scrive l’autore nella prefazione – conferisce una particolare attualità a padre Marco, che non poteva non farsi difensore della cristianità e dell’Europa, benché, come cristiano, fosse un difensore della pace».

Il re del Portogallo? No, l’uomo di Praga
Ancora Sgorlon. L’ultima fatica dello scrittore friulano è L’uomo di Praga (Mondatori, euro 16.50). La vicenda si svolge in un paesello veneto ai confini con l’Impero asburgico negli anni intorno alla prima guerra mondiale, mentre la civiltà moderna arriva a incunearsi fra ritmi di vita secolari. Nel villaggio compare un ignoto straniero, che poco a poco si impone nella vita del paese, suscitando attrazione fra i semplici e repulsione nei notabili del luogo, incuriosendo tutti per la sua cordialità, per la straordinaria ricchezza (che usa con generosità sorprendente) e soprattutto per il mistero che ne avvolge le origini. A molti lettori non potrà non tornare alla mente un celebre apologo sul re del Portogallo…

I misteri della città d’oro
Ancora l’Impero, ancora il fatidico 1914. Strane morti avvengono fra i lussuosi alberghi di Carlsbad e i misteriosi vicoli di Praga. A indagare una bizzarra coppia, un giovane ufficiale e un anziano medico ebreo. L’iniziale, ancestrale estraneità si trasforma poco a poco in un rapporto quasi filiale. E le strade della Città d’oro, percorse da patrioti cechi e lealisti asburgici, nazionalisti tedeschi e terroristi serbi, ebrei assimilati e fanatici sionisti, diventano lo scenario ideale per divagazioni su identità, memoria, convivenza. Così Ben Pastor, autrice de I misteri di Praga (Hobby & Work, euro 15.50) racconta delle sue origini: «Mia madre, scrittrice e giornalista, era di origine ebrea. La famiglia di mio padre, fisico, era profondamente radicata nella tradizione della Chiesa, ed era originaria dell’estremo nord dell’Italia, di lingua tedesca. Nella Roma conquistata dagli Alleati mia madre offrì rifugio a un soldatino tedesco di quindici anni».

Detective guelfi e ghibellini
Ancora un giallo, ambientato stavolta nella Spagna dei giorni nostri. Protagonista di Serpenti nel Paradiso (Sellerio, euro 11) di Alicia Giménez-Bartlett è Petra Delicado, ispettrice laica postmoderna disincantata con venature anticlericali. Ma, sullo sfondo di una Barcellona in attesa della visita papale, si imbatte in un austero cardinale, che poco a poco si rivela depositario di una conoscenza dell’animo umano capace di arrivare dove non riesce la polizia con i suoi metodi scientifici. Così la laicissima Petra, mentre non risparmia frecciate ai goffi tentativi di tanto clero di scimmiottare la modernità, finisce per rendere omaggio alla saggezza antica del prelato.

Daniela, la scoperta
Un discorso a parte merita Ginostra (Mobydick, euro 10), primo romanzo di Daniela Donati, insegnante a Rimini, autrice finora di qualche racconto per ragazzi. Discesa agli inferi e insieme cammino di purificazione, giocato sul confine sottilissimo fra quotidiano realismo e squarci onirici che non sarebbero dispiaciuti a Dino Buzzati, il libro schizza la vicenda di un quarantenne (in)soddisfatto, che improvvisamente molla tutto e parte, perché «il viaggio era lo spazio del dipanamento delle ragioni, indispensabile per giustificare il prezzo e la posta». E (forse) riscoprirà se stesso quando si ritroverà – materialmente – a mendicare. Governa il racconto una scrittura risplendente e curatissima, capace di aderire e rivelare le pieghe segrete delle cose, senza una sbavatura dalla prima riga all’ultima. Una scoperta.

Osservando il proprio cadavere
Ultima tappa, il lato migliore dell’Inghilterra (Logres contro Britannia…). Guy Cullingford è lo pseudonimo maschile di Constance Lindsay Taylor, morta semidimenticata pochi anni or sono. Il morto che non riposa (Polillo, euro 11.90) è uscito nel 1953, ma viene proposto solo ora al lettore italiano. Gilberth Worh è fermamente convinto che «la scienza e la religione sono completamente contraddittorie» e che la morte «è un inevitabile e completo finis, liquidatrice finale dell’individuo». Fino al giorno in cui si ritrova a osservare il proprio cadavere, nell’inattesa condizione di fantasma. E in questa veste si darà da fare per smascherare il proprio assassino. La storia si dipana fra i colpi di scena tipici di un giallo, una critica al vetriolo dell’ipocrisia nei rapporti familiari e sociali, osservazioni tutt’altro che banali sulla società inglese («Mi colpisce il fatto che ci sono troppi “sebbene” nella Chiesa d’Inghilterra. Non mi fa meraviglia che siano tanti quelli che si convertono al cattolicesimo romano»). Il tutto condito da uno humour a tratti fulminante, e un’ultima pietà per le debolezze umane. Forse non è un caso che sul comodino della fu moglie del fantasma stia una copia de I racconti di Padre Brown.

Chesterton, lo zulù del Sussex
Che concludono degnamente la nostra rassegna. Oltre Il bello del brutto (Sellerio), segnalatoci dalla nostra defendant Mamma Oca, non perdiamoci Il pugnale alato (Bur, euro 10), infatti, raccoglie il meglio delle short stories di Gilbert K. Chesterton. Dal celeberrimo La croce azzurra, in cui Padre Brown smaschera Flambeau perché «ha attaccato la ragione, e questa è cattiva teologia», a L’occhio di Apollo (che tanto piaceva a Borges), dove il pretino si fa beffe di «quelle nuove religioni che ti perdonano i peccati dicendo che non ne hai mai avuti». Ma compaiono anche brani meno noti, dove tocca a Mr. Pond e al giudice Basil Grant, altre maschere del poliedrico GKC, distribuire lezioni di paradossale realismo: «Anche se conoscete la ricetta degli Zulù per cucinare i pomodori e la preghiera che dicono prima di soffiarsi il naso, voi non li capite come li capisco io, che pure non distinguo una zagaglia da una forchetta. Voi siete più colto, ma io sono più Zulù. E se mi chiederete qual è la mia definizione di Zulù, eccovi la mia risposta: Zulù è chi si è arrampicato a sette anni sui meli del Sussex e ha avuto paura dei fantasmi nelle stradine della campagna inglese».

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