Investire sugli istituti

Di Tempi
10 Luglio 2003
L’autonomia è un dato implicito nella struttura della riforma Moratti

L’autonomia è un dato implicito nella struttura della riforma Moratti. Il fatto che vengano indicati degli obiettivi finali (“profili in uscita”) senza che siano dettagliate, come era nella tradizione della scuola italiana, tutte le tappe da percorrere per conseguirli (limitandosi a più elastiche e non prescrittive “indicazioni”) implica infatti la necessità di decisioni autonome delle singole istituzioni scolastiche nella determinazione dei percorsi per raggiungerli. Dico delle istituzioni scolastiche e non semplicemente dei docenti, perché va da sé che l’effettivo percorso proposto allo studente non può che essere l’esito di opzioni condivise e coerenti, non il semplice risultato della giustapposizione di scelte individuali. Ma allora il disegno di riforma rimane zoppo finché non individua con precisione forme e modalità di autogoverno della scuola. E forse è un bene che la legge di riforma degli organi collegiali sia finora rimasta al palo, perché possa ora essere ripensata tenendo meglio conto delle prospettive aperte dalla nuova situazione. Si tratta in primo luogo di definire con precisione i soggetti implicati nell’organo di autogoverno (Consiglio dell’Istituzione o come si vorrà chiamare). Sono naturalmente gli insegnanti (e gli studenti nel ciclo secondario) e i genitori; ma non dobbiamo dimenticare che l’istituzione di uno specifico canale di istruzione e formazione professionale può comportare l’esigenza di altre forme di rappresentanza istituzionale. Rappresentanza che non può essere data in mano agli enti locali, cui il nuovo quadro delineato dal processo di riforma, anche costituzionale, in atto affida compiti di programmazione dell’offerta, configurandosi piuttosto come interlocutori esterni alla istituzione scolastica. In secondo luogo va ripensata la collegialità. All’organo collegiale dei docenti va certamente attribuita la responsabilità di tutte le scelte che riguardano l’organizzazione didattica della scuola (sottraendole a organi, quali le Rsu, per loro natura estranei a questi compiti); ma proprio per questo va rivista la sua funzione (è proprio impossibile immaginare che esso abbia un effettivo potere regolamentare?), individuando le modalità di rapporto con gli altri due centri di decisione presenti all’interno dell’istituzione scolastica: il consiglio dell’istituzione e il dirigente scolastico (che non sembra, nel nuovo quadro delineato dall’autonomia, poter mantenere i compiti tradizionalmente affidati al preside e al direttore didattico). Questi infatti – ed è il terzo punto – deve rivedere parallelamente la sua collocazione. Il dirigente scolastico non può più essere il rappresentante dell’amministrazione: il suo ruolo, definito dal compito di coordinare le diverse funzioni del sistema scuola, di raccordare l’offerta formativa con le risorse disponibili (ed eventualmente di individuarne altre), di rappresentare l’Istituto nei rapporti con il mondo esterno, deve trovare modi e forme di interlocuzione interne all’istituzione scolastica che, nel quadro della autonomia quale si è venuta costituendo, non può essere (solo?) quella gerarchico-funzionale. Occorre non dimenticare che sullo sfondo c’è, condicio sine qua non magari lontana ma imprescindibile di una riforma che non voglia rimanere solo sulla carta, l’obiettivo di costruire un sistema più libero, fondato sulla reale autonomia delle istituzioni scolastiche, anche nella gestione delle risorse umane ed economiche. In vista di questo traguardo è indispensabile disegnare un sistema di governo in cui ciascun organo abbia il suo compito definito e svolga insieme una funzione di contrappeso nei confronti degli altri; evitando accuratamente corti circuiti per cui qualche elemento dell’insieme svolga un doppio ruolo di controllore e controllato, nucleo germinale di quell’autoreferenzialità da cui la scuola italiana si deve assolutamente liberare, pena il fallimento di qualunque ipotesi di cambiamento reale.
Felice Crema, docente di Storia dell’educazione, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano

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