O un Patto per l’Italia o saran Casini
Lo spettacolo offerto dal centrodestra è sotto gli occhi di tutti. E non è uno spettacolo edificante. Contemporaneamente, e non può essere un caso, i sondaggi parlano per la prima volta di un sorpasso dello schieramento di centrosinistra. Per qualche istante nelle scorse settimane è parso che la maggioranza di governo avesse porto l’orecchio alle preoccupazioni che da mesi Silver team andava elencando da queste pagine. Berlusconi – dicevamo – non può essere contemporaneamente premier e presidente del partito: la sua debolezza nel trattare indebolisce in realtà Forza Italia, l’unica presenza veramente riformista dello schieramento. Il via alla cabina di regia, con il contemporaneo defilarsi di Berlusconi, sembrava andare in questo senso. La cabina di regia è durata lo spazio di un giorno, affondata dal tiro incrociato dei registi l’un contro l’altro armati. Deficit d’analisi di Silver Team? Tutt’altro. Deficit di progetto: partita la cabina di regia ci si è accorti che era totalmente sbilanciata. Per Forza Italia in cabina non c’era nessuno. Mancava insomma il partito di maggior peso e gli altri, abbandonati a se stessi, hanno incominciato a litigare tra loro. Tra l’altro, tutta la vicenda di questi giorni sta portando in luce un processo di personalizzazione dei partiti, su cui occorrerà riflettere: non è più solo Forza Italia a identificarsi con una persona, ma questo vale, in misura ancor maggiore, per Bossi con la Lega e per Fini con An. Così le tensioni trasmigrano con facilità impressionante dai partiti al governo e viceversa. Un tempo portare i segretari di partito al governo era garanzia della sua autorevolezza. Ma alle spalle c’erano strutture partitiche collaudate e di provata democraticità. Non c’erano formazioni, massime Lega e An, in deficit democratico come le attuali. E L’Udc? Se possibile qui l’intreccio è ancor più grave e inquietante perché il calcolo politico usa della seconda carica dello Stato. Casini non ha esitato a brandire un tema giusto e sentito come l’indulto, per buttarlo fra le gambe della maggioranza e farla inciampare sulla Lega. Era proprio il momento per farlo? Secondo lui sì. Lui come altri, si sente in tasca l’accordo con Mastella ed è pronto alla sostituzione. Ma questa è un’operazione che allarga ulteriormente il divario tra la gente e la politica. La gente ha votato uno schieramento, sulla scorta di un contenuto valoriale e di un programma. Gli è stato trovato anche un nome: patto per l’Italia. La concessione di credito è stata talmente ampia da aver portato la gente a votare candidati per la gran parte sconosciuti e catapultati sul territorio dai partiti. Cosa diciamo ora: scusate abbiamo scherzato? Facciamo scendere qualcuno dal bus e ne tiriamo su qualcun altro? Noi crediamo che questo sia il momento della responsabilità, e che lo sia quanto più i partner dimostrino di esserne privi. Intanto in questi anni un fatto si pone all’evidenza. Quando si tratta di riforme per il bene comune, gli interlocutori veri, accreditati e autorevoli, sono naturalmente riconosciuti in quelle realtà locali che, quasi uniche, hanno tracciato una traiettoria. La Regione Lombardia su tutte. Ma questo, da un canto indica la direzione a Forza Italia; dall’altro dice la responsabilità che le aggregazioni sociali capaci d’identità devono assumersi dentro il partito. Senza non si va lontano.
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