Il ritorno di Igor, il faccendiere
Chissà se Igor Marini è l’aleph di Borges; ovvero il punto in cui convergono tutti i punti. Fatto sta che il suo nome è diventato il simbolo dell’affare Telekom Serbia. è un personaggio inaffidabile (e sospettabile di mitomania) in quanto “accusatore” di Prodi, Fassino, Dini, come dice l’opposizione, o come dice a Tempi l’onorevole Enzo Trantino, presidente della Commissione d’inchiesta parlamentare, «Marini è un testimone attendibile»? «O che almeno fin qui si è dimostrato tale – precisa Trantino – il resto, cioè le accuse ai politici, sono ovviamente tutte da dimostrare. Per questo siamo ansiosi di ricevere finalmente dalla Svizzera la documentazione contenuta in quei quaranta scatoloni, documentazione in cui, a detta di Marini, vi sarebbe la prova di quanto sinora egli ha dichiarato – e c’è da ammettere, senza contraddirsi mai – agli inquirenti svizzeri e a quelli italiani». Carte che dovrebbero arrivare in Italia non oltre la prossima metà di agosto. Sarà ferragosto di fuoco, con i parlamentari costretti a rientrare dalle ferie per esaminare i documenti che secondo Marini comproverebbero l’incredibile tangente e il coinvolgimento nell’affare del gotha del precedente governo Ulivo? «Non ho dubbi – spiega Trantino – se quella documentazione arriverà a ferragosto, io a ferragosto riunirò la Commissione d’inchiesta».
Comunque in prigione
Attendibile o meno, per le cose che ha detto e che avrebbe benissimo potuto non dire restando nell’ombra (ricordiamo che è Marini che va a cercare gli inquirenti, non il contrario, ovvero è Marini la causa del proprio arresto in Svizzera e ora anche in Italia per l’accusa di riciclaggio e truffa), il faccendiere Marini, attualmente ancora detenuto in un carcere di Berna, per il momento ci sta solo rimettendo la libertà personale e la salute (dopo essere stato vittima di un ictus, negli ultimi giorni Marini ha denunciato di aver ricevuto una lettera minatoria in carcere e pare che la sua salute sia ora pregiudicata da una grave malattia all’intestino). Ora Marini è in procinto di lasciare la Svizzera e, dopo due mesi di detenzione preventiva, di tornare in Italia per “dimostrare” la sua verità. Ad attenderlo, però, non appena varcata la frontiera di Chiasso, ci sarà un mandato di cattura spiccato settimana scorsa dalla Procura della Repubblica di Torino (la stessa che sta indagando sul filone ufficiale di Telekom Serbia e che ha indagato l’ex amministratore delegato di Telecom, Tommasi di Vignano e l’ex capo della Rete Giuseppe Gerarduzzi) per truffa e associazione a delinquere internazionale. Quindi galera anche qui o, più probabilmente viste le sue condizioni di salute e l’impossibilità di inquinare le prove, arresti domiciliari.
I quaranta scatoloni
Ha l’aria visibilmente soddisfatta Stefano Camponovo, l’avvocato svizzero di Igor Marini, che ci riceve nel suo studio di via Pioda 5 nel centro di Lugano. «Mi ero posto due obbiettivi pienamente condivisi da Marini: ottenere la fine della detenzione del mio assistito e, in secondo luogo, ottenere che Marini potesse tornare in Italia senza procedimenti penali in Svizzera. Credo di poter dire che abbiamo ottenuto entrambe le cose. Marini dovrebbe essere in Italia già alla fine della seconda settimana di agosto». Lei sa che ad attendere Marini in Italia ci sarà un mandato di arresto spiccato dalla Procura di Torino? «Così leggo sui vostri giornali, ma devo dire che formalmente non ho ancora ricevuto alcun atto giudiziario in proposito dall’Italia. Comunque sia l’ordinamento italiano prevede la possibilità degli arresti domiciliari. Mentre in Svizzera la detenzione preventiva può durare anche per molti mesi. Ha capito perché il mio obbiettivo era innanzitutto quello di ottenere la sua liberazione? In un primo tempo, infatti, Marini avrebbe voluto che io, suo legale, chiedessi alle autorità di cercare i riscontri di ciò che lui ha detto alla Commissione d’indagine italiana e al magistrato svizzero. Ma questo avrebbe significato affidare alla nostra giustizia il compito di ricostruire l’intera vicenda Telekom Serbia. Vorreste che non ci mettano almeno tre anni? Beh, Marini avrebbe potuto passare in carcere tutto questo tempo. E poi per portare avanti l’accusa di riciclaggio a carico di Marini, la giustizia svizzera avrebbe dovuto dimostrare che a monte c’era un reato: avrebbe dovuto svolgere indagini proprie per dimostrare la provenienza illecita del denaro, la consapevolezza soggettiva della persona nel maneggiare quel denaro e l’avvenuto riciclaggio, cioè il lavaggio dei soldi sporchi. Marini, che sta parlando a magistrati svizzeri non da imputato ma da testimone, che racconta tutto dalla a alla z e che risponde a tutte le domande che gli vengono poste, si sarebbe paradossalmente trovato imputato in Svizzera grazie al suo spirito di collaborazione con le autorità. Nella foga di dimostrare la sua verità, Marini chiedeva in pratica al suo avvocato, difensore in Svizzera dall’accusa di riciclaggio, di svolgere indagini che, di fatto, avrebbero dovuto portare acqua al mulino dell’accusa svizzera. Una cosa assurda, ovviamente». Marini ha capito. E così adesso spetterà ai magistrati italiani l’obbligo di verificare se, sulla base delle dichiarazioni e della documentazione contenuta in quei famosi 40 scatoloni, sia necessario indagare e avviare rogatorie per ottenere dalla banche i nomi dei beneficiari economici dei conti cifrati e dei movimenti di denaro di cui Marini dice di essere stato protagonista per conto dell’avvocato Fabrizio Paoletti, a beneficio di Prodi, Fassino e Dini.
Dunque, dopo quasi novanta giorni di detenzione, Igor Marini sta per rientrare in Italia. Già, ma come ci è finito in Svizzera e, per di più, in galera? Facciamo qualche passo indietro.
Undici volte. Senza mai contraddirsi
Il 7 maggio scorso Igor Marini viene sentito dalla commissione parlamentare d’inchiesta Telekom Serbia a Roma: nel corso dell’audizione Marini fa nomi grossi, cita numeri di conto bancari, parla di contratti e soprattutto di soldi, molti soldi, movimentati per una colossale tangente. Ora, per dimostrare che non è un mitomane, Marini parla anche di riscontri: ovvero di documenti in suo possesso in grado di provare le sue dichiarazioni. La Commissione, ovviamente, è interessata e chiede a Marini se questi documenti lui può prelevarli: la risposta è affermativa, sono depositati presso l’ufficio fallimenti di Viganello a Lugano. Il giorno dopo, 8 maggio 2003, da Roma parte alla volta di Lugano una piccola delegazioni formata da Igor Marini e dai deputati Nan (Forza Italia) e Kessler (Ds), entrambi membri della Commissione d’inchiesta. Qui, comincia l’incubo kafkiano di Igor Marini. Giunto in Svizzera, infatti, il testimone avrebbe potuto tranquillamente esercitare il diritto di avere accesso ai propri documenti ma quando i magistrati elvetici, sembra debitamente avvertiti da Roma, intervengono ponendo in stato di fermo i tre (Kessler e Nan, che verranno rilasciati dopo quattro ore e mezzo, per violazione della sovranità territoriale svizzera mentre il fermo di Marini sarà tramutato in arresto per riciclaggio, truffa e falso in documenti) Marini non si limita a presentare le credenziali in cui si dimostra che ha formalmente il diritto di recuperare copie della carte depositate dallo scomparso e suo socio in affari notaio Boscaro, ma anche se per sommi capi accenna alla ragioni per cui ha bisogno di quei documenti, la vicenda di Telekom Serbia. Ovviamente, a quel punto, le autorità elvetiche non hanno che potuto arrestare il Marini: dal suo racconto emergeva infatti un’ipotesi di illeciti compiuti anche in territorio svizzero, quindi bisognava perseguire. Ci dice l’avvocato Camponovo: «In Svizzera non si è mai registrato un caso analogo a questo: mai è successo che un giudice cantonale si trovasse ad aver di fronte un procuratore federale in base a una procedura federale, una vera anomalia. Il problema, se così vogliamo dire, è che le dichiarazioni del mio assistito sono tutte accertabili. Quando parla Marini fa riferimento a conti e conferma che esistono documenti bancari in cui viene indicato il beneficiario economico dei soldi. Marini dice chiaramente di aver visto i documenti, esponendosi di fatto al rischio che comporta il riscontro oggettivo delle sue parole. Chi glielo farebbe fare se fosse un mitomane? Marini cita numeri di garanzie bancarie, fornisce cifre esatte, parla di luoghi e persone che hanno disposto i contratti. Ha citato ad esempio un documento in cui compare la controfirma di Paoletti giunta solo via fax e questo è provato. Quando Marini dà indicazioni temporali lo fa sempre con una precisione che al limite, per fatti di sei anni fa, non va oltre i due tre giorni di margine d’errore. E questo lo ha ripetuto undici volte, tra interrogatori e audizioni: undici volte senza mai contraddirsi, nemmeno su un numero della cifra di un garanzia bancaria. Il mio cliente può essere giudicato come si vuole a livello personale, certamente non è un mitomane».
Il fuggitivo
Sicuri che Marini non sia comunque un truffatore al servizio di un grottesco complotto ordito contro Prodi, Fassino e Dini? La chiave della delegittimazione in patria del teste Marini starebbe proprio nel suo curriculum che rimane ancora un po’ nell’ombra e, soprattutto, in quell’accusa di truffa per cui è stato imputato in Svizzera. Com’è che uno che dice di aver movimentato una marea di soldi per una tangente di almeno 450 miliardi di vecchie lire non ha nemmeno pagato il conto di 21mila franchi al garni “Ginevra” di Lugano, hotel dove risiedeva durante le sue trasferte di “lavoro” elvetiche? Il problema è che proposta così, fuori di contesto, è chiaro che la vicenda farebbe pensare a uno squilibrato mitomane. Contestualizzata, però, la “truffa” apparirebbe un po’ diversa da come ci è stata raccontata. Ci dice l’avvocato Camponovo: «Nel periodo precedente alla conclusione dell’affare Telekom Serbia, una sera Marini si trovava allo “Sheraton” di Zurigo. Era pressato dalle richieste dei serbi che lo ponevano di fronte ad un ultimatum. Marini ebbe paura, capì di essere in pericolo e scappò durante la notte dall’hotel. Si diresse verso Lugano ma quando la mattina presto arrivò di fronte al garni “Ginevra” in cui soggiornava vide che c’era già qualcuno che lo stava aspettando. Senza nemmeno fermarsi, deviò il tragitto e andò alla stazione dove prese il primo treno per l’Italia. Scappò perché aveva paura, era braccato e scappando non pagò il conto. Ma non è nemmeno questa la giustificazione. Il fatto è che i conti dei soggiorni nel garni di Marini, a detta del mio assistito, li aveva sempre pagati Paoletti, magari con ritardi di tre mesi ma poi arrivava a saldare tutto. Marini era un suo collaboratore e l’accordo era che l’alloggio era, appunto, a carico di Paoletti. Se chiedete ai proprietari del garni vi racconteranno che c’erano giorni in cui Paoletti chiamava Marini anche trenta volte. Dunque: in primo luogo Marini lascia in fretta e furia Lugano perché braccato dai serbi. Secondo: quei conti al garni di Lugano non avrebbe comunque dovuto saldarli lui, ma il suo socio in affari. Questa, però, è la base dell’accusa di truffa ai danni del mio assistito».
Chi è Marini?
Ma proseguiamo nella contestualizzazione di fatti che hanno alimentato (almeno nei grandi media scopertisi giustamente ultragarantisti dopo l’epoca in cui correvano appresso a qualsiasi denuncia deligittimante la politica, certa politica, con titoli cubitali) forti sospetti intorno al personaggio Marini. Sopra a tutti: l’apparizione di Marini sulla scena della Commissione Telekom-Serbia. Non vi sembra essere stata presentata un po’ come il classico (e dunque arcisospetto) intervento del deus-ex machina, piovuto non si sa bene da quale cielo, per incastrare politici che, guarda caso, a parte uno, rappresentano i più autorevoli avversari di questo governo? Il problema è che, a detta del suo avvocato, «dopo che è fuggito da Lugano nei modi rocamboleschi ricordati sopra, Marini non scappa in Italia per nascondersi o per cercare qualche altra via di fuga. Se, infatti, in un primo periodo Marini cercò di staccarsi definitivamente dalle persone che volevano coinvolgerlo nella vicenda, era per timore personale e non per volontà di “tagliare la corda” con il denaro. Poi, giunto in Italia, andò dai carabinieri di Roma, stazione Aventino». E vuota il sacco, non parlando come si potrebbe parlare al bar, in base ai sentito dire. Ma consegnando al maresciallo Quaresima (che questa settimana dovrebbe essere ascoltato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta) un certificato di garanzia del valore di 50 milioni di dollari. Cioè un documento con cui Marini, invece che andare dai Carabinieri, avrebbe potuto presentarsi in una banca per incassare dei soldi (non certamente tutti i soldi e non certamente in una banca svizzera, ma certamente una parte di quella cifra e, forse, in una certa banca italiana).
Non so chi sia…
Chi è dunque questo Marini: è un pazzo o uno che è davvero quello che dice di essere, cioè un testimone che sentendosi braccato e disperato decide di consegnarsi alla forze dell’ordine per salvare almeno la pelle? Comunque sia, è da quel certificato autentico da 50 milioni di dollari che scaturisce l’indagine dei militari dell’Arma. Indagine che, grazie alla collaborazione di Marini, produrrà alcuni pesanti riscontri che condurranno all’arresto dell’avvocato Paoletti. Già, perché a fronte di notizie che danno ormai per certa la chiusura delle indagini dei magistrati torinesi sul caso Telekom-Serbia, in realtà il 10 luglio scorso, avviene il colpo di scena. La Procura della Repubblica di Torino emette un’ordinanza di carcerazione preventiva per l’avvocato Fabrizio Paoletti per i reati di truffa, ricettazione e associazione per delinquere. Formalmente non esiste nessuna relazione tra caso Paoletti e caso Telekom-Serbia, sostengono i giudici di Torino. Però poi sono costretti ad ammettere che in effetti anche le indagini sul caso Telekom-Serbia non si possono dire concluse. Anzi. E qual è l’anello di congiunzione tra l’affaire Paoletti e il caso Telekom-Serbia? Marini, appunto. Ci dice l’avvocato Camponovo: «Mi è stato riferito da vostri colleghi che in un primo tempo Paoletti avrebbe addirittura negato di conoscere Marini. In un secondo ha ammesso di conoscerlo poco. In un terzo avrebbe ammesso di conoscerlo bene. Dunque: dal “non so nemmeno chi sia Marini”, Paoletti sarebbe arrivato all’ammissione che “in effetti è un mio collaboratore e le operazioni finanziarie che ricostruisce sono di principio giuste”. Strano, no?
Attenzione: le dichiarazioni di Paoletti non ho potuto leggerle dagli atti, ma mi sono state semplicemente riportate. Se fossero vere l’escalation del suo grado di conoscenza del mio assistito in così poco tempo sarebbe comunque indicativa».
Igor in Italia? Non vedo l’ora
Ora il timore di alcuni sarebbe il seguente: che la richiesta di arresto per il rientrante in Italia Marini, l’arresto (domiciliare) già avvenuto di Paoletti da parte della Procura di Torino, l’annunciata archiviazione delle posizioni di Tommasi di Vignano e Gerarduzzi nell’inchiesta ufficiale su Telekom Serbia, potrebbe prefigurare un disegno di insabbiamento dell’inchiesta sull’affaire balcanico. In che modo? Il reato di “corruzione” potrebbe trasformarsi in quello di “truffa”, con Paoletti e Marini che, chissà, magari potrebbero finire accusati di aver inventato false tangenti per percettori inesistenti al fine di intascarsi tutto il malloppo. Ecco allora perché è importante che la Commissione d’inchiesta – oltre che naturalmente il procuratore torinese Marcello Maddalena – titolare dell’inchiesta Telekom-Serbia (domanda: ma perché Marini che si consegna ai Carabinieri di Roma e collabora con i carabinieri di Roma per “incastrare” Paoletti, finisce indagato a Torino?), possa visionare al più presto le carte contenute in quei quaranta scatoloni. Carte che, a tutt’oggi, sono custodite a Berna.
Ma se il testimone verrà estradato in Italia, cosa ne sarà di questi documenti richiesti dall’Italia? Ci dice l’avvocato Camponovo: «Riguardo ai documenti mi sento tranquillo. Non vedo rischi di loro contaminazione finché restano al Ministero pubblico della Confederazione. Io non ho ancora ottenuto le fotocopie dei documenti. Visto che Marini dovrebbe essere in Italia prima di ferragosto non vedo il motivo per cui i faldoni debbano restare qui. A Berna probabilmente verranno fotocopiati per essere messi a disposizione delle autorità inquirenti italiane e gli originali nuovamente inviati all’ufficio fallimenti di Viganello. La richiesta di questa documentazione dovrà essere fatta dall’Italia, però i documenti di un’inchiesta si muovono soltanto verso un’altra inchiesta. Certo è che Marini non ha alcun timore del fatto che i documenti giungano in Italia. Anzi, non ne vede l’ora».
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