Dalla Cgil al Balordo. Dalla morale alla felicità

Di Tempi
14 Agosto 2003
Può darsi che Piero Gheddo sia un pazzo. Però leggete qui (pagina 60) e giudicate voi se i pazzi hanno addosso tanta lucida felicità, realismo, intelligenza del mondo.

Può darsi che Piero Gheddo sia un pazzo. Però leggete qui (pagina 60) e giudicate voi se i pazzi hanno addosso tanta lucida felicità, realismo, intelligenza del mondo. Gheddo non è un pazzo, usa la ragione e ragionevolmente, cioè mostrando un’esperienza, racconta di cristianesimo. Che ha portato più umanità e più risposte concrete ai problemi della gente nei posti più sperduti del pianeta di tutti progetti umanitariani usciti dalle commissioni Onu. Prova ne è che da quando ci sono più proclami alla Durban e meno cristianesimo alla Roma, in Africa c’è più ingiustizia, violenza e disperazione di quanta ce ne fosse all’epoca in cui Comboni affrancava i negri dallo schiavismo. Il cristianesimo non è il testimonial dei poveri, come succede dall’Iscariota in giù (ricordate il rimprovero di Giuda a Gesù, mentre questi veniva spalmato di costoso unguento dalla sua amica: «perché tanto spreco, non si poteva venderlo e il ricavato darlo ai poveri?») a tutti quelli che dell’altro, del diverso, dell’ultimo, han fatto l’alibi per un certo loro delirio morale.
Il cristianesimo non è la cocaina dei pirla, è quella roba in cui c’è dentro tutto l’uomo, come succede con don Giussani che ci dice: «Perché ci mettiamo insieme? Per strappare agli amici, e se fosse possibile a tutto il mondo, il nulla in cui ogni uomo si trova». Perché se Gesù Cristo fosse un Socrate o un Marx qualsiasi e non la pretesa di felicità fatta carne e la speranza provata di un destino di carnale felicità – si chiama resurrezione! – a che servirebbe anche la sua morale?
Alain Finkielkraut: «Nulla è peggio per la morale e per il mondo che la visione morale del mondo». Ci sono ancora tanti balconi e siti e giornali e parrocchie tatuati con l’arcobaleno. E non c’è canzonetta o concerto dell’estate che non biascichi da qualche parte una mezza predica sulla pace. Non è solo un grande Prozac questo formicolare di discorsi pubblici che finiscono in indignazioni etiche e pacifismo. Ancora Finkielkraut: «Più il fine è morale, più è grande il rischio di intolleranza e di violenza. Malraux sottolineava che la propaganda stalinista conosceva un solo registro, quello dell’indignazione, e non smetteva mai di denunciare i mascalzoni. Ci sono tante forme di ebrezza: c’è l’ebrezza del potere, ma c’è anche l’ebrezza della morale. Penso spesso a questa frase straordinaria di George Orwell: la sinistra è antifascista, non è antitotalitaria. è la sua vigilanza antifascista che l’ha portata alla cecità; la sua vigilanza, anziché uno stato di veglia, si è trasformata in un grande sogno».
Fuori di politica l’ossessione morale (o delle “mani pulite”) si rivolge perfino alla vetta del desiderio umano. Tema di un recente corso di formazione per i quadri Cgil: “Scrivo benessere leggo felicità”. Ai partecipanti è stato chiesto cosa pensassero di questo titolo. Un nostro amico sindacalista ci dice aver risposto che «se per felicità si intende quella che si può raggiungere nella pratica quotidiana del lavoro di sindacalista, non sono d’accordo. Non nego che all’interno del sistema in cui viviamo sia possibile migliorare certe condizioni lavorative, ma la felicità è un’altra cosa!». Spiegare la vita a chi tutti i giorni combatte sul filo, diventa supponenza inaccettabile. «A un certo punto del corso la nostra formatrice ha citato un’autorevole scienziata che in un suo intervento ha sentenziato che non esistono situazioni disperate ma solo uomini che non le sanno affrontare. Ho perso letteralmente le staffe: “provi un po’ lei con un tumore in fase terminale a dire certe stronzate!”».
C’è modo e modo di mettersi di fronte all’unico problema serio della storia, la pretesa di Cristo di essere la nostra felicità. Kierkegaard ad esempio ritiene che se «il cristianesimo ti è stato annunciato significa che tu devi prendere posizione di fronte a Cristo. Egli, o il fatto che Egli esiste, o il fatto che sia esistito è la decisione di tutta l’esistenza». C’è modo e modo, ma è certo che non si tratta di una questione morale. Non si è mai visto un morto fare la carità al suo becchino. E un brav’uomo è sempre difficile da trovare. «Gesù è stato l’unico a resuscitare i morti. E non avrebbe dovuto farlo. Ha mandato tutto a gambe all’aria. Se ha fatto quel che ha detto, allora non ci resta che gettar tutto e seguirlo; se non l’ha fatto, allora non ci resta che goderci meglio che possiamo i pochi minuti che ci avanzano: uccidendo qualcuno, bruciandogli la casa o facendogli qualche altra cattiveria. Non c’è piacere al di fuori della cattiveria». Parola di Balordo che in un divertente racconto di Flanney O’ Connor stermina una famigliola. E realtà che abbiamo spesso sotto gli occhi (pensate a come ci si ammazza in Africa, ma anche qui, tra ragazzini) da quando la morale ha preso il posto del problema posto dalla pretesa di Cristo. La Morale? «Sarebbe stata una brava donna se quando era viva le avessero sparato ogni cinque minuti».

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