L’amor, l’arme e l’eroe? E’ il Cav.
Berlusconi? Espressioni di perplesso fastidio, come quando passa una mosca, e poi: “Non mi piace”. Arricciano il naso, come a un odore spiacevole, vago, che vien da non si sa dove. “Perché non ti piace?”. “Mah, non è simpatico”. Non ho in mente Onorevoli fulgidi di simpatia, dote peraltro non richiesta. A lui sì, invece si richiede, al di là della politica, una perfezione indefinita, su cui la gente sembra intendersi.
Ne faccio tre, due li vendo
A tre anni gli elementi della nostra storia personale sono già presenti in noi, anche se non consapevoli. Il bambino che a cinque anni costruiva i burattini per le rappresentazioni di cui faceva pagare il biglietto, aveva già chiare le sue coordinate. Che erano essenzialmente: far da sé qualcosa che piaccia agli altri e venderla per la propria e loro soddisfazione. Berlusconi, anche grazie all’amore e all’ammirazione per suo padre che lavorava in banca, ha collegato molto presto la creatività personale con la vendita. In un ideale di buona società libera: io lavoro, tu compri, noi ci guadagnamo: io soldi, tu una cosa utile e ben fatta. Il rapporto con gli acquirenti è chiaro: allo spettacolo si divertono, con i temi passano l’esame. In classe Silvio ne faceva tre e due li vendeva. Se il voto non era buono, i soldi li restituiva. Produrre, guadagnare, guardarsi in faccia, vendere, ancora guardarsi in faccia.
Il brianzolo va al mercato
Nell’immediato dopoguerra in Brianza guadagnare era necessità urgente e grave. Nulla era scontato. Senza soldi non si poteva far niente. Silvio li ha identificati con la possibilità non soltanto di vivere, ma di costruire cose nuove e belle. Ed essendo la sua una famiglia serena, una vita buona gli pareva realizzabile. Se far soldi era l’obiettivo intermedio, questo poteva e doveva essere raggiunto con un’evoluzione personale. Bello è costruire, bello vendere e aumentare il benessere anche di chi compera. Sono i prìncipi con cui fu costruita Milano Due: ti vendo sulla base del progetto, tu mi dai soldi per realizzarlo, io ci lavoro e l’investimento è proficuo per tutti. Silvio identifica creatività con benessere, infatti non vende cose, ma idee incarnate. Nei suoi affari c’è sempre una filosofia: la qualità della vita, l’opportunità, la speranza. Milano Due è stata l’idea di una città nuova, indipendente, con una qualità di vita creata apposta per i suoi abitanti. E chi ci passi può constatare come il progetto sia stato realizzato: allo Sporting si ritrova una piccola società, ci si rifugiano adulti e ragazzi, non come in un villaggio di vacanze, ma come in un luogo armonico e familiare. La forza della creatività e la fiducia in se stesso sono essenziali per Berlusconi: «Arrendersi a un senso di povertà significa reprimere volontariamente la propria vita. Chi si crede povero vede in ciò il suo destino ed è vittima della propria immaginazione che, come un sonno ipnotico, propone una descrizione mediocre del mondo alimentando nella gente una mentalità di limitazione e di scarsità. La scarsità non è la causa, ma l’effetto di un pensiero di scarsità». Si potrebbe interpretare anche in senso metaforico, ma non è così. L’idea deve proprio trasformarsi nel suo risultato tangibile, che rende possibili nuove idee che diano altri risultati… Quanti invidiano quel ragazzo sostenuto da suo padre nella realizzazione dell’idea! Non attraverso un dono o un vitalizio, ma con la partecipazione concreta alla società, garantita dalla liquidazione, frutto della sua vita di lavoro. Non si scherza, non si dipende, in quest’ottica, ma si collabora partecipando ai rischi, alla fatica, al profitto. Prima di tutto in famiglia. Non c’è da stupirsi se Silvio grandicello ancora conta sulla fiducia dovuta a chi lavora per uno scopo positivo. Non stupisce neppure che lasci sconcertati e preoccupi gli eredi del ‘68, quelli protesta e pretese, sfiducia in sé e dipendenza.
E gli italiani sperano
La struttura psichica di Berlusconi è fondata su una semplice equazione: fa cose belle e buone per la gente e la gente le vorrà. Eventuali critiche saranno sul prodotto, te le faranno in faccia, le accoglierai, oppure le discuterai. L’acquirente deve essere convinto di ciò che compra, quindi basta spiegargli bene che cos’è e rimborsare caso mai non fosse all’altezza. Berlusconi è abituato all’autonomia del pensiero e al consenso del compratore. Quindi non seduce, perché dà cose verificabili. è abituato a guidare un team occupandosene nei minimi particolari, perché alla fine risponde lui. Il popolo italiano che parla tanto a questo non è avvezzo. è avvezzo a obbedire o fingere di obbedire ciecamente. A essere complice. A essere vittima. A credere in un ideale da porsi al di là della vita terrena. A non credere in nessun ideale. Ma non a pensare autonomamente e prendersi sulle spalle i propri rischi. Non a rispettare chi nè millanta nè corteggia nè impone nè minaccia nè fa complice. La maggioranza degli italiani ha capito, sperato e votato. Ha forse sottovalutato la forza ostacolante del gruppo di chi molto parla, allenato fin da piccolo dalle assemblee scolastiche. Questo gruppo semplicemente non comprende la personalità di Berlusconi. Può credere nella buona fede di una vittima o nell’arroganza di un impostore. Farsi lusingare dalla prospettiva di dividere i guadagni di un furbo. Martirizzarsi per un’illusione futura. Adagiarsi nella dipendenza da qualcuno che “provvveda”. Ma non può vedere la buona fede di uno che sa fare e crede nella libertà. Libertà che, se realizzata, ha interlocutori o avversari, più che nemici. Gli italiani che parlano di più sono abituati a non avere avversari, ma solo nemici, ognuno con una faccia. Su cui scaraventare pomodori di nuova serie. Per queste persone, allevate spesso in famiglie in cui non si ride molto e non ci si sprona a vivere con forza la libertà, non si dà fiducia, ma sospetto a chi è riuscito. Chi è riuscito fa paura, potrebbe pretendere che riesca anche tu. Meglio la cultura del lamento e della depressione, che permette di urlare e strapparsi i capelli. Meglio, come gli antichi, trovare un capro espiatorio.
Dove trova la forza?
Come chi ha molte cose da fare, inventare, sognare, Berlusconi ha poco tempo per meditar vendette. La vendetta è il passato. Visto in questa chiave è un insulto vivente. Molto si perdona a chi molto ha da farsi perdonare, poco a chi avanza fiero e convinto. Berlusconi è semplice, diretto, facile. Per questo spesso incomprensibile da quell’italiano che viene da secoli bizantini di servitù, che, se colto, ha una formazione leguleia e pesante. Berlusconi è semplice, e grande è la minaccia della semplicità, che rischia di costringere alla trasparenza. Un sognatore realista; non è facile restarlo mantenendo il proprio sogno qualunque cosa succeda. Lui ce la fa, è coerente. Dove trova la forza? Nel suo passato. Nella costanza del piccolo gruppo degli amici di sempre, nel legame con la famiglia di origine, nella continuità con i figli. Un uomo non è impotente finché ha vivi il senso e la certezza della propria storia. Non rinnega nulla della sua storia, Berlusconi: per lui, come per gli atleti, dichiarare i primati non è immodestia, ma garanzia. Lui, agli italiani, ha mandato il curriculum, votare è un po’ come assumere. Questo non è stato apprezzato, sarebbe del resto un precedente scomodo, per chi il curriculum dovrebbe averlo e per chi lo deve valutare. E neppure è stata apprezzata la sua cortesia. Come un signore in visita, così è Berlusconi in video. Vestito con cura, con quell’aria attenta a non rovinare il salotto buono degli ospiti, così diversa dall’atteggiamento di chi è abituato a irrompere dovunque. Questo genere di considerazione per le persone cui si rivolge è troppo spesso scambiato per affettazione, per goffaggine, per seduzione. A me fa tenerezza perché mi ricorda l’educazione al rispetto e alla cortesia della mia infanzia, educazione che permetteva di definire e non invadere i reciproci spazi e di riconoscere così con chiarezza i diversi gradi di intimità e confidenza.
E le gaffes?
In un paese in cui si ritiene più educato prendersi a pugni che dire ciò che si pensa, la gaffe non è perdonabile. Nel paese degli equivoci e dei doppi sensi, la verità è la gaffe peggiore. In un paese in cui il rapporto con i politici non è diretto, lasciarsi andare a un intervallo un po’ da bar di paese, un po’ da salotto, un po’ da macchinetta del caffè, non è neppur pensabile. L’abitudine alla frase diretta e anche la formazione brianzola, schietta e in buona fede, pesa su Berlusconi, che, è vero, talora dice cose che sconcertano per una freschezza cui non si è abituati. Proprio per questo sono gaffes invece che battute o idee.
Basterebbe dare una forma diplomatica agli stessi concetti e tutto andrebbe bene. Ma Berlusconi quando parla d’impulso rivela che al fondo di lui c’è una presunzione di buona fede in sé e negli altri, di un’indulgenza, di una comunanza, come allo stadio di una volta, quando l’insulto era compreso nello scherzo. Questo è il suo punto debole. E anche la sua forza. Riuscirà a coniugare forza e sincerità con il politicamente corretto? Le buccie di banana spesso non sono neppur gialle, ma marroncine e ben mimetizzate. Berlusconi non vacilla, però talvolta il suo sguardo è un po’ triste. Credo che abbia dovuto conoscere gli uomini più di prima, e questa scoperta non rende allegro mai nessuno. D’altra parte, se si ha un ideale, bisogna anche prendere atto delle trappole d’una realtà squallida e meschina. Bisogna dedicare molto tempo a scovarle, molto di quel tempo che si potrebbe usare per migliorare la vita. Ma senza questo lavoro, si perde.
Forza, Silvio!
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