Il fu Mattia di Mani Pulite
Mattia Feltri vive nel 1993. Il giornalista de Il Foglio firma la rubrica “Mattia nel terrore” che ripercorre periodicamente l’annus mirabilis di Mani pulite. Episodi di dieci anni fa sono raccontati al presente, con l’estensore della rubrica nei panni del cronista e, grazie al vantaggio temporale di cui dispone, del deus ex machina di Tangentopoli. È l’uso intelligente del “senno di poi” o, come ha scritto il suo Giuliano Ferrara, «Mattia racconta i fatti come se ci stesse dentro con tutta l’emozione del momento, ma con il vantaggio di pescare qualche luce nel futuro che il narratore già conosce».
«Sono contento di un fatto – spiega MF – in più di 70 puntate non ho ancora ricevuto querele, solo due lettere di precisazione. Non è affare da poco, visto come siamo abituati a essere trattati in redazione dai magistrati di quegli anni». Mattia pensa a Di Pietro, il supereroe molisano in toga, che ha querelato più di quaranta volte il quotidiano di Ferrara («ma che mai ha ottenuto un euro», precisa) e che, come racconta nell’episodio dell’avviso di garanzia inviato a Bettino Craxi, riceveva in quegli anni lettere di questo tenore: «Egregio dottore, ogni giorno quando leggo La Repubblica e c’è l’arresto di un politico mi si riempie il cuore di gioia». Oggi che è in politica, il trattamento è diverso. Di Pietro ha un suo partito e un’area di consenso che va dai nostalgici manettari micromeghisti ai catari moralisti di Repubblica. È uno dei tanti cui è cambiata tutta la vita senza cambiare un briciolo di mentalità. Ma c’è anche chi ha fatto esperienze diverse.
Avevo il virus
«Il ‘93 siamo noi – ha scritto Giuliano Ferrara – e questo basta a spiegare tutto». Mattia in quell’anno era un giovane redattore del Giornale di Bergamo: «mi occupavo di giudiziaria. Certo, Bergamo non era Milano, ma il clima era lo stesso. E, a dirla tutta, anch’io mi ero preso il virus da ghigliottina». A chi non solleticherebbe l’idea di vedere il proprio “pezzo” in prima pagina, a chi non piacerebbe figurarsi un po’ come un investigatore, chi non godrebbe nel vedere il potente franare dall’altare nella polvere? «A tutti – prosegue Feltri – anche a me. C’era un potere monolitico, apparentemente eterno e arrogante; c’era la Lega che anticipava temi (il risentimento dei cittadini per le tasse troppo alte, l’esigenza di cambiare attraverso delle riforme, “Roma ladrona” e il federalismo…) che oggi ritroviamo nei programmi dei partiti della Seconda Repubblica e si esprimeva con un linguaggio immediato e aggressivo che tanto mancava a un establishment polveroso e malizioso. Dentro questo contesto c’era chi con la politica speculava, faceva affari, si arricchiva». Poi arrivò il pool di Milano. «Io non sono un sostenitore del complotto. Ma credo che i magistrati non abbiano certo agito per amor di giustizia. Si sono comportati così, hanno fatto un uso spregiudicato dei loro poteri, della carcerazione preventiva e tutto il resto, per tornaconto personale. E i giornali li hanno sostenuti».
Abbiamo il senno di poi. Perché non usarlo?
“Mattia nel terrore” è iniziato con l’informazione di garanzia recapitata al segretario del Psi, Bettino Craxi: era martedì 15 dicembre 1992, ore 13,04. Come ha raccontato nella sua rubrica: «l’avviso di garanzia a Craxi è stato commentato da tutti i direttori. Eugenio Scalfari, sulla Repubblica, ha scritto che i risultati delle elezioni e i provvedimenti giudiziari sono “due facce della stessa medaglia”, ha scritto di una “questione morale gravissima, cancerosa”, ha applaudito i giudici di Milano e di Reggio Calabria. Sulla Stampa, Ezio Mauro ha profetizzato la gogna, visto che questo è il paese di piazzale Loreto, e Craxi s’è spesso divertito “giocando con gli stivali”. Sul Manifesto, Luigi Pintor chiede lo scioglimento delle Camere, sennò siamo “alla dittatura pura e semplice”. Vittorio Feltri, sull’Indipendente, ha scritto che “mai provvedimento giudiziario fu più popolare” e ha raccontato della gente che, con uno scatto d’orgoglio, ha mollato i potenti e s’è messa con la giustizia. E ha applaudito. Sulla Repubblica c’è un’intervista ad Achille Occhetto, decisamente soddisfatto perché “per fortuna siamo alla fine del regime”. Ottaviano Del Turco, segretario aggiunto della Cgil, a chi gli ha chiesto se fosse disponibile a prendere la guida del Psi, ha risposto: “Le sembra questo il momento?”. Tuttavia, ha aggiunto di aver sempre dato la sua “disponibilità”. Leoluca Orlando, della Rete, ha detto di non essersi nemmeno emozionato; lo farà quando avrà dei guai Giulio Andreotti, perché “Andreotti è garante della mafia”. Mario Segni ha sottolineato che “la magistratura fa il suo dovere. Sono i partiti che non fanno il loro”. Forse ci siamo un po’ persi, in questa tormenta, ma a difesa di Craxi e della sovranità del Parlamento, si sono pronunciati solamente Vittorio Sbardella della Dc e Vittorio Sgarbi del Pli». Oggi, col senno di poi, potremmo chiedere scusa di quelle parole, di quelle frasi, di quei giudizi buttati in pagina? «Mi capita che qualche collega o politico mi chiami e mi chieda: “ma io ho veramente detto così?”, “ma sei sicuro che io ho scritto quella frase?”. C’è chi, penso a Ferdinando Adornato, penso a un supergarantista come Luigi Manconi, oggi impallidirebbe a rileggersi, a scoprire “come eravamo”. Ma il problema non è questo. Perché tutti abbiamo sbagliato, ma solo in pochi abbiamo avuto il coraggio di ammetterlo. Oggi sarei contento solo di una cosa: che lo si ammettesse. Mi riterrei soddisfatto se chi, allora come oggi, tanto la mena con la “supremazia morale” dicesse: “ehi, ragazzi, scusate. Sono anch’io sporco come tutti”». Insomma, il più sano di noi ha la rogna? «La febbre da piazzale Loreto l’hanno presa tutti. C’è chi ha fatto la convalescenza. E chi no».
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