Vergine e madre
Caro Direttore, quella lettera di Giussani è ben tosta. Di tutto, mi interpella di più la faccenda della verginità – maternità, della verginità madre per eccellenza. E non per una questione teorica: tutto quello che riguarda la maternità, il modo di essere madre, va per me a toccare il centro del dolore, ed è nello stesso tempo il cuore della sfida mia, oggi (madre anch’io, e, vorrei, in un modo diverso, ma, maledizione, quale?) Questo per dirti che se il mio sguardo si appunta sulle righe dalla dieci alla ventesima, all’incirca, del secondo foglio di quella lettera di Giussani, non è per esercizio intellettuale; è che in quel contrapporsi apparentemente paradossale di parole, madre e vergine, annuso qualcosa che forse mi può servire.
Dunque, dice la lettera che «Vergine madre» indica «la modalità eterna con cui Dio comunica la sua natura». «Vergine è secondo la natura dell’Essere». L’Essere dunque si comunica attraverso la verginità. In Maria, questa verginità voluta come unica modalità possibile di comunicazione della natura di Dio, si fa materna, madre del creato. Io non so andare oltre nel capire queste parole, che oppongono una strana resistenza alla comprensione puramente intellettuale.
C’è però, subito dopo, un’altra riga che dice: «non esiste nulla di più perentoriamente e definitivamente suscitato da Dio come creatore di tutto, della verginità». Il che ai miei fini rudemente pratici si potrebbe forse riassumere così: «Non esiste nulla di più perentoriamente creatore di tutto, della verginità».
Ecco, questa è una cosa ben comprensibile e concreta da portare a casa. Non esiste alcuna forma di rapporto più capace di dare vita, più fecondo, che la verginità. La pienezza colma di Dio di chi non ha bisogno di possedere ciò che ama, è l’amore più creatore che ci sia.
Mi dirai: perché ti interessa, cosa c’entri tu, che sei sposata e hai figli, con la verginità? Niente, infatti. E però più invecchio, e più mi rendo conto dei limiti drammatici del mio modo di amare. Più ripenso alla mia storia, a mia madre, e più mi pare il disastro – come quello di mille altri – di un amore materno esattamente opposto a quello verginale. Cioè dispiegato in tutta la possessività che gli è insita, e che solo una educazione cristiana può correggere. L’amore materno, lasciato alla sua istintività, è in realtà avido, vorace. Al di là di tante balle sulla dolcezza della mamma, e su come di mamma ce ne sia una sola – grazie a Dio, dico io. Le mani prima accarezzano, poi come il bambino cerca di andarsene brancolano un po’ smarrite. Spesso le dita si stringono, improvvisamente adunche, per fermarlo. Amatissimo bambino, però prima di tutto “mio”.
In casa mia, come sai, la morte di mia sorella è stata l’inizio della ribellione. Un Dio maligno aveva strappato mia sorella a sua madre. Trent’anni dopo, io ancora tremo: ad ogni malattia dei tre mi domando: e se ancora? E se succedesse di nuovo? Da dieci anni vivo come in attesa di un’imboscata, del colpo a tradimento di un cecchino nascosto. L’altro giorno in campagna ci ha sorpreso all’aperto un violentissimo temporale. Vedendo cadere i fulmini, me li sono stretti addosso tutti e tre (al cecchino nascosto: non te ne prendi uno, e, casomai, anche me). Amore materno? Non sono più ben certa che questo forsennato attaccamento sia amore. In ogni caso, pochi anni e sono grandi, dovranno andare. Ho questi pochi anni per imparare un altro modo di amare. Per allentare la presa delle dita che, lo sento, sono notevolmente adunche.
E poi, non solo con i figli. Pensa che rivoluzione: volere bene, senza la pretesa di avere in cambio, di possedere, senza aspettarti nulla. Pensa che inimmaginabile libertà.
Volere bene in un modo fecondo. Io l’ho visto con Baroncini. Lo conosco da quando mi sono sposata. C’è sempre stato per me – sia pure per maltrattarmi, ma aveva ragione – e non mi ha mai chiesto nulla. Per me è come mio padre, e credo che ne abbia cento, di figli come me. Uno che ha scelto la verginità, ha cento figli.
«Non esiste nulla di più perentoriamente creatore di tutto, della verginità». L’unica verginità a cui io posso immaginare di tendere è quella di un nuovo sguardo. Una pienezza nuova, per cui guardi le persone e le cose senza il consueto istinto di allungare la mano e stringerla.
La sola cosa di cui sono certa, è che questa pienezza non ce la si dà da sé. Poi, proprio non so. Il voler bene, è una materia che mi è alquanto oscura. Tu piuttosto, mi sembri aver fatto bei progressi, da quando quel tale t’ha detto un giorno che avresti imparato a voler bene. La differenza di scuola, sai, si avverte. Quasi con stizza: ma questo, ti chiedi, da dove cavolo viene? Beh, vedi se, anche per e-mail, ti riesce magari di insegnarmi qualcosa.
Marina
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