Le cose che ho visto

Di Tempi
14 Agosto 2003
partecipare alla vita di un popolo, fare famiglia, tirar grandi i figli nell’italia degli anni di piombo. una memoria utile a una attualità in cui bisogna ancora scegliere tra presenza e utopia. dal diario di una (ex simpatizzante di sinistra) donna cattolica (e ciellina) di Anna Ferrari

Piazza Fontana
Era dicembre. Il secondo pancione aumentava, il primo bimbo aveva due anni. Mio marito era occupatissimo, al giornale per la prima volta gli avevano chiesto di fare una copertina natalizia. Passò la notte a disegnare. Il bimbo ed io avevamo la febbre, c’era in giro l’influenza, ma non l’abbiamo mai disturbato. Ad un certo punto della mattina ricevette una telefonata e poi corse a dirmi «La copertina salta. Hanno buttato una bomba in piazza Fontana. Ci sono tanti feriti e morti. Tutto va offerto». Fu per noi il modo in cui entrammo dentro ad una tragedia che segnò il dolore di tante famiglie, il cambiamento della nostra città e della nostra nazione. Da quel momento non ci fu più tranquillità, bisognava stare attenti e prendere posizione. Si crearono correnti e gruppi, era decisamente iniziata l’epoca della paura e della violenza. Sappiamo tutto il marasma per fare giustizia. Quanto a noi, è stato importante non isolarsi, partecipare, legarsi di più con gli amici, parlare di quello che accadeva, pregare per il mondo e gli avvenimenti. Così sono cresciuta e sono rimasta parte della mia storia anche se talvolta dolorosa e non sempre comprensibile. Senza girare la faccia e conservando me stessa e il mio cammino.

I decreti delegati
Abitavamo in una zona centrale dove, grazie a un sacerdote grintoso, riempivamo la parrocchia in tanti, famiglie, studenti, lavoratori, persone di diversa attitudine religiosa, tradizionalisti o convertiti da poco. A metà degli anni Settanta ci fu la novità dei “decreti delegati”, secondo cui le diverse componenti della scuola – studenti, genitori, professori – acquistavano in essa una voce insieme ad altre presenze che incidevano nel quartiere. Si svolsero molti incontri per aiutare a capire, in scuola, in parrocchia, nei luoghi di lavoro, ma iniziò anche la lotta. Manifesti, volantini, propaganda violenta, era il clima allarmante che ci stava di fronte. I ragazzi a scuola erano i più coinvolti, divisi in parti che si fronteggiavano. I “tazebao” strappati dai muri appena attaccati, con accanimento, cominciarono vendette e pestaggi. Proprio lì da noi fu deciso di notte di chiamare gli adulti nel liceo vicino, si sapeva che la mattina dopo sarebbe successo qualcosa di grosso a scuola. E, infatti, la strada era piena di studenti, anche facce mai viste, c’erano dei camioncini pieni di cubetti di porfido e di bastoni. E ci fu lotta pesante. Alcuni grandi restarono chiusi dentro la scuola, altri furono picchiati e passavano di lì anche genitori conosciuti che borghesemente non prendevano posizione, fingendo indifferenza. Uno studente fu gravemente ferito ad un occhio. Mio marito, uno dei picchiati, andò dai carabinieri a sporgere denuncia e gli dissero: «si faccia crescere i capelli per potersi difendere meglio». Arrivato a casa decise di togliere il proprio nome dal citofono.

Il referendum per il divorzio
Ricordiamo bene il referendum per il divorzio, gli anni in cui si svolse, le questioni implicate (per alcuni un dispiacere grandissimo, per gli altri una bandiera per abolire tradizioni). La battaglia fu dura, ciascuno lottò per la propria posizione. Televisione, giornali, manifesti, e anche solo i colloqui personali, nei negozi per la strada. Era una questione politica, ma la posta in gioco era la famiglia. Anche noi in casa con i bambini in età di elementari vivevamo quei giorni con trepidazione e preparazione. Noi eravamo contro il divorzio e lo affermavamo personalmente e organizzando incontri, nelle case, sul lavoro, nelle scuole. Vinse la parte che rendeva costituzionale il divorzio. Lo sapemmo dalla televisione. E improvvisamente il nostro bambino più grande scoppiò a piangere e ci chiese: «ma come facciamo adesso, devono divorziare tutti i genitori dei miei amici?». Poteva sembrare un’esagerazione. È diventata una cultura.

Navigli e fantascienza
Tardo pomeriggio autunnale. Da casa era passata la nonna e ci aveva dato un po’ di libertà per uscire. Siccome avevamo qualche commissione in arretrato, perché non uscire, così da moglie e marito quali siamo? Prendemmo la macchina e andammo in centro. Era la metà degli anni Settanta. Ricordo ancora il cappello irlandese nuovo che misi subito in testa a mio marito. Ma era anche ora di tornare. Solo che, arrivati dove il Corso incrocia i Navigli, dall’interno della macchina ci si presentò qualcosa di fantascientifico e triste che bloccò il traffico. Era una schiera lunga e urlante di ragazzi in protesta (forse si chiamavano già extraparlamentari), studenti inseguiti da poliziotti armati e con scudi: un corteo per un’idea, a cui non eravamo ancora abbastanza abituati, ma che presto sarebbe diventato uno sfondo abituale. A me fece l’effetto di un pericolo, quasi di una guerra. Ma tornata a casa non fu come tornare in un rifugio. Perché la cosa mi riguardava. La coscienza doveva darsi una scrollata.

L’assassinio di Moro
Ero dal parrucchiere mentre aspettavo che un bimbo finisse l’ora di ginnastica. Gli altri erano a scuola. A un certo punto la radio ha smesso di trasmettere le canzoni e ha dato l’annuncio: Aldo Moro era stato rapito e trucidato con la sua scorta in via Fani, a Roma. Lui, il segretario della Dc e già varie volte capo del governo. Uscii in fretta, recuperai il bimbo e volai a casa. Per strada non c’era quasi nessuno. Era cominciata la grande paura. Gli altri bambini furono tutti mandati a casa dall’asilo e da scuola prima dell’orario solito. Ricordo un Bruno Vespa giovanissimo, smarrito ed umano che dalla televisione ci dava le notizie, quello che si poteva sapere di un tragico meccanismo ancora poco noto. Era il 16 marzo 1978. Per l’intero pomeriggio il clima restò attonito e agghiacciato, come se ognuno cercasse riparo in un rifugio isolato. Ma sul tardi ci fu la reazione. Una marea di gente andò in piazza del Duomo per dire che quella non era stata l’ultima parola, che si voleva sapere, capire, che le persone c’erano, partecipavano e soffrivano. Mio marito ed alcuni amici si presero insieme i figli maggiori e fecero la strada a piedi (e in quell’occasione avvenne qualcosa che non può essere casuale: incontrarono l’ex prete con cui c’era stato un legame profondissimo in passato, che li guardò intensamente, con affetto, loro e i bambini). La piazza era piena come se tutti avessero portato lì la parte migliore, la stessa urgenza, la stessa passione umana. Il resto è noto: il dramma umano della persona e della sua famiglia, l’atteggiamento della Dc, quelle tremende foto sui giornali, le indagini, la preghiera di papa Montini, il ritrovamento del corpo sprezzantemente portato sotto la sede del partito, la falsità e lo spavento, il senso di ingiustizia e il bisogno di pietà e solidarietà. E nella gente da una parte la voglia di cedere, dall’altra la tensione ad una società costruita su una liberazione sincera fatta da ciascuno.

La Val di Stava
Quell’anno nel luglio ’85 siamo andati in montagna a Moena in Val di Fassa con nonno e i due figli più piccoli. Avevamo vicina un po’ più in giù, qualche famiglia con cui trovarsi per gite e compagnia. Poche settimane prima proprio lì c’era stata la tragedia della Val di Stava. Dai bacini di contenimento in alto un’immensa quantità d’acqua aveva travolto tutta la valle, distruggendo alberi, strade, case e alberghi e soprattutto le persone che ci stavano dentro. Noi avevamo Anna di 14 anni e i suoi nonni in uno di questi alberghi. Spazzati via in un attimo alla loro famiglia. Un dolore grandissimo, indicibile. Per settimane si cercò nel centro di raccolta il diario della ragazzina, che non è stato trovato. E suo padre medico si era messo a disposizione nei primi momenti di soccorso per aiutare a ricomporre i pezzi delle vittime che a poco a poco venivano ritrovati. Per molto tempo le macchine che passavano a fondo valle si fermavano silenziose, qualcuno scendeva e si faceva il segno della croce, guardando il fango, il legname, le macerie, i detriti e i segni del passaggio travolgente lungo la valle. Fra le famiglie coinvolte rimase amicizia e solidarietà che le portarono poi anche ad intentare un processo ai responsabili e a vincerlo alla fine. Piccola giustizia umana. Il dolore è molto più grande. La mamma di Anna ha detto: non dovremo restare sulla terra per sempre.

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