Vanità delle vanità in fabula
IL PERGOLATO
Nel giardino il pergolato cresceva sempre più denso e più bello, appoggiandosi su un muro. Ma il muro era vecchio e i tentacoli del pergolato, dopo aver distrutto l’intonaco, erano entrati nel muro vivo. Più il pergolato prosperava, più il muro soffriva, finché un giorno il vento lo butto giù, tirando dietro sé anche il verde. «Disgraziato! Disse il muro morente, mi hai distrutto, ma sei finito anche tu nel fosso. Se avessi avuto un po’ più di riguardo per chi ti sosteneva, adesso saresti in vita».
LE PIANTE
In un grande salone facevano la loro figura delle piante e fra quelle c’era anche una pianta artificiale, sempre verde e brillante, mentre le altre vicino, secondo le stagioni, soffrivano il caldo e il freddo. La pianta artificiale cosi parlo un giorno, a una pianta viva: «Vi vedo soffrire e mi chiedo, che si aspetta a sostituirvi! Sarebbe meglio con delle piante di nuova generazione come me, sempre belle, senza aver paura del cambio delle stagioni». La pianta viva ci penso un po’ e rispose: «Noi viviamo grazie all’amore, sentimento che tu non conosci perché hai il cuore di plastica. Per quanto tu sia bella e colorita, non vedrai nessuno respirare il tuo profumo».
IL VIGNETO
In un vigneto cresceva una vite selvatica. La vite era uguale alle altre, solo che in autunno, quando l’uva maturava, i suoi grappoli erano piccini e acerbi e, naturalmente, nessuno li raccoglieva. Mentre dalle altre veniva preso il dolce frutto, così parlo la vite: «Che destino crudele il vostro, vi tagliano e vi rapiscono senza riguardo! Ecco a cosa servono le cure ricevute durante l’anno, mentre io, nulla do e nulla ricevo». La risposta la ebbe in primavera quando la estirparono con tutte le radici. Così le parlò la vite vicina: «L’avarizia estrema non paga e a volte fa perdere anche la vita».
LA QUERCIA E IL PIOPPO
Sulla riva di un ruscello crescevano una Quercia, vecchia e rugosa, e un Pioppo, bello e alto. In certi giorni sereni era solito parlare il Pioppo che, guardandosi nello specchio dell’acqua e sospirando, diceva: «Non è giusto che uno così bello come me si trovi in compagnia di una piena di rughe e gobba come te. Che oltraggio alla bellezza! Non capisco a cosa serva un albero sgraziato come la Quercia». La Quercia stava zitta e sopportava anche se non era stata lei, ma il Pioppo, a mettere radici per secondo. Un giorno venne una tempesta che faceva infuriare gli elementi e scuoteva con forza tutti gli alberi. Il bel Pioppo si ruppe e cadde per traverso, appoggiandosi su un ramo della Quercia, che così disse: «Ho sopportato tutta la vita la tua vanità; anche da morto come sei, mi tocca di sopportarti».
LE SCARPE
Le scarpe nuove presero il loro posto nella scarpiera e con orgoglio e arroganza cominciarono a parlare alle vecchie scarpe: «Non so proprio cosa fate voi qua! Il vostro posto è in cantina e non vicino a delle belle scarpe da grandi occasioni come noi». Le vecchie scarpe non risposero alle nuove maleducate. La mattina le nuove scarpe vennero calzate ai piedi e facevano la loro figura, ma orgogliose quali erano non si piegarono neanche un millimetro e finirono per dissanguare i piedi. Quando le stavano portando in cantina, le vecchie scarpe fecero in tempo a dire: «La bellezza senza la dolcezza finisce per procurare dolori, la solitudine diventa il suo Destino».
I PICCIONI E IL CANE
Dei piccioni erano scesi in un parco e stavano mangiucchiando un po’ d’erba, quando un cane che passeggiava con il suo padrone cominciò a seguirli. Infastiditi, i piccioni svolazzavano qua e là, finché uno di loro disse al cane: «Se il tuo padrone non ci dice niente, tu perché ci molesti?».
Il fuoco e lo spiedo
Il fuoco e lo spiedo un giorno si stavano vantando della propria importanza.
– Io – diceva il fuoco – sono di un’importanza vitale, senza di me lo spiedo non servirebbe a niente.
– Sentite chi parla – rispose lo spiedo – quello che nella furia che lo prende diventa cieco e brucia tutto. Senza me saresti un danno irreparabile. Io per te sono come i freni per il cavallo.
– Scusate – intervenne una pollastrella arrostita fino all’estremità delle zampe – senza me voi due non valete niente. Tu, fuoco, sei quasi morto e tu, spiedo, arruginisci nella tua inerzia.
La zucca
Il prezzo della zucca era arrivato alle stelle, tutti la accarezzavano e la guardavano con invidia e lei, che di solito era taciturna e umile, cominciò a vantarsi di fronte alle mele, le arance e gli altri ortaggi.
– Finalmente si sono accorti della mia bellezza, del mio fascino e della mia importanza. Basta con le mele e le arance, adesso siamo entrati nell’era della zucca.
Non te la prendere – disse la mela all’arancia – una zucca rimane sempre una zucca, costi due soldi o una moneta d’oro.
La rana e il coccodrillo
Una rana acrobata si stava esibendo sulla riva del fiume quando, concentrata com’era nel suo numero, non essendosi accorta della presenza di un coccodrillo, andò a finire tra le sue fauci.
– Ti prego – disse la rana, – lasciami salva la vita, non sono una rana qualsiasi, sono un’artista.
– È stata la tua arte che ti ha portata ai miei denti – disse il coccodrillo – altrimenti saresti ancora libera di nuotare il più lontano possibile da me.
Il pentimento del lupo
Il lupo tese una trappola allo stambecco. Nella zuffa che ne seguì lo stambecco riuscì a scappargli mettendosi in salvo su un masso.
– Ah! Che stupido che sono stato – diceva il lupo – perdonami, amico, perdonami, non si ripeterà più. È per via della mia infanzia: ho fatto una vita da cani. Non so cosa mi ha preso; di solito io non mi comporto così. Perdonami, ti prego ancora, perdonami!
– Vorrei credere alle tue parole – rispose lo stambecco – ma i tuoi graffi e i tuoi morsi sul mio corpo mi dicono il contrario.
Il cavallo e la volpe
Il cavallo e la volpe erano diventati amici per la pelle. La volpe che era minacciata dalla mucca chiese al cavallo di darle una lezione. L’indomani appena il cavallo si trovò vicino alla mucca le diede un calcio. L’uomo che assistette lo afferrò e lo picchiò a sangue. Quando s’incontrarono la volpe gli chiese un altro favore: stavolta doveva dare un calcio all’uomo che gli aveva sparato.
– Se per un calcio alla mucca mi ha conciato così, se lo do a lui mi uccide senz’altro – disse il cavallo – preferisco dare un calcio alla nostra amicizia, piuttosto.
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