Altro che Igor Marini!
In principio fu la diffidenza. Da destra, per la storica prerogativa italiana in base alla quale le commissioni d’inchiesta nascono con il preciso compito di non arrivare mai a una conclusione; da sinistra, per un’operazione che rischiava di scoperchiare un pentolone i cui contenuti, se svelati e comprovati, avrebbero fatto uscire a pezzi i vertici dell’Ulivo. Furono mesi di silenzio e lavoro incessante, con il Parlamento apparentemente interessato a tutt’altro e i protagonisti dipinti come instancabili dietrologi. Oggi il caso Telekom Serbia è il discrimine della politica italiana, la pietra angolare dei destini di un’intera classe dirigente, il terreno di scontro finale che porterà alla vittoria dell’accusato o dell’accusatore aprendo destini differenti per il futuro di questa legislatura e i suoi equilibri, anche istituzionali. Ci sono voluti mesi, molti mesi, prima che Ernesto Galli Della Loggia decidesse di prendere carta e penna e scrivere sulla prima pagina del Corriere della Sera quanto gli esponenti di centrodestra dicono fin dall’inizio: ovvero che, tangenti a parte, l’affaire serbo fu un colossale errore politico e finanziario del governo guidato da Romano Prodi. Prima di Galli Della Loggia ci aveva pensato Giampaolo Pansa su L’Espresso che, con coraggio, ha dedicato la sua rubrica alla necessità che Prodi, Dini e Fassino chiarissero una volta per tutte i risvolti politici di quell’operazione. Da qui, da questo preciso punto, vogliamo partire anche noi. Siamo garantisti, non da oggi e non solo a parole: quindi, per quanto ci riguarda, le accuse del super-teste Igor Marini restano chiacchiere fino a quando non troveranno un riscontro. Non ci interessano le tangenti, se mai ci sono state, non ci interessano i giri vorticosi di mediatori e procacciatori d’affari, di presunti conti e di valigette piene di contanti: no, a noi – almeno fino a quando non giungeranno dalla Svizzera le famose “carte” di Igor Marini – interessano solo i fatti, quelli acclarati. Quelli che, se la storia avesse voluto porre Silvio Berlusconi a capo del governo che benedì l’acquisizione serba, avrebbero già condotto a una sentenza di colpevolezza politica senza appello, con le truppe di Micromega e dell’Economist pronte a marciare su Arcore per collettivizzare le terre di villa San Martino e trasformarle in un kolkoz. Così non è, però: con l’aggravante che i vertici politici dell’epoca utilizzarono soldi pubblici per compiere quell’operazione politicamente rischiosa e antieconomica: si comprò a 900 miliardi di lire, si rivendette sei anni dopo per nemmeno 400: circa 500 vecchi, amati miliardi dei contribuenti gettati al vento. Perché? Loro, gli interessati, non lo dicono: Piero Fassino, sul Corriere della Sera del 1 settembre, parlava di operazione compiuta con l’avvallo della Ue e degli Usa (che, guarda caso, nella prima notte di bombardamenti sul Kosovo centrarono in pieno proprio le infrastrutture di Telekom Serbia, senza contare le allucinanti dichiarazioni di Dini che, a scandalo appena scoppiato, chiamò in causa la Cia come mandante dello scoop giornalistico) e sui cui risvolti economici il governo non mise becco e non seppe nulla. Vediamo, dunque, se questo fu davvero possibile.
Perché non potevano non sapere
Ci potremmo ad esempio chiedere come fu possibile che Fassino, all’epoca sottosegretario agli Esteri con delega ai Balcani, non prestasse attenzione alla lettera – spedita in data 13 febbraio 1997 e seguita da numerosi telegrammi – dell’allora ambasciatore italiano Francesco Bascone nella quale si evidenziavano i gravi rischi dell’operazione che si stava compiendo, tra cui quello di riciclaggio di denaro non limpidissimo, un palese vizio di legittimità dell’acquisto stesso e l’ipotesi di utilizzazione impropria del denaro italiano da parte del regime di Milosevic: come potè accadere? E come poté accadere che l’allora ministro degli Esteri, Lamberto Dini, non si sentì in dovere di riscontrare le denunce dell’ambasciatore Bascone riguardo il rischio che quel denaro servisse a finanziare la campagna elettorale – e quindi la permanenza al potere – di Milosevic? Ci sono poi le strane manovre compiute ai vertici della Stet, come ad esempio la brutale rimozione di Ernesto Pascale a quattro mesi dall’acquisizione di Telekom Serbia, operazione che riteneva anti-economica: Pascale si dice certo che il suo siluramento fu deciso da Prodi e dal suo sottosegretario Enrico Micheli per fare spazio al più “bendisposto” Tommaso Tomasi di Vignano e che il governo era al corrente di tutto, visto che dette il via libera all’operazione. Che dire, poi, delle dichiarazioni rilasciate da Mario Agliata, all’epoca direttore di Stet International, alla commissione d’inchiesta? «Sono stato precettato, a Belgrado ho agito come una penna stilografica maneggiata da chi sapeva»: chi sapeva, chi maneggiava Agliata e la sua mano? Sempre Agliata ha parlato di pressioni affinché l’operazione fosse chiusa tassativamente entro il 10 giugno 1997 e di cda clonati, quindi falsi, che deliberassero il via libera: questo è vero? è vero, inoltre, che l’acquisizione di Telekom Serbia, operazione da 1500 miliardi complessivi di vecchie lire, venne inserita nella voce “varie ed eventuali” dell’ordine del giorno del cda Stet e che la stessa non venne discussa? E come mai, come denuncia sempre Agliata, un’acquisizione di tale portata fu compiuta senza predisporre un business plan, senza compiere una due diligence (ovvero una missione di verifica sul posto per valutare le infrastrutture che si andavano ad acquistare) e sapendo che gli eventuali utili generati dalla proprietà sarebbero stati in dinari, moneta non convertibile? Ma non è tutto. A completare il quadro già inquietante dei risultati acquisiti dalla Commissione sono spuntate anche false autentiche di firme a opera di un notaio di Rotterdam, il quale ha certificato l’autenticità della firma del dottor Aldo De Sario su un verbale del consiglio di Stet International tenutosi in data diversa da quella dell’autentica a Roma e non a Rotterdam, dove De Sario ha affermato di non essersi mai recato. è possibile? Guido Rossi, all’epoca presidente di Telecom, era all’oscuro dell’operazione che non fu nemmeno discussa dal cda: dobbiamo considerare questo modo di agire prassi rituale per un’acquisizione ritenuta strategica e di quella entità economica? Ancora: se l’acquisto di Telekom Serbia non era finalizzato al finanziamento del regime di Milosevic, perché la Telecom Italia chiese al suo advisor, l’Ubs, di rivedere le stime di acquisto al rialzo? Da quando un acquirente chiede di spendere di più per un bene cui è interessato? È normale che pochi mesi dopo l’acquisizione la società di revisione Coopers&Lybrand, incaricata di certificare i bilanci della Telekom Serbia, rilevasse: «Non presentano una situazione contabile conforme a quanto prescritto dalla normativa»? In parole povere: questi bilanci sono falsi? Nell’operazione furono pagate «commissioni» per una cifra variabile fra i 30 e i 50 miliardi di lire. I percettori furono le banche Natwest, Paribas e Barclays: per conto di chi? Quando fu conclusa l’operazione, al momento del brindisi, Milosevic protestò perché i «mafiosi italiani» avevano preteso il 3%. «Poco», commentarono i suoi collaboratori: ma si trattava comunque di 45 miliardi. Dove sono finiti? Che ruolo ebbero nell’affare l’intermediario italiano Gianni Vitali, Serghej Dimitrievic attraverso l’azienda macedone Mak Environmental e Dojcilo Maslovaric, ambasciatore serbo in Vaticano? I primi due ottennero circa 50 miliardi di vecchie lire per due giorni di lavoro come consulenti: chi li nominò? Perché l’ambasciatore Bascone è stato rimosso da Belgrado e trasferito a Cipro? Perché fu sostituito da Riccardo Sessa, ex segretario di Giulio Andreotti? È vero che Maslovaric presentò Cesare Geronzi, presidente della Banca di Roma a Milosevic e che l’istituto romano gestì il lato finanziario dell’operazione? È vero che sempre Maslovaric organizzò alcuni incontri riservati a Roma fra Milan Milutinovic, ministro degli Esteri di Belgrado, e Dini?
Tra mimi e ventriloqui
Come vedete, cari signori dell’Ulivo, in queste 8000 battute non c’è nulla che riguardi Marini, nessuna illazione, nessuna rocambolesca e fantasiosa ricostruzione da spy story: solo responsabilità politiche chiare e fatti acclarati. Perché non rispondete a queste domande, invece di parlare di burattinai a Pallazzo Chigi e burattini in carcere a Torino? A ripensare a tutte queste “anomalie” tornano in mente le parole di Giorgio Vittadini al Meeting di Rimini riguardo Romano Prodi: «Il problema non sono i telefoni ma l’Alfa Romeo. Chi non ha ceduto l’Alfa Romeo agli americani l’ha uccisa… Non dobbiamo fidarci degli ex manager pubblici che ora governano l’Europa, perché ucciderebbero l’Italia». Con o senza Igor Marini.
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