La lunga marcia della sinistra
Professor Nolte, il dossier Rosenholz ha riportato d’attualità la questione dei mass media “infiltrati” dai comunisti?
In Germania non si tratta esclusivamente di infiltrazione dei media da parte dei comunisti. Per quanto riguarda il principale caso con cui sono venuto a contatto, sebbene in modo indiretto, la talpa era un mio collega alla Freie Universitaet di Berlino (l’altra università di Berlino, concorrente della von Humboldt, ndr). Trent’anni fa avevo conosciuto anche un uomo, che poi peraltro ebbe una conversione e divenne mio studente, il quale era redattore capo di un’influente rivista della repubblica federale, il quale era un membro segreto del “Partito unitario” della Ddr ed era pure un uomo d’influenza dello Stato comunista nell’Ovest. Mi pare verosimile che il dossier Rosenholz per certo non possa contenere tutti i nomi che potrebbero essere scoperti. La Ddr in fondo era lo Stato di un partito tedesco, che contava non pochi aderenti anche nella repubblica federale. Non è un mistero che il primo cancelliere socialdemocratico tedesco, Willy Brandt, sollevò il sospetto che il capogruppo del suo partito, l’ex comunista Herbert Wehner, remasse contro di lui nel parlamento “alla maniera della Ddr ”.
Esiste un periodo storico a partire dal quale questo fenomeno si è fatto evidente?
Il caso che le ho citato, quello del mio ex allievo, risale alla fine degli anni ‘50, ma il fenomeno in sé assunse una rilevanza notevole a partire dal 1968, ovvero a partire dal movimento sessantottino, la cui formazione tedesca più importante si denominò “Spartacus” (in memoria del movimento spartachista dei tempi di Rosa Luxemburg, ndr.)
In Germania vi è, come in Italia, una élite di accademici e giornalisti che si esprimono “sicut scientes bonum et malum”? Chi è il custode della “Morale” in Germania?
Siccome dal 1945 nella zona d’occupazione sovietica, con l’uso di una grande violenza ideologica e fisica, venne costituito uno Stato comunista, nella Repubblica federale per lungo tempo non vi fu un fenomeno di “marxizzazione” del mondo accademico e dei media, il che invece era un tratto distintivo della storia francese e italiana. Pertanto i “sessantottini” tedeschi rappresentavano un gruppo di soggetti, i quali tentavano di riprodurre nella loro terra quello che in Francia e Italia era ormai una realtà. Ciononostante rimase un gruppo minoritario, e la “sinistra conformista” del politically correct si sviluppò essenzialmente in relazione a tematiche come il “Superamento del passato” (la c.d. Vergangenheitsbewaeltigung) e il risalto dato ad Auschwitz, per le quali, nuovamente, non vi erano parallelismi possibili con Italia e Francia.
In Italia un certo giornalismo ex-neo-post comunista adotta la tecnica della denigrazione personale. In Germania le cose sono diverse? Dove ha le sue radici questo modus operandi?
L’accusa rivolta contro persone che si dipingono come “Fascisti”, “nazisti” o “apripista del neonazismo” dovrebbe essere ancor più diffusa in Germania che in Italia o in Francia. Ma dopo la Wende (la virata, ndr) del 1989/1990 la “rinascita”della sinistra, fino a poco prima quasi ammutolita, venne resa possibile essenzialmente dai reati “xenofobi” di giovani, che venivano attribuiti – la maggior parte delle volte senza prove certe – alla “destra estremista” e a volte anche solo alla “destra”. Prevalentemente però fu il timore nascosto dei conformisti di sinistra che l’antisemitismo nazionalsocialista potesse in qualche modo ancora essere molto diffuso in Germania, a condurre all’inasprimento del paragrafo 130 del codice penale tedesco, dedicato alla “sobillazione di popolo”. Ne consegue che in Germania oggi non c’è bisogno di essere espressamente di sinistra per appartenere, come secondo una formula di Gerhard Schroeder, agli Anstaendige, ai “decenti”.
Secondo Lei, la piega vistosamente liberal di sinistra che ha preso il giornalismo tedesco è almeno in parte da attribuire al fatto che, a partire da un certo punto in poi, per dirla con Robert Kagan, gli Usa hanno “mollato la presa”?
Attualmente gli americani stanno acquisendo notevoli quote dei media tedeschi. Non fanno mistero del fatto che intendano introdurre un livello di “obiettività” più elevato laddove ai loro occhi questa manchi. Ma questa “obiettività” non assumerà in nessun caso vesti di sinistra o marxiste, essa sarà liberale.
In Italia sono de facto “abilitati” a fare i revisionisti solo quelli che vantano delle lunghe militanze a sinistra. In Germania è così?
Anche in Germania alcuni dei cosiddetti “revisionisti” provengono dalla sinistra radicale di una volta. Parlo di Guenter Maschke, Klaus Reiner Roehl e Horst Mahler, quest’ultimo finito molto a destra e pure sotto certi aspetti ancora di sinistra. Nella storiografia poi non esiste nessuno a mia conoscenza che si autodefinisca revisionista. Tuttavia è inconfondibile una tendenza a preferire le revisioni non solo riguardo a tematiche secondarie.
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