Le Br hanno molto da temere
In base a una perentoria valutazione dell’onorevole Luciano Violante (Ds), in Italia la mafia non ha nulla da temere poiché a capo del governo c’è Silvio Berlusconi. Sarebbe sufficiente ricordare il fatto che, a dispetto di quanto accaduto sotto i governi dell’Ulivo, questo esecutivo ha eliminato il carattere provvisorio del 41 bis, ovvero del regime di carcere duro per i mafiosi. Ma tant’è. Sicuramente non si può dire che in questo paese i terroristi possano dormire sonni tranquilli grazie alla presenza del premier. Anzi. Gli arresti compiuti da polizia e carabinieri in relazione agli omicidi Biagi e D’Antona sono da un lato la dimostrazione e dall’altro la logica conseguenza di un rinnovato impulso nel lavoro di intelligence, per troppi anni lasciato “in sonno” in onore del presupposto per cui “il terrorismo era morto”. Una vittoria dello Stato ma anche del Ros, il raggruppamento operativo speciale dei carabinieri guidato da Giampaolo Ganzer, stranamente finito sotto accusa proprio alla vigilia del blitz anti-bierre per una storia di presunti abusi, tra cui peculato e spaccio di cocaina. Vediamo di ricostruire un po’ la genesi di questo rinnovato impulso nella lotta al terrore interno.
Nel corso degli anni che vanno dal 1996 al 1998, di fatto, la struttura d’elite dell’Arma era stata inutilizzata. Per il ministro dell’Interno dell’epoca, il diessino Giorgio Napolitano, l’eversione rossa era da considerarsi un’esperienza finita e la presenza stessa della sinistra al governo era la garanzia che il fenomeno sarebbe precipitato definitivamente a livelli fisiologici. Anche i servizi segreti furono indirizzati verso altri obiettivi, come la lotta alla mafia e alle altre forme di criminalità organizzata e le relazioni inviate al Parlamento da Sismi e Sisde attraverso il Copaco erano, a dir poco, molto generiche. Quasi rituali. Furono gli anni in cui quasi tutti i brigatisti uscirono dalle carceri e per alcuni di loro il ministro della Giustizia, il comunista Oliviero Diliberto, firmò provvedimenti di grazia, recepiti dal presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Soltanto con l’uccisione di Massimo D’Antona, siamo nel 1999, la sinistra si accorse che le bierre non solo erano ancora in vita ma anche pienamente operative: partì allora una lotta contro il tempo per cercare, inutilmente, di recuperare il terreno perduto. Le divisioni Digos vennero riabilitate e poste in condizione di poter finalmente compiere il loro lavoro ma non furono superati gli attriti fra polizia e carabinieri, così come il loro rapporto conflittuale con il Sisde. Guarda caso dal 2001, ovviamente anche sotto l’impulso dell’11 settembre, il rilancio in grande stile della lotta al terrorismo è stato una delle linee guida dell’operato di Claudio Scajola prima e di Beppe Pisanu poi. Con loro al timone del Viminale non si sono più verificate fughe di notizie di valore rilevante come invece accadde più di una volta durante il mandato di Enzo Bianco e, soprattutto, il governo è riuscito – non senza sforzi – a far sedere attorno allo stesso tavolo forze di polizia e intelligence. Stop alle guerre tra cordate, responsabili di rallentamento dei lavori e frammentazione delle indagini e stop anche alla sovrapposizione di fascicoli e di inchieste in varie procure, prassi che generava quasi sempre la pubblicazione delle notizie riservate sulle prime pagine dei giornali. Due gli esempi che meglio di tutto possono dare un’idea della svolta avvenuta nella lotta al terrorismo. Il primo riguarda la precisione quasi millimetrica delle ultime analisi del Sisde. Le Br-Pcc erano un gruppo quasi familiare formato da pochissime persone che non cercano agganci con nessun altro gruppo terroristico, interno o estero. Una ricostruzione perfetta che il Sisde ha compiuto copiando quasi integralmente la struttura del terrorismo greco, soprattutto del gruppo “17 novembre”: pochissime persone, spesso legate da parentela, che colpiscono di rado. Il secondo riguarda invece il depistaggio che sta alla base dell’operazione che ha portato all’individuazione del gruppo brigatista ricostituitosi sull’asse Roma-Firenze. Fin dall’arresto di Desdemona Lioce gli investigatori hanno sempre sostenuto che i cellulari e le agende palmari sequestrati a lei e al compagno ucciso nello scontro a fuoco con la polizia, Mario Galesi, seppur importanti non avevano fornito molte informazioni. Le password infatti erano di nuovissima generazione e i brigatisti le avevano blindate con una serie di trucchi telematici da veri esperti di informatica. In realtà qualche mese fa gli esperti dell’antiterrorismo erano riusciti a decifrare il sistema messo in piedi dai due terroristi, ma gli investigatori hanno continuato a far credere diversamente. Un autorevole quotidiano, poi, aveva rilanciato in prima pagina il “depistaggio”, sostenendo che polizia e carabinieri non erano riusciti a ricostruire la memoria dei cellulari e delle agende.
Merito di una nuova guida delle forze di polizia ma anche dell’aumento delle investigazioni antiterrorismo del Ros dopo i fatti di Genova, soprattutto nel mondo no global: scartati i gruppi storici, il raggruppamento speciale dell’Arma ha lavorato per mesi e mesi su alcune sigle e centri sociali romani. Lunedì scorso la notizia che un leader dei Disobbedienti della capitale risulta indagato nell’inchiesta sulle nuove Br: apriti cielo, per Luca Casarini si tratta di un «complotto contro i no global». Che strano, però: mercoledì 22 ottobre, tre giorni prima del blitz antiterrorismo, Repubblica pubblicava con grande evidenza (e malcelato sdegno) in prima pagina le conclusioni dell’inchiesta milanese contro i vertici del Ros. «Associazione criminale nel Ros», gridava il giornale di piazza Indipendenza: ma perché proprio ora, visto che il quotidiano milanese Il Giorno aveva anticipato la stessa notizia un mese prima? A chi – e perchè – dà fastidio il Ros che indaga dove prima era vietato?
Chi tocca il welfare, muore.
Eppure era stata proprio Repubblica, all’indomani dell’omicidio Biagi, a riportare in prima pagina queste parole attribuite a un investigatore dell’antiterrorismo: «Esiste un network malato, autistico, del sindacalismo di base che, pur radicalizzandosi, non ha mai interrotto il dialogo con i soggetti istituzionali del conflitto sociale: ministero del Welfare e sindacato confederale. è un area circoscritta di addetti ai lavori, mimetizzata e resa impermeabile dalle sue doppie e triple appartenenze, da professioni esercitate alla luce del sole, capace di assumere informazioni sconosciute ai più, perché a quelle informazioni ha accesso. Capace di convincersi, non a caso, che il “nemico” è proprio negli attori di questo conflitto: il sindacato e i consulenti del ministero. Chiamatele pure come vi pare: talpe, infiltrati… La sostanza non cambia: gli assassini di Marco Biagi e, verosimilmente, di Massimo D’Antona odiano chi “vedono” e si nascondono in questo network. Una decina di sigle, non di più. La nostra paura è che oggi a morire è stato un professore. Domani, potrebbe essere un sindacalista». è passato un anno e mezzo, da allora, ma nel mirino dei brigatisti c’era ancora un giuslavorista, un professore, uno studioso: Antonio Martone, presidente della Commissione di garanzia per l’esercizio del diritto di sciopero. La sua colpa: occuparsi di welfare e lavoro, materia che – come i fili dell’alta tensione – provoca la morte di chi si azzarda a metterci incautamente mano. Un intreccio inquietante, soprattutto alla luce degli arresti compiuti e delle parole, profeticamente puntuali, del segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, a detta del quale non si può escludere che le nuove Br possano annidarsi all’interno del sindacato. A tal proposito, il 9 ottobre scorso Angeletti ha redarguito i sindacalisti che usano toni accesi e offensivi nei comizi e nelle dichiarazioni: «Si gestisce il linguaggio con una certa superficialità che però rischia di essere pericolosa». Parole che non uccidono ma che condannano, insomma. Se non alla morte, certamente a una vita blindata come quella vissuta da chiunque si occupi di queste tematiche: la legge Biagi, operativa da una settimana, è nata dal sangue del suo inventore. Era il 30 giugno 2002 e Franco Debenedetti, senatore liberal dei Ds, ricordava sul Corriere della Sera: «Ero presente a un convegno di quest’anno a Torino, all’Unione industriali: Cofferati accusò Marco Biagi di collateralismo con le posizioni di Confindustria. Alla fine Stefano Parisi gli sussurrò “Questa volta l’hai fatta grossa”…». Parole che non uccidono, appunto. Ma che, quasi certamente, condannano.
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