Oh bella ciao
Due libri appena usciti hanno messo a soqquadro certezze e luoghi comuni sulla Resistenza in Italia. Il primo è di Ugo Finetti, La Resistenza cancellata, Edizioni Ares; il secondo lo ha scritto Giampaolo Pansa, Il sangue dei vinti, Sperling&Kupfer Editori. Sul racconto di Pansa, dettagliato fino all’ossessione cronistica, infuria una polemica durissima, con le “vestali” della “vulgata” storica resistenziale che si sentono offese e reagiscono in modi scomposti. Sul testo di Finetti c’è un understatement, un sottotono voluto e guardato a vista.
Cosa fece il Pci dopo il 25 aprile
Ne Il sangue dei vinti, Pansa ha il pregio di riordinare e di dare forza editoriale a centinaia di pubblicazioni, di testimonianze, apparse e poi rapidamente scomparse, sulla vendetta contro i fascisti dopo il 25 aprile del 1945. Ne La Resistenza cancellata, Finetti non si iscrive al “partito storico” revisionista, ma rivaluta la vera radice della Resistenza che secondo l’autore non nasce solamente dal campo comunista, ma soprattutto da forze democratiche, da ceti popolari, dai militari dell’esercito sbandato dopo l’8 settembre. Forze diverse che il Pci, attraverso gli intellettuali comunisti e quelli filocomunisti, ha sempre temuto, osteggiato e appunto cancellato dalla storia, consegnando alle generazioni del dopoguerra una visione parziale, rimaneggiata e rielaborata della lotta antifascista in Italia.
C’è un comune denominatore nei due libri. Pansa nel suo “prologo” scrive: «Ho dovuto camminare sulle sabbie mobili di fatti lontani che spesso hanno lasciato poche tracce. Fatti che la storiografia antifascista ha quasi sempre ignorato di proposito, per opportunismo politico o per faziosità ideologica». Scrive nella prefazione al libro di Finetti, Sandro Fontana: «Il fatto è che la ricostruzione parziale e settaria della Resistenza… ha finito col trascurare il ruolo di tutte le formazioni partigiane che non si riconoscevano nella direzione politica del Pci, il quale si sentiva allora impegnato non solo e non tanto a liberare l’Italia dai nazifascisti, quanto a organizzare l’insurrezione armata per la conquista del potere secondo il modello sovietico». Il comune denominatore tra i due libri sta appunto nella denuncia della gestione, prima e dopo il 25 aprile 1945, fatta dal Pci nella lotta antifascista.
Il conto degli sconfitti
Nei due testi non c’è una storia revisionata, bensì una storia rivelata. Giampaolo Pansa, nella sua incalzante cronistoria di fatti efferati commessi contro i fascisti (e contro tanti sacerdoti) dopo il 25 aprile, non si distrae affatto dal contesto, come qualche “vestale” resistenzial-comunista gli rimprovera. Al contrario, spiega gli antefatti sanguinosi compiuti da fascisti e nazisti per cercar di comprendere le ragioni della ferocia vendicativa. Uomo di sinistra da sempre, grande giornalista che non ha mai nascosto le sue simpatie politiche, Pansa lascia all’interlocutrice immaginaria del libro la spiegazione della sua ricerca: «Il nostro traguardo erano la libertà, la giustizia sociale, la pace, per questo avremmo dovuto essere meno rabbiosi nella vendetta e più magnanimi nel presentare il conto agli sconfitti». Ugo Finetti, una storia di sinistra fin da ragazzo alle spalle, socialista autonomista e politico a tempo pieno per un lungo periodo, offre un quadro più ampio dei protagonisti della Resistenza.
Tocca ora agli insegnanti delle nostre scuole, se formazione ed educazione hanno ancora un significato in questo paese, confrontare i testi della “vulgata”, come scriveva Renzo De Felice, con queste nuove rivelazioni più ordinate e sistematiche.
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