L’inferno di Kolyma
«I morti scivolavano giù per la china della montagna, svelando il segreto di Kolyma…
Il gelo perenne serba i segreti e li svela. Tutti i nostri compagni morti a Kolyma, tutti quelli che vi furono fucilati, martoriati, finiti a goccia a goccia dalla fame, tutti costoro potranno essere identificati, magari tra decine di anni…
Nel ’38 alle miniere d’oro intere brigate furono addette alla costruzione di quelle tombe, a trivellare, scavare incessantemente, a creare sempre più in profondità enormi crudeli abissi freddi di pietra grigia…
Queste tombe, enormi fosse di pietra, furono riempite fino all’orlo di cadaveri. Cadaveri che non temevano la decomposizione perché erano ridotti a scheletri ricoperti di pelle, di pelle sudicia, squamosa, morsicata dai pidocchi.
La pietra, il Nord si opposero con tutte le loro forze a questo lavoro dell’uomo, rifiutando di accogliere i cadaveri nelle loro viscere. La pietra, che vinta e annientata cedette, promise di non dimenticare nulla, promise di attendere e custodire il segreto. Gli inverni rigidi, le estati torride, i venti e le piogge in sei anni riuscirono a strappare i morti alla pietra. La terra si aprì, mostrando le sue risorse sotterranee: infatti nel sottosuolo di Kolyma non v’è solo oro, stagno, tungsteno e uranio, vi sono anche corpi umani incorrotti. Quei corpi scivolavano giù per la china preparandosi, forse, a risorgere».
V. Salamov
“Prestiti e noleggi”, in “Racconti di Kolyma”, Londra 1978
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