Io, militare italiano in Pakistan

Di Riccardi Fulvia
20 Novembre 2003
L’attentato di Nassiriya ha fatto cadere il velo di falsità e ipocrisia che in questi anni ha circondato le nostre missioni all’estero.

L’attentato di Nassiriya ha fatto cadere il velo di falsità e ipocrisia che in questi anni ha circondato le nostre missioni all’estero. Purtroppo ci è voluta la morte di 19 di noi per capire che si è abusato della parola “peacekeeper” associata a soldato italiano, carabiniere o altro uomo/donna delle Forze Armate. Il fatto di essere un “portatore di pace” sembrava metterlo al riparo dai rischi che ogni missione comporta, sia essa umanitaria o meno. La strage di Nassiriya, come tutti i caduti nelle altre missioni, dal Libano al Kosovo, dalla Somalia alla Bosnia, ha messo in evidenza che di pace si può anche morire. Cosa ci spinge a dare la vostra disponibilità a partire? Sarebbe ipocrita negare che, come in ogni altro mestiere, oltre all’aspettativa di un’esperienza professionale unica, abbiamo normali motivazioni economiche e di carriera. Però ve ne sono anche di carattere ideale e personale, come dimostrano i resoconti giornalistici sui nostri compagni caduti in Irak e sulle loro famiglie. Le storie, le facce, le famiglie dei morti le abbiamo conosciute, e mai ci potremo dimenticare il generale che ha perso figlio, la moglie del vice brigadiere che con la figlia piccola è stata ricevuta dal Papa. La morte dei nostri connazionali mi ha fatto rivedere la scala dei valori con i quali ogni giorno devo fare i conti. La vita, la famiglia, i soldi, il bene, la solidarietà, la salute, valori che dopo Nassiriya vedo con una prospettiva differente. Solo adesso mi rendo davvero conto che, come soldato facente parte di forze di “peacekeepers”, ho scelto di mettere in gioco la vita. Non che io sia un superman. È che lavorando intensamente e senza secondi fini per una giusta causa, uno non ci pensa, non pensa al rischio che corre, non pensa che tutto è nelle mani del Signore. Quante volte viaggiando da Pristina a Pec la mia vita, come quella delle persone che viaggiavano con me, è stata a rischio? Molte, moltissime. Ambiente non facile, rischio giornaliero di scontri tra serbi e albanesi con pericolo di esere coinvolti, zone minate con il rischio di saltarci sopra, ambienti contaminati di sostanze che ancora oggi non sappiamo cosa fossero. Solo ora sono consapevole della mia fortuna: sono sempre riuscito a tornare a casa. Mentre i 19 nostri connazionali sono tornati dentro le bare. Piango e prego per le anime dei morti di Nassiriya, sono vicino alle loro famiglie, sono vicino all’Arma dei carabinieri e all’Esercito italiano.
Testimonianza di un maresciallo italiano a Islamabad raccolta da Fulvia Riccardi

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