Il lavoro della pace

Di Raimondi Luca
20 Novembre 2003
Mercoledì scorso la realtà della morte ci ha toccati da vicino

Mercoledì scorso la realtà della morte ci ha toccati da vicino, svegliandoci dal torpore dell’assuefazione alle notizie, purtroppo quotidiane, di attentati in Medio Oriente. Si è così dissolta l’idea di pace alla quale vorremmo abituarci: una pace così astratta e ideologica (per cui basta appendere una bandiera) da diventare irrealizzabile e improponibile. Essere realisti implica invece una cosa diversa. Appare chiaro che all’Irak non servono facili istinti pacifisti o idealismi, ma un reale impegno di costruzione di pace, di cui il primo passo è la ricostituzione della coscienza di popolo degli irakeni, un popolo che per decenni ha dovuto rinunciare alla propria identità e libertà. Tutto ciò è impossibile senza il diffondersi di un profondo senso di responsabilità, tra gli iracheni e tra di noi. È evidente che ritirarsi oggi sarebbe una sconfitta per tutti: la pace non è una sorta di felicità tanto perfetta quanto introvabile, ma un metodo di lavoro che richiede il sacrificio personale e che non può rifiutare la realtà del male, del dolore e della morte.

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