Fuga dal pensiero unico
Lunedì 10 novembre il quotidiano Libération pubblicava un articolo che metteva in evidenza la crisi dell’associazione francese Attac, uno dei pilastri del movimento no global. Per dare un’idea del clima, uno degli amministratori dell’associazione spiega al quotidiano che il proprio presidente, il comunista Jacques Nikonoff, «è un presidente totalitario». Un bel complimento, per un’associazione che dice di voler sviluppare nuove forme di democrazia. Ma l’articolo di Libération non piace ai dirigenti di Attac, che decidono di pubblicare via Internet un comunicato che accusa il quotidiano, da sempre vicino alla sinistra, di «voler destabilizzare Attac» e qualifica il giornale, tra le altre amenità, come buono al massimo per incartare il pesce.
Il loro mondo possibile
La risposta di Libération non si fa aspettare: «Confortando la nostra inchiesta, questo comunicato (di Attac, ndr) illustra il clima di paranoia che regna nella direzione di Attac, che si crede vittima di complotti di ogni tipo. E la dice lunga su “l’altro mondo” mediatico che sognano i suoi autori. Un mondo dove ad un giornalista sarebbe intimato di rivelare le sue fonti (cosa contraria alle più elementari regole della deontologia professionale), un mondo dove la critica sarebbe vietata. Insomma, un mondo dove lo stesso esercizio della pratica giornalistica sarebbe impossibile».
Dibattiti e altre iniquità
A questa vicenda edificante si possono aggiungere gli applausi scroscianti riservati dagli altermondialisti a Tarik Ramadan, teologo islamico che solo pochi giorni fa, il 5 novembre, ha scritto, a proposito della lapidazione, che «non è mai applicabile», proponendo di «aprire un dibattito nel mondo musulmano». Nel frattempo, suggerisce Ramadan, si potrebbe avviare una moratoria sulle «pene capitali e sulle pene corporali perché la loro applicazione è assolutamente iniqua e colpisce esclusivamente i poveri e le donne». Nessuna traccia di una condanna di principio per una pratica criminale e anacronistica come la lapidazione, ma solo il fastidio per una mancanza di equità, lasciando così supporre che per il signor Ramadan sarebbe bene se anche i ricchi e gli uomini potessero essere lapidati.
Scrutiamo il reale
Tutt’altra aria è soffiata invece dalle parti di Deauville, in Normandia, dove si è svolto il colloquio L’espace de l’impossible. Ad esso hanno partecipato Philippe Raynaud, Jean-Pierre Le Goff, Gilles Casanova, Hubert Védrine, Alain Besançon, Alain Finkielkraut ed altri.
Elisabeth Lévy, giornalista e segretario generale della «Fondation du 2 Mars» che ha organizzato il colloquio, su Le Figaro Magazine ha spiegato le motivazioni all’origine dell’iniziativa: «La riunione di Deauville non è che uno dei numerosi sintomi della disfatta di tutti quelli che con anatemi e scomuniche hanno cercato, inutilmente, di far rientrare nei ranghi quelli che non la pensano come loro, e che rifiutano di conformarsi all’organizzazione binaria nella quale non trovano posto né le sfumature né la complessità». Elisabeth Lévy spiega che l’obiettivo è il «cercare la verità nello scontro delle argomentazioni piuttosto che nella litanìa delle condanne, decifrare l’epoca scrutando il reale piuttosto che proiettandovi i propri fantasmi e le proprie certezze ideologiche». Nel loro manifesto, le personalità che hanno animato Deauville si presentano come «intellettuali che stimano che la nazione costituisce oggi il quadro più chiaro e più operativo dell’azione politica. Respingendo naturalmente l’ubris nazionalista, constatano che questa eredità comune e questo destino condiviso costituiscono la mediazione verso l’universale, a cui nessuno fra loro intende rinunciare». Di loro torneremo a parlare.
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