Il partito regressista italiano

Di Tempi
27 Novembre 2003
Una cosa stupisce, se ci pensate bene, leggendo i dati sull’analfabetismo di ritorno in Italia

Una cosa stupisce, se ci pensate bene, leggendo i dati sull’analfabetismo di ritorno in Italia (cfr. Casadei a p. 4) e su quel deserto di capitale umano (ci sono meno diplomati, laureati, ricercatori nell’Italia di oggi rispetto a quelli che c’erano nell’Italia degli anni Sessanta): dov’è quel progresso umano, culturale, democratico, antifascista e di emancipazione dallo “stato di cose” dei reazionari anni ’60? Dov’è quel progresso che sarebbe cominciato col ’68 e che si sarebbe compiuto con la rivoluzione dei diritti crescenti? In cosa hanno fatto progredire realmente il paese gli intellettuali gramsciani che si vantano di essere il meglio della nazione e si sono tenuti insieme, in questi trent’anni, promuovendosi nelle carriere in case editrici, discografiche, politiche, accademiche, sindacali, giornalistiche, giudiziarie? Cosa hanno prodotto in termini di pil economico e culturale le corporazioni di illuminati che si sono fatti venditori casa per casa, scuola per scuola, fabbrica per fabbrica, di invisibili tessere di una invisibile società progressista? I dati sono lì, ciascuno può cominciare a leggerli su queste pagine. E la prossima settimana, quando squaderneremo in un libello i risultati di indagini scientifiche sul “capitale umano” in Italia e in Europa, potrà fare ulteriori riflessioni. Sentiamo già le giaculatorie pseudopasoliniane. Colpa della Tv e dei consumi. Colpa della mutazione antropologica degli italiani indotta dall’americanismo e dalle multinazionali. Eh, no, cari moralisti di posa innocente e virtuosa. No, perché in Gran Bretagna (come in tutte le altre democrazie occidentali, compresa Spagna, Grecia e Portogallo che ci sopravanzano ormai in quasi ogni comparto) i consumi, la Tv, la secolarizzazione dei costumi sono fenomeni molto ma molto più avanzati che nella mediterranea Italia. Eppure là leggono, là fanno ricerca, là investono sui giovani, là (per esempio dove governa la sinistra alla Blair) si sono già posti da tempo come priorità ciò che la sinistra italiana ha messo da tempo in soffitta, cioè gli investimenti in educazione, istruzione, conoscenza. Il ’68 è fallito e, adesso che i suoi vecchi esponenti continuano a riciclare la stessa vecchia utopia – che è marcia e riscaldata, ma che è soprattutto potere, denaro e menzogna di giornali, magistrati, intellettuali – rischia di far fallire l’Italia intera. Leggete qui Finkielkraut. Se l’Europa è ridotta a “un’amministarzione casalinga” disposta a difendere soltanto una bella pensione e una buona morte, l’Italia rischia di diventare neanche un villaggetto sul Nilo. L’Albania, probabilmente. Se a fronte dei problemi immani che abbiamo, la sinistra più decente, quella realista e riformista, non avrà finalmente il coraggio di dire e fare quello che pensa, invece di correre dietro alle Sabine e alle Ilde – si guardi intorno, registri bene cosa passa per il mondo – ci aspettano tempi davvero bui. Ovviamente questo è anche il problema delle forze politiche governative; invece che alle baruffe chiozzotte, esse dovrebbero puntare al massimo delle riforme e all’unità necessaria per realizzarle. Ed è il problema di Berlusconi. Che se non farà le riforme, avrà fatto solo il postino. Avrà preso l’Italia dai comunisti, per restituirla ai comunisti.

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