Declino italiano
Divenire l’economia basata sulla conoscenza più dinamica e competitiva del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro ed una maggiore coesione sociale». Nel marzo del 2000, riunito a Lisbona, il Consiglio Europeo formulò questo ambizioso obiettivo per i paesi dell’Unione Europea all’orizzonte dell’anno 2010. C’è un paese in Europa che sicuramente fallirà la missione: l’Italia. Più che lottare per il titolo mondiale dell’economia della conoscenza, il nostro paese deve impegnarsi per non retrocedere in serie B, fra i paesi a basso sviluppo tecnologico.
L’Italia, infatti, presenta un pronunciato ritardo nella formazione del suo capitale umano nel confronto con gli altri paesi industrializzati. Il deficit è constatabile sia quando si prende in considerazione l’insieme dei paesi della Ue, sia quando si raffrontano i dati italiani con quelli degli altri paesi dell’Ocse. Che si tratti dei diplomati della scuola media secondaria o dei laureati nelle università, della spesa per l’educazione terziaria o dell’investimento nella Ricerca (R&D), della percentuale di scienziati, ricercatori, laureati scientifici ed ingegneri sul totale degli occupati o del numero di coloro che leggono libri e giornali, i dati italiani compaiono puntualmente nelle zone basse delle classifiche, e spesso all’ultimo posto.
1. L’istruzione secondaria superiore
La percentuale di italiani che dispongono di un titolo di studio secondario superiore è di 18 punti inferiore alla media europea: 43% contro 61%. Su questo divario pesano molto i valori delle generazioni più anziane, che non hanno goduto del processo di scolarizzazione di massa, iniziato in Italia soltanto negli anni Sessanta del secolo scorso, cioè con molto ritardo rispetto alla maggior parte degli altri paesi industrializzati. Questo fatto tuttavia non spiega e non giustifica tutto. Il differenziale fra il dato italiano ed i dati Ue ed Ocse è certamente più accentuato per quanto riguarda le classi di età fra i 55 ed i 64 anni: 22% di diplomati in Italia contro una media Ue del 45% ed una media Ocse del 49, dunque 23 e 27 punti di differenza. Ma resta forte anche quando si considerano le classi di età 25-34 anni, che pure hanno vissuto in epoca di scolarizzazione di massa: in tale fascia gli italiani diplomati alle superiori sono il 57%, contro una media Ue del 73% ed una media Ocse del 74%: 16 e 17 punti di differenza.
2. Insufficiente competenza alfabetica funzionale
Secondo l’Adult Literacy Survey, 1994-1998, i due terzi della popolazione italiana fra i 16 ed i 65 anni presentano «un’insufficiente competenza alfabetica funzionale». Metà di loro sono in condizioni di «alto rischio alfabetico», cioè non riescono a servirsi del linguaggio scritto per comprendere, utilizzare o formulare messaggi scritti che richiedano una organizzazione del discorso anche solo modesta; l’altrà metà di loro si trova in condizioni di «medio rischio alfabetico», possedendo un patrimonio di competenze di base insufficiente per svolgere un ruolo attivo e consapevole nella società. La media Ue dell’insufficiente competenza alfabetica funzionale è del 49%, 17 punti in meno del dato italiano (che è 66%).
Possono essere considerate un riscontro ed una conferma di questa larga diffusione dell’incompetenza alfabetica funzionale in Italia le statistiche sulla diffusione dei quotidiani e sulla lettura dei libri in Italia. Con 102 copie di quotidiani diffuse ogni mille abitanti (anni 1998-99) gli italiani leggono meno quotidiani degli spagnoli (106), dei francesi (149), degli statunitensi (202), di tedeschi, austriaci e britannici (300 e oltre), di svedesi e finlandesi (400 e oltre), di giapponesi e norvegesi (600 e oltre). Le persone che in Italia dichiaravano di aver letto almeno un libro non scolastico nell’anno precedente erano, nell’anno 2000, il 38,3%. Ma in Grecia (!) erano il 42%, in Portogallo il 44, in Spagna il 45, in Irlanda il 67, in Francia il 69, in Germania il 72, in Svizzera il 74, nel Regno Unito il 76, in Danimarca il 77 in Norvegia il 78 ed in Svezia l’80. Librai, editori, autori e giornalisti sono avvertiti: l’Italia è «terra di missione».
3. I deficit della formazione universitaria
L’evoluzione del sistema universitario in Italia nell’ultimo mezzo secolo mostra una forte espansione quantitativa della domanda di formazione superiore a cui non è corrisposta una capacità delle istituzioni di fornire risposte all’altezza della sfida, anche per ragioni non direttamente dipendenti da mancanza di competenza e di volontà di governi e ministri.
In Italia la percentuale dei laureati rispetto agli immatricolati di cinque anni (o sei o sette a seconda del corso di laurea) prima è scesa dal 62 % del 1970 al 42% del 2000. Il tasso di abbandono degli studi è attorno al 60% (e a metà degli anni Ottanta aveva toccato il 70%). Il numero dei fuori corso, cioè degli studenti che non completano il ciclo di studi nel tempo previsto, è passato dal 17% del 1970 al 41% del 2000, record mondiale assoluto.
Successivamente alla liberalizzazione dell’accesso all’università deciso nel 1969, il numero degli iscritti è esploso ed è continuato ad aumentare negli anni nonostante la transizione demografica che ha portato l’Italia a diventare un paese con tassi di crescita della popolazione negativi. L’Italia ha realizzato l’“accesso generalizzato” all’università, ma non l’“educazione di massa”. Gli immatricolati sono passati dal 9% di tutti i 19enni nel 1960 al 26% nel 1985, fino al 52% nel 2001. A causa di questo trend sono quasi sestuplicati, passando dai 310mila del 1960 a 1 milione e 700mila nel 2001. Tuttavia la parte dei laureati sia sul totale della popolazione adulta in età lavorativa (25-64 anni) che nella fascia d’età fra i 25 ed i 34 anni non è aumentata significativamente, e resta la più bassa a confronto con quella degli altri paesi industrializzati: nel primo caso è del 10% contro una media Ue del 23%, nel secondo è del 12 contro una media Ue del 29% (nei valori Ue sono calcolate anche le lauree brevi, che in Italia sono solo all’inizio). L’Italia, insomma, presenta tassi che gli altri paesi industrializzati avevano alla fine degli anni Cinquanta. Nell’ultimo decennio il dato relativo ai laureati è un po’ migliorato, ma il differenziale con la media Ue non è cambiato: nell’anno 2000 ha conseguito la laurea il 19% degli appartenenti alla coorte di età interessata, ma la media Ue è stata del 36%: i 17 punti di distacco restano immutati.
4. Il deficit nell’ambito
della Ricerca
La voce più allarmante di tutto il deficitario capitolo del capitale umano in Italia è quella della Ricerca. La spesa italiana in R&S, sommando contributi pubblici e investimenti privati, era pari all’1,04% del Pil nel 2000 (ultimo dato disponibile); in quell’anno la media Ue era quasi il doppio: 1,93 % del Pil continentale. Nei paesi del G7 la spesa è 2,98% del Pil in Giappone, 2,69% negli Usa, 2,52% in Germania, 2,13% in Francia, 1,84% nel Regno Unito). Nel periodo 1995-2000 siamo stati il paese industrializzato che meno ha aumentato la sua spesa R&D: 1,2% all’anno in termini reali contro il più 5,7% degli Usa, il più 3,5% della Germania, il più 2% della Francia. L’incremento medio annuo Ue è stato del 3,4%, quasi il triplo di quello italiano.
Siamo anche l’unico paese che fra il 1991 ed il 1999 ha visto diminuire il numero assoluto dei suoi ricercatori: meno 14%, mentre nella Ue globalmente considerata aumentavano del 24% e negli Stati Uniti del 26%. Oggi l’Italia ha due quinti dei ricercatori che hanno Francia e Regno Unito (64.886 contro 160.424 e 164.040 rispettivamente) e appena 3.500 in più della Spagna, che all’inizio del decennio ne aveva poco più della metà di noi. Economia della conoscenza? Lasciamo perdere…
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