E la straniera disse: “Sono con te Albania”

Di Clirim Muca
27 Novembre 2003
Diario di un ex clandestino a Milano. Che torna in patria e racconta il suo viaggio. La speranza? è gente come padre Zef. O come le donne musulmane della scuola cattolica di Valona. è la Chiesa. Garante di libertà e di educazione per il popolo

Quando sorvoli l’Albania, ti impressiona la bellezza della costa e la campagna tutta verde e ordinata. Dopo cinquant’anni di collettivizzazione forzata, i contadini avevano disimparato a lavorare la terra. Ritorno nel paese natio. Sono arrivato in Italia da clandestino agli inizi degli anni ’90. Ricordo tutto: le notti passate all’addiaccio, sui vagoni in stazione centrale a Milano, tra il popolo dei disperati. Scappavo da un immenso lager che in cinquant’anni ci aveva dato parole elevate – Socialismo! Giustizia! Progresso! – e miseria oltre ogni immaginazione possibile. Scappavo, e provvidenza ha voluto che l’incontro con un prete – e poi con un professionista, seguace di don Giussani, che mi ha dato fiducia – mi abbiano salvato la vita. Oggi ho una famiglia, due figli, un lavoro. Mi sono battezzato cristiano. E mi sento italiano.

Andare a cachi, difendere la scuola
Torno in Albania e il viaggio dall’aeroporto al centro di Tirana è un lunga nuotata nei problemi della famiglia del taxista. Rallenta vicino a dei bambini. Saluta. Mi chiede se voglio comprare dei cachi. Chi li vende è un suo nipote. Dovrebbe andare a scuola e invece è lì, lungo la strada, a vendere cachi. Inizia un racconto sugli insegnanti negligenti che lavorano solo per intascare soldi e ubriacarsi al bar. «L’abbiamo difesa con le armi, la scuola, nei disordini del 1997. C’era gente che la voleva bruciare. Sai, anche gente del paese. I vetri nelle finestre li abbiamo comperati noi genitori, perché dalla direzione scolastica nessuno si è mosso. Ci siamo autotassati per comperare i vetri e quando fa freddo portiamo la legna per riscaldare gli ambienti. Tu li cresci, i figli, li porti a scuola, e là ti si ammalano. Adesso la stanno imbiancando, chi sa quanti soldi ci ruberanno».

Tirana. Tra potere e popolo
Tirana! Ecco Tirana! La capitale. Una volta, da vero sovrano della città che mi sognavo di essere, mi vergognavo dello squallore delle strade. Adesso vedo strade larghe, un po’ polverose ma pulite. Come per incanto sono spariti gli edifici lungo il fiume Lana, che una volta lo soffocavano. E non erano piccoli chioschi, ma palazzi di nove e dieci piani. Le sponde del fiume sono sistemate e verdeggianti. Palazzi intonacati, dai colori vivi, nuovi; quelli vecchi che aspettano d’essere rimessi a posto. Lungo la strada si vede il nuovo, e il vecchio che sembra striminzito, come se si vergognasse, ma non può nascondere la sua bruttezza da realismo socialista. A Tirana si concentra la guerra per il potere. Tirana è ostaggio della politica politicante. Di Fatos Nano, Primo ministro, socialista e di Sali Berisha, leader del partito democratico. Berisha, responsabile del tracollo economico del 1997, Nano responsabile dei disordini che seguirono e che lo portarono al potere. Berisha, il primo a manipolare il voto popolare nel 1996 e fautore dell’adesione dell’Albania alla Conferenza Islamica, non chiesta e criticata dallo stesso clero islamico in Albania. Nano, capo di un governo che non ha più i numeri nel parlamento, ma che impedisce di andare alle elezioni anticipate.
In compenso la sera di Tirana è piena di luci, una città tranquilla, con gente tranquilla. In certi angoli sembra di essere sul lungomare di Rimini; in altri, a Lugano. Si vedono in giro tanti giovanissimi e anziani. Mancano un paio di generazioni. Siamo noi, quelli tra i venticinque e i quarant’anni, quelli che puoi trovare ovunque in tutte le grandi città del mondo, perché le rimesse degli emigranti sono l’unica vera risorsa dell’Albania.

Il buio di Scutari
Non è molto quello che chiedono gli albanesi dal loro governo. Lo hanno chiesto sempre, da quando sono usciti dalla lunga occupazione ottomana, nel 1912. Ecco cosa chiede il popolo: strade, luce, acqua, sanità, istruzione, giustizia chiede. Una richiesta che dura da un secolo. E allora vado a vedere com’è oggi a Scutari, la capitale del nord dell’Albania, la capitale della cultura albanese, ponte naturale con l’occidente grazie alla presenza del clero cattolico e la sua chiara visione dell’Albania. Ci manco dal 1985. Era bella allora; la capitale della barzelletta, dell’ironia. A 40 chilometri dalla città la strada si interrompe, diventa tratturo. Ed ecco Scutari. Squallore. Case mal ridotte, buche nelle strade, povere bancarelle su mozziconi di marciapiedi, asini legati ai lampioni, cani che rovistano nella spazzatura e gente senza luce negli occhi, con la povertà che gli si legge nel volto. “Dio mio! Questa non è la mia Scutari”, penso. Questa sembra sprofondata negli anni Trenta, quando qui viveva e scriveva il più grande poeta della miseria che io conosco: “Migjeni”! Eppure il nord è l’area più ricca dell’Albania. Là sono concentrate le uniche ricchezze del paese: le idrocentrali costruite sul fiume Drin. E invece la città è quasi sempre al buio. Sembra che sia una volontà politica di lasciarla nella miseria, per la sua fede democratica. Le famiglie più vitali si trasferiscono a Tirana, altre scendono qui dalle montagne, portandosi dietro la cancrena della vendetta. Qui, una volta, prima del comunismo, il clero cattolico fu l’avanguardia della rinascita nazionale e della cultura, con padre Gjergj Fishta e il Collegio francescano…

Padre Zef, la luce di Scutari
Però una radice importante e che farà rivivere la città, è rimasta. è la rinata Chiesa cattolica. Sono i frati scrittori e pensatori, come padre Zef Pllumi, che hanno nel loro dna le doti dei riformatori e un’incrollabile fede nel Signore. Ho passato un bellissimo pomeriggio con padre Zef, a chiacchierare a tutto campo. Di fede e religioni, di politica ed economia. I suoi racconti di trent’anni di carcere e di lavori forzati, sono come I racconti di Kolyma d’Albania, lui è il nostro Salamov. Ha ottantaquattro anni padre Zef, ma è arzillo come un ragazzino, sempre in movimento, da una città all’altra, da una chiesa all’altra.

Si riprenderà la chiesa?
«Il seme è buono, le vocazioni tante, ancora un decennio e avremo il nostro clero. Il clero croato e italiano ha lavorato bene qui, ma ha fatto anche degli errori». Quali errori, padre? «Devi sapere che la liturgia nelle nostre chiese è stata una liturgia cantata, una delle più grandi invenzioni del nostro popolo nei secoli. Quella liturgia cantata ha tenuto viva la fede anche durante la dittatura. I comunisti potevano proibire di cantare, ma non sottovoce come facevano i nostri contadini e montanari. Questo per esempio è andato perduto. E poi: quando io ero a Tirana accettavo tutti, in chiesa, al catechismo, figli di musulmani e non, perché noi siamo cresciuti come fratelli durante la dittatura senza distinzioni di religioni. E invece i primi preti stranieri arrivati qui in Albania chiedevano chi era cattolico e chi no. Dicevano ai musulmani che erano liberi di ascoltare o andarsene. Errore. Così abbiamo allontanato della gente che guardava a noi con fiducia».

E adesso padre, come sta la nostra chiesa?
«La gente viene in chiesa, e questo è importante. I giovani crescono con l’insegnamento della Chiesa. Speriamo di rientrare presto in possesso delle nostre scuole. Perché senza la scuola, il lavoro fatto svanisce. Siamo riusciti ad aprire una scuola a Tirana, la prima gestita da noi, ma ancora non è indipendente, i libri vengono approvati dal ministero dell’Istruzione. Speriamo che a Scutari si riesca a tornare alla tradizione che è stata splendida». Mi separo da padre Zef con la convinzione di aver salutato un beato.

Dov’è l’Europa?
La strada per Valona attraversa parecchie città, Durazzo, Lushnje, Fier. C’è un pezzo di autostrada in Albania ed è quella che collega Tirana con Durazzo e lungo la quale sono situate le poche piccole fabbriche albanesi: edilizia, Coca Cola, detersivi. Quasi azzerata è l’estrazione dei minerali, dei quali l’Albania è ricca. L’industria petrolifera di Fier produce per il consumo interno, soprattutto per i mezzi agricoli. L’Albania vive di agricoltura, ma i prodotti faticano ad arrivare al consumatore, perché non c’è un’organizzazione. Favorire il decollo dell’economia, per esempio acquistando prodotti a buon mercato in Europa e utilizzando il risparmio per una politica di aiuti o contributi ai contadini albanesi? Il governo è assente. Così succede che a Tirana si compra l’uva Pugliese, come a Milano, le mele del Trentino. Quando chiedo ai miei cugini mele di Korçe e uva di Lushnje, mi rispondono che costano troppo e che quella italiana è più a buon mercato perché i contadini italiani sono sovvenzionati dall’Europa.
A Durazzo comincia una dolce costa e s’intravedono molti alberghi stile Emilia – Romagna nascosti nella pineta. Molti sono ancora in costruzione. Perché gli albanesi costruiscono con i liquidi alla mano, poco alla volta. Non esiste un sistema bancario che aiuti l’economia del paese con prestiti e mutui. Novembre non è ovviamente stagione di vacanze. Men che meno in Albania. Sostiamo in un hotel e chiediamo il prezzo delle camere. Trenta euro a notte. Cinquanta in agosto. Sono prezzi “italiani”, il caffè costa come a Milano, 1 euro, su una poltrona c’è un “magnaccia” con la sua ragazza di turno, a bere il suo cognac di prima mattina, coperto di catene e braccialetti d’oro. Chi ci viene qui, in estate? «Solo albanesi», ci spiega il ragazzo del bar. «Albanesi di Tirana, kossovari, macedoni». Quando non c’è concorrenza, non ci sono prezzi bassi. Dopo la guerra in Kossovo si è parlato molto di investimenti europei in strade di collegamento fra gli stati balcanici. Avevano anche dei bei nomi, le infrastrutture promesse. “Corridoio numero sette, otto…” insomma sembrava che l’Albania stesse per entrare in un grande condominio. Ma ad oggi ci sono solo le vecchie statali costruite dagli italiani all’epoca del fascismo e l’intero sistema dei servizi e delle infrastrutture pubbliche è ancora distrutto. La strada che porta a casa del più povero cittadino è asfaltata o con la ghiaia, mentre la strada dove passano tutti va in rovina. Se c’è una cosa che i comunisti sono riusciti a ottenere brillantemente dagli albanesi è l’odio per tutto ciò che è pubblico, compreso la strada, la scuola, l’ambulatorio, l’ospedale.

Ricchezza (e traffici) di Valona
Fier una volta era una città industriale. Adesso molti sono emigrati in Grecia. Eppure Fier se la passa meglio di Berat, una trentina di chilometri più a est, dove su quarantamila abitanti, sedicimila sono disoccupati. Nei negozi di prima necessità si fa uso del “quaderno della spesa”. I commercianti di Berat fanno credito, sono buoni, aspettano che la gente viva giorni migliori per saldare i propri debiti. L’unica città albanese che ostenta ricchezza è Valona. è la perla dell’Albania. Non per niente i gerarchi comunisti l’avevano scelta come loro residenza estiva. Si possono ancora visitare le loro ville e fare tuffi dai loro trampolini a picco sul mare, d’estate. I valonesi hanno saputo abbellire la loro città. Un centro commerciale, bei locali e alberghi ovunque. Niente buche per le strade. Un lungomare degno della Costa Azzurra. Il porto ha iniziato a produrre occupazione. La città si muove. Soprattutto di notte. Vi brulicano ogni genere di traffici. Da qui partiva quello dei clandestini, da qui partono i corrieri della droga provenienti dall’Afghanistan, via Turchia e Grecia (o via Macedonia ed Elbasan, e allora il porto è Durazzo). I piccoli trafficanti investono in ville, alberghi e negozi. I grandi nelle società off shore o nelle banche d’investimento.
Degni di nota a Valona e in tutta l’Albania sono i rapporti fra le tre confessioni, musulmani, cattolici e cristiani ortodossi. Kadaré, il maggiore scrittore albanese, ha recentemente denunciato la penetrazione in Albania di gruppi fondamentalisti islamici con l’obiettivo di creare tensioni interne e pulsioni antioccidentali. In realtà è molto difficile che gli integralisti riescano nei loro scopi, a meno che, forse, questi riempiano di “petroldollari” una popolazione che è distante anni luce da conflitti di tipo religioso.
A Valona, dove i cattolici sono una minoranza, la Chiesa locale è sostenuta dal lavoro di suore assistite da ragazze e ragazzi di famiglie musulmane. La scuola cattolica è frequentata da 160 bambini, 140 dei quali sono musulmani. Le mamme musulmane adorano le suore cattoliche.

I costi dell’istruzione e della sanità
A Tirana vado da una cugina che non vedo da tredici anni. Lei e suo marito lavorano come infermieri all’ospedale. La figlia più grande si è laureata con lode in biologia. è disoccupata. La più piccola frequenta l’ultimo anno del ginnasio; vuole diventare medico chirurgo, ha le idee chiare, vuole studiare all’Università di Padova. Abbiamo visto che a Scutari manca l’energia elettrica, anche se Scutari la produce. La stessa cosa succede a Tirana, dove per molte ore del giorno mancano l’acqua, l’elettricità e, in certi quartieri, perfino le strade e le fognature. Mi spiegano che per entrare all’università occorre avere una media alta e che facendo arrivare gli studenti a una media alta i professori liceali hanno trovato un modo per arricchirsi. La figlia di mia cugina è una delle prime della classe, “però è sorto un problema” dice il padre. «Il professore di ginnastica ha cominciato a darle voti bassi. Vuole soldi!»
Notizia del giorno a Tirana: iniziano i corsi universitari per corrispondenza. Il costo? Quasi 500 euro, la metà del reddito annuale di un insegnante. E perché i medici sono sono diventati la categoria più odiata e più ricca d’Albania? Spiega Gani, infermiere: «Perché qui, i medici, fanno qualsiasi cosa pur di spremere quattrini alla popolazione. Nella mia corsia ho visto operare malati terminali di cancro. Gente che è passata dal bisturi alla bara nel giro di una settimana». E i parenti non li denunciano?
«Denunciarli? Con i soldi che hanno, i medici, comprano il tuo avvocato, il procuratore, tutti e tre i giudici e ti fanno anche condannare per diffamazione. Pensi che esistano tribunali onesti?».

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