Chi sono i reazionari?
Peter Schwartz e Peter Leyden, nel saggio “Il lungo boom, una storia del futuro 1980-2020”, in Wired, mensile di nuove tecnologie, San Francisco, Usa, già nel luglio 1997 osservavano: «Intorno agli anni ‘80 Margareth Thatcher e Ronald Reagan hanno insieme definito la formula che ci porta verso la nuova economia. In quei tempi ci sembrò brutale: distruzione dei sindacati, privatizzazione delle imprese statali, smantellamento del Welfare state. Questa strategia è stata però pagante. Oggi il tasso di disoccupazione statunitense è intorno al 5% e quello inglese è sceso fino al 6%. Per contro, in tutte le altre nazioni europee, la disoccupazione è intorno all’11% ed in alcune è ancora più elevata. Le altre nazioni europee infatti, negli anni ‘90, sono rimaste intrappolate nella eredità dei loro welfare che hanno matenuto la loro attrattiva politica indipendentemente dal loro valore economico. Ma la disoccupazione cronica e l’aumento del deficit statale costringerà anche i riottosi leader europei ad agire». I riottosi europei hanno cominciato ad agire, ma gli effetti sono sotto i nostri occhi: sindacati e sinistra paleolitica hanno dichiarato guerra ai governi europei, siano essi di destra (come in Francia, Spagna e Italia) o socialdemocratici (come in Germania). Questa sinistra è reazionaria e antipopolare almeno per tre ragioni: perché difende un mondo che non esiste e critica la globalizzazione come la coppia Scalfari-Galimberti criticherebbe la legge di gravità in nome di una superiore rivelazione dei Lumi; perché finge di non sapere che prima di essere distribuita in solidarietà la ricchezza deve essere prodotta; perché agita i problemi dei giovani, delle donne, degli immigrati come bandiera, ma poi non sa indicare soluzioni concrete ai problemi e, anzi, rifiuta con ipocrisia le riforme che rispondono nei fatti al bisogno di lavoro dei giovani, di emancipazione delle donne, di integrazione dei lavoratori stranieri. Questa sinistra difende chi il lavoro ce l’ha già, chi la pensione ce l’ha già e chi, con gli immigrati, fa merce di tessere sindacali e sostiene la cosiddetta “lotta antimperialista”. Tutto ciò si è visto drammaticamente anche nello sciopero che ha mandato ko Milano. Che non è stato, forse, uno sciopero politico ma certo è stato uno sciopero totalmente separato dalla realtà, economica, sociale, popolare, dell’Italia del 2003. E allora, che fare se l’Italia è ancora ferma al palo della deprimente condizione di Gran Bretagna e Stati Uniti di fine anni Settanta? Siamo indietro vent’anni, ma non c’è alternativa alla realtà. «Gli effetti economici del potere sindacale erano già penosamente chiari. I salari aumentavano eccessivamente mentre le prospettive aziendali precipitavano con l’inizio della recessione». Sono le prime pagine del diario di Margareth Thatcher, erano i primi giorni del suo governo, era il 1979. Credete che, nell’Italia del 2003, non sia «necessario, oltre che una ferma strategia finanziaria per migliorare la nostra efficienza economica, tagli fiscali e l’eliminazione dei controlli sull’industria, affrontare anche il problema del potere dei sindacati, problema reso ancora peggiore dai precedenti governi laburisti e sfruttato dai comunisti e dai militanti che erano arrivati a posizioni chiave nel movimento sindacale, così che il potere dei sindacati sui loro membri era più o meno assoluto, e i datori di lavoro, desiderosi di quieto vivere, preferivano che così fosse, e questo significava che quando sorgeva una vertenza, il sindacato esercitava una pressione sui suoi membri che rasentava l’intimidazione?».
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