Il Varco di Bill
sei anni disegnavo come Michelangelo e ci ho messo una vita per tornare a disegnare come un bambino». Pablo Picasso
Se William Congdon si fosse sposato, nulla ci sarebbe di strano se oggi avesse un nipotino dell’età di Carlo (nove anni). Stavo pensando questo ieri sera mentre davo la buonanotte a mio figlio e, ragionando sul pittore a proposito del quale dovevo scrivere due righe, chiudevo lentamente la porta della cameretta. Pensavo, per l’appunto, cosa avrebbero avuto da dirsi un figlio dell’ultima generazione e questo “nonno” se avessero potuto guardarsi concretamente negli occhi, anziché attraverso i quadri che stanno appesi in salotto…
Certo il giovane che oggi si imbattesse nel movimento dell’“Informale”, primo movimento artistico “ecumenico” dell’arte contemporanea, stenterebbe sicuramente ad afferrare il dramma di “rottura radicale” che lo spirito di cui era permeato esprimeva. Le estati di Jackson Pollock svolte on the road da un capo all’altro dell’America, secondo un’irrequietezza congenita che non lascia appagati in nessun luogo” si stempererebbe nel qualunquistico turismo last minute di oggi.
Eppure se la poetica dell’Informale può venir definita – come per esempio fa Roberto Pasini – «impatto immediato e bruciante col mondo, abbattimento degli ultimi residui di barriere spazio-temporali in una corsa sempre più interna al cuore pulsante della realtà», Carlo e i suoi nove anni non sono poi così lontani dall’ipotetico “nonno” Bill… Ecco perché.
Attenzione a questa porta!
Nel chiudere la porta dopo avergli augurato la buonanotte, l’occhio mi cade su un “avviso” che l’abitatore della camera aveva segretamente affisso. L’avviso recita letteralmente: «Attenzione a questa porta!». Sotto, a mo’ di chiarimento: «Questa non è una porta, ma un Varco Dimensionale che divide la terra da un mondo ultraterreno…». Seguivano poi descrizioni di mostri a sei/sette teste che si sarebbero aggirati per la “dimensione” ultraterrena, nei quali l’incauto visitatore avrebbe potuto imbattersi qualora avesse preso troppo alla leggera l’avvertimento della “soglia”. Un po’ intimorita da questo rischio presente all’interno di casa mia senza che io ne avessi mai minimamente sospettato nulla, comincio la lettura di un’intervista che Congdon concesse nel 1979 all’editore della Jaca Book Sante, Bagnoli.
È a questo punto che Carlo e Bill si incontrano davanti a me e si danno la mano e si ritrovano vicini e consonanti neanche fossero passati tre giorni anziché quasi trent’anni da quando il più anziano parlava col suo intervistatore!
Perché? Ma perché Bill conosceva il Varco Dimensionale! E avvisava gli altri inquilini che abitavano con lui sotto lo stesso cielo che il Varco era lì a poca distanza da ciascuno di loro, che lui coi suoi quadri lo indicava da tanto, ma che in pochi riuscivano a vederlo!
In ogni cosa sta scritto: “più in là”
Lui, Bill, lo vide per la prima volta quand’era molto piccolo. «Il Varco Dimensionale – mi spiega Carlo – è una cosa qualunque della nostra vita quotidiana ed ordinaria che, all’improvviso, si apre ed immette in un mondo diverso in cui tutto sembra come in questo mondo, ma in realtà è un’“altra cosa”». Provate a confrontare quello che dice Carlo con quello che dice Bill, proprio in apertura dell’intervista di Sante Bagnoli che gli domanda: «Quando hai iniziato a dipingere?» «Può darsi a tre, quattro anni – è la risposta – non avevo mai sentito dell’Arte, ma questo non importa. Delle emozioni tendevano a formulare una consistenza che mi faceva riconoscere “diverso”. Ho iniziato una “vita segreta” (…) E il dono, la pittura, è stato lo strumento con cui Dio mi ha strappato da quell’ambiente industriale, puritano della mia vita e “mi ha mandato in una lunga orbita”». E più avanti: «Non si può studiare l’Arte se non arrivando alla dinamica interiore che “collega”; se non arrivando alla struttura intima delle cose». Ancora più avanti, parlando del suo andare concretamente altrove rispetto alla sua famiglia ed entourage alto borghese da cui proveniva: «Io dovevo andare a New York, dove il corniciaio (!) mi ha “riconosciuto”. Piccole cose che ho fatto dopo la guerra quando sono tornato a stare nel Bowery: i tuguri, le facciate delle case del Bowery. Io le sentivo non perché vedevo (il Varco introduce in una dimensione dove i sensi percettivi soliti, ordinari, non servono più molto al loro scopo, nda), ma “vivevo” quello che dipingevo. Io ero “dentro”, io diventavo questo, e così la gente che era dentro; ero un tutt’uno, ero questa viscerale “comunione cosmica”» (il Varco permette di essere sé e nel contempo altro da sé, ndr).
Smaschrare il moralismo dei “non-moralisti”
Qualcosa, comunque divide inesorabilmente la vicenda pittorica di Congdon da quella dei suoi coetanei, cugini dal punto di vista artistico, come lui li chiama: è la capacità di smascherare il moralismo dei “non-moralisti”. C’era, e c’è tutt’oggi, una sorta di moralismo che omologa peggio del puritanesimo protestante quelli “contro”. Quelli, cioè, che i jeans si indossano tagliuzzati, rotti, sporchi come se avessero vissuto cento anni ed invece escono adesso adesso dal negozio firmato. Quelli che, se il corpo è mio, me lo tatuo, foro e sevizio io. Quelli che se la società è formalismo e imborghesimento, e non mi permette di essere me stesso – dice Congdon nell’intervista – «prendo il coltello, mi squarcio la pancia, viene fuori tutto. Viene fuori mentre sto morendo, ma sarò io a guidarlo». Però «loro (quelli dell’Action Painting secondo Congdon, ndr) hanno perso, hanno distrutto l’apparenza. Bisogna non essere moralisti dicendo che qualche cosa non è trasformata se vi rimane parte dell’apparenza (…) io l’ho distrutta, ma non l’ho distrutta, perché nelle mie pitture rimane in parte l’apparenza, ed è trasformata lo stesso».
Bill ha accettato che il Varco fosse una porta, una porta fisicamente data, fatta di materiale resistente, concreto, che puoi usare, sì, per eliminare le pastoie delle convenzioni che ti imprigionano (vedi nell’intervista, dove Bill racconta che – per passare all’uso della spatola anziché del pennello, giacché la prima “aggiunge”, mentre il secondo “toglie” soltanto – un bel giorno decide di attraversare una porta molto stretta brandendo i suoi dodici pennelli in modo tale da romperli tutti), ma anche riconoscendo che tu ci devi passare fisicamente “attraverso”, non scavalcarla con i tuoi sogni. Questo rispetto per il dato concreto, per l’oggetto sempre conservato, al di là e dentro la foga creativa, ha permesso a Congdon di mantenere una speranza sulla vita che, per esempio, mancò al grande Pollock. Come Bill ci ricorda «se ti manca la “dipendenza” oltre alla potenza (creativa), la dipendenza di riconoscerla non solo tua (questa potenza creativa) tu ti ammazzi, come Pollock ha fatto… e gli altri».
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