Demetrios e Action painting.L’inizio di Provincetown

Di Vites Carla
04 Dicembre 2003
William Congdon dipinge ciò che vede

William Congdon dipinge ciò che vede, ciò che vede il suo occhio interiore, come spesso ama dire. Dopo New York ha dipinto da Santorino alla Cambogia, da Parigi ad Istanbul, dal Sahara al Niger, dal Brasile all’India, e in particolare Venezia.
Quando hai cominciato a dipingere?
Mah, dato che sono arrivato al punto di riconoscere che non c’è un dipingere avulso dalla vita, bisogna modificare la domanda e dire “quando hai cominciato a prendere coscienza che vivevi in un dato modo, in cui ti sentivi diverso per la presenza di un dono”?
Quanti anni avevi?
Può darsi tre, può darsi quattro, non avevo mai sentito dell’arte, ma questo non importa. Delle emozioni tendevano a formulare una consistenza che mi faceva riconoscere diverso. Ho iniziato una vita segreta. Questo era l’inizio del mio dipingere. Perché c’era un vuoto che ha creato Dio e lo ha riempito di un dono. E il dono, la pittura, è stato lo strumento con cui Dio mi ha strappato da quell’ambiente industriale, puritano della mia vita e mi ha mandato in una lunga orbita.
Cosa stava intorno a te?
Come posso dire… gente nobilissima: di carattere, di onestà, di lealtà. Gente certamente di una stirpe grandiosa. Ma queste sono tutte parole mondane. Erano nobili, nobili nel senso che si usa nella Bibbia. Soltanto che erano come il Vecchio Testamento perché quei protestanti non si riconoscevano disgraziati, non si riconoscevano nel bisogno di redenzione. Io non so, ma credo che scandalo… moralismo siano state le cose che mi hanno portato alla morte.
Quando hai capito che avresti dipinto per sempre?
Sempre. Per la fragilità in cui mi sentivo, nella mia situazione di “esule”, avevo sempre bisogno di qualcuno per guidarmi oppure cui allearmi. Con cui convivere, come in una cospirazione. Da solo non avrei potuto reggere e Dio mi ha dato i santi nella mia vita. Così è stato a vent’anni, in università. Ho incontrato un amico che era nella classe avanti a me, quella di mio fratello, e lui già dipingeva. Il mio isolamento dal filone normale che ci si attendeva da me, le industrie di mio padre, il mio esilio: ho dovuto seguire qualcuno, l’arte era una scusa per andare via, per seguire un amico. Così per tre estati ho dipinto con Hensche sulla spiaggia di Provincetown. Ma chi mi ha portato definitivamente a dipingere è stato un altro… C’era qualcuno che un giorno lungo il mare a Provincetown, ha detto: «Dovresti andare a Boston da Demetrios». Allora io sono andato da Demetrios e Demetrios è stato il mio primo maestro, per la vita, per il mio occhio, per la mia mano, per il mio dono, per quanto riguarda l’arte. Chi poi dopo molti anni mi è stato maestro dopo la vita cristiana ha confermato quanto diceva Demetrios: «La verità dell’uomo è nella sua struttura».
Ma sei stato conosciuto negli Usa come un pittore che ha fatto parte di quell’avvenimento che si chiama Pittura del Gesto, Action Painting.
Non c’è niente di diverso, eppure è anche tutto un’altra cosa – lo usano, ora, nel senso liturgico della parola. Una cosa che è vera, una cosa in cui Dio ha messo la sua profezia, nonostante l’apparente diversità, sempre è in intimo nesso. Demetrios ha disciplinato il mio occhio, la mia mano, in modo che il “gesto” non fosse amorfo. Quindi era uno sparare, uno sparare di tutto, di me stesso, che era strutturato. Il gesto aveva corpo.
Ti senti parte di quel mondo dell’Action Painting?
Certo, oh, come no! Però era diverso. Perché loro hanno perso, hanno distrutto l’apparenza. A me non interessava, io l’ho distrutta, ma non l’ho distrutta. Perché (nelle mie pitture) rimane in parte l’apparenza, è trasformata lo stesso. Bisogna non essere moralisti…

Brani tratti da un’intervista di Sante Bagnoli a William Congdon, anno 1979.

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