Dopo Bassora Cambridge
Almeno sui tabloid, la Gran Bretagna è divisa. In barba all’allarme terroristico, le prime pagine dei giornali sono monopolizzate da due soli argomenti. Da una parte il “processo del secolo”, che vede alla sbarra Maxine Carr, la convivente-complice dell’assassino delle piccole Holly e Jessica. Dall’altra il grande progetto di riforma universitaria, con tanto di contestatissimo aumento delle tasse per gli studenti, presentato dal governo laburista. Naturalmente non siamo volati a Londra per inseguire storie di ordinaria follia. Ma per un viaggio di istruzione. In Italia i politici si giocano un bel futuro (dietro le spalle) nelle battaglie sulle pensioni e nelle polemiche identitarie di destra e di sinistra. In Inghilterra, invece, Tony Blair ha deciso di mettere in gioco non solo la propria leadership ma il futuro della sua stessa carriera politica in un programma di riforma del sistema universitario e, più in generale, del modello di istruzione inglese. Questo, almeno, è il pensiero di John Biggs, responsabile del Labour londinese per l’area City and East e membro del Comitato Trasporti e Sviluppo economico, secondo il quale «questa sfida all’opposizione interna è ancor più delicata di quella dello scorso anno sulla riforma del servizio sanitario nazionale: paradossalmente la stessa partecipazione alla guerra in Irak ha rappresentato un ostacolo politico meno impegnativo». è una partita di poker, quella giocata dal premier britannico, che difficilmente prevederà rivincite una volta che le carte saranno messe sul tavolo. Entro il prossimo gennaio 2004. Se tra poco più di un mese Blair vince, il sistema universitario britannico decollerà sul modello dei college d’eccellenza d’Oltreoceano. Se Blair perde e vincono invece i 157 deputati laburisti che in questi giorni hanno firmato una mozione contro il progetto di legge, sarà la fine di Tony II e si aprirà la strada al ritorno dell’old Labour di matrice scarghilliana e, di necessità e virtù, a un’insperata vittoria dei Tories. Ma in cosa consiste il progetto Blair di riforma dell’istruzione?
Signori si cambia
Nulla più che una rivoluzione, basata su due pilastri complementari tra loro: il cosiddetto “rapporto Lambert” sulla necessità di implementare i rapporti di partnership tra università e mondo del business, presentato la scorsa settimana al Parlamento e la proposta di riforma che prevede l’aumento delle tasse universitarie cosiddette top-up (cioé differenziate a seconda del corso universitario scelto). Vediamo di capire meglio partendo da un quadro generale e da un dato di fatto innegabile: la crescita del debito accumulato da molte università d’Oltremanica. Proprio la crisi finanziaria degli ultimi anni ha improvvisamente fatto tornare di moda tra gli amministratori universitari l’idea del mergering, ovvero della fusione fra più università per ridurre costi di gestione e personale. Progetti di fusione sono avviati tra le due principali università delle città di Manchester e Birmingham, mentre – dopo mesi di trattative – sembra ormai fallito quello inerente le due università maggiori di Londra (University College e Imperial College). Simon Jenkins sulle pagine del Times scrisse qualche mese fa che «le università britanniche sono in uno stato di caos finanziario. Piú di 50 sono in perdita. Oxford e Cambridge ci rimettono i loro patrimoni. Imperial College perde 2.800 sterline all’anno per studente. Mentre il sistema universitario è strangolato dalla crisi finanziaria, il sistema della ricerca britannico risulta essere uno dei più dinamici e aggressivi per numero di applicazioni scientifiche nei terreni dell’hi-tech. Il successo del Roslin Institute nella clonazione della pecora Dolly ha coinciso con una crescita enorme degli investimenti nei settori di ricerca delle biotecnologie applicative (in particolare nei settori agroalimentare e farmaceutico). Alcuni settori dell’hi-tech britannico (microelettronica, informatica) riescono a tenere il passo con i giganti americani e giapponesi. Nei settori del nucleare e delle fonti energetiche tradizionali (idrocarburi), la Gran Bretagna continua a produrre innovazione. Rimane inoltre rilevante la presenza della ricerca britannica nei settori tradizionali della farmaceutica, dell’ingegneria aeuronautica e della chimica industriale… Va tenuto conto che sin dai tempi del governo della leader conservatrice Margaret Thatcher il sistema di formazione e ricerca britannico ha ricevuto un’impronta fortemente neoliberista, attraverso la creazione dei network di collaborazione fra sistema pubblico della ricerca e grandi gruppi industriali. Dal 1997, il nuovo governo del laburista Tony Blair ha rafforzato tale collaborazione». E proprio la crisi finanziaria, ma soprattutto l’incapacità dei college britannici di trovare fondi privati senza dover gravare sulle casse dello Stato «di chi all’università non ci è andato e di chi magari non ci andrà mai» è al centro del “Rapporto Lambert”, l’ex direttore del Financial Times chiamato dal ministero del Tesoro a formalizzare un vero e proprio business plan per gli atenei inglesi, soprattutto per quelli d’eccellenza come Oxford e Cambridge. Per le due storiche istituzioni educative, infatti, è stato creato addirittura un progetto a parte (denominato “Oxbridge” dalla contrazione dei due nomi) che le vedrà impegnate, nei prossimi tre anni, a un rilancio delle attività di collaborazione con il mondo delle imprese e della ricerca al fine di giungere a un grado di autonomia finanziario pari a quelle del mitico Mit statunitense, il 20%. A mister Richard Lambert ci sono voluti un anno di lavoro – ordinato direttamente dal ministro delle Finanze, Gordon Brown – 133 pagine nero su bianco per definire e il quadro e tratteggiare, in nome del pragmatismo laburista, le possibili vie d’uscita. Nel corso della presentazione non sono stati evitati toni duri, come ad esempio il chiaro riferimento a un “collasso di credibilità e fiducia” del governo verso le università britanniche, chiamate a chiudere i conti con un passato di «lentezza esasperante, burocrazia e sottovalutazione dei rischi da parte dei management universitari».
Meno burocrazia più business
I quali, ad esempio, sono chiamati dal governo a ridurre drasticamente gli organismi decisionali (che dovranno essere composti da un minimo di 12 a un massimo di 24 membri) e a concentrare i poteri nella figura del vice-chancellor. Inoltre, al fine di rendere chiari intenti e potenzialità, il Russell Group, ovvero le 19 università più importanti del paese, dovrà redigere velocemente una tabella delle istituzioni superiori di ricerca intensiva migliori al mondo. Lambert non usa mezze misure. Per quanto lo riguarda «Oxford e Cambridge devono generare una quantità significativamente superiore di denaro rispetto a quanto ottengono attraverso i fondi statali al fine di pagare ai suoi accademici stipendi più competitivi, per sviluppare grandemente la ricerca, per coprire i costi del corpo docente e per garantire adeguati sussidi agli studenti particolarmente meritevoli ancorché svantaggiati economicamente». Specificando con chiarezza che il timing di tre anni fornito a Oxford e Cambridge non rappresenta «un ricatto del governo» ma solo uno sprone a fare in fretta per non perdere il treno della competitività, Lambert ha poi chiarito quale sia il vero obiettivo che intende perseguire: «Da qualche parte nel nostro futuro c’è un accordo che dobbiamo raggiungere. Le università devono dimostrare che sono in grado di condurre con efficienza i propri affari (ovvero generare fondi dagli accordi con il mondo del business e della ricerca, ndr). Di converso, il governo dovrà garantire loro enorme libertà nella gestione dei loro affari». La questione non è da poco, anzi.
La sfida finale
Politicamente la sfida è enorme. E il fatto che lo stesso Gordon Brown l’abbia voluto spiegare all’opinione pubblica in un fondo scritto e ospitato nella prestigiosa pagina dei commenti del Times, la dice lunga sulla posta in gioco. D’altronde, in ossequio al motto “responsabilità e opportunità”, la Gran Bretagna di Blair concilia durezza nella richiesta di impegno e generosità nel premiare i meritevoli: il capitale umano, oltre Manica, rappresenta la base su cui costruire il futuro, non un’oscura materia da convegno d’élite. Basti ricordare le parole pronunciate dal premier all’ultimo congresso laburista a Bournemouth: «La lotta per un futuro di giustizia inizia con la nostra priorità numero uno: l’istruzione. Ad ogni età, ad ogni livello, l’istruzione è la miglior garanzia per un futuro di giustizia. A tutte le età e a tutti i livelli stiamo abbattendo le barriere che impediscono alla gente di progredire. Alla nascita: un anno di congedo per maternità, congedo di paternità retribuito per la prima volta ed ora un nuovo fondo per ogni bambino. Per i bambini in età prescolare, asili nido, scuole materne, i crediti d’imposta child tax credits e il programma Sure Start che dà alle madri la fiducia e il supporto di cui necessitano. Abbiamo bisogno di una base industriale più moderna, raddoppiando l’investimento nella ricerca scientifica, diventando i leader in Europa nelle bioscienze e nella tecnologia… Nell’economia del ventunesimo secolo la conoscenza, il capitale umano, è il futuro. E giustizia vuole che esso sia aperto a tutti». E per questo, Lambert ha così concluso l’esposizione del suo rapporto al Parlamento: «Il Governo deve spendere ogni anno 150 milioni di sterline (450 miliardi di vecchie lire, ndr) per sfruttare l’uso commerciale della ricerca mentre altri 200 milioni l’anno dovranno essere destinati all’incremento di ricerche rilevanti per il mondo del business». Alla faccia del governo che distrugge l’università e mina il diritto allo studio. Ma si sa, dirsi riformisti a parole è facile, nei fatti è diverso.
Tasse alte per avere l’eccellenza
Basti pensare alla levata di scudi che ci fu quando il ministro nordirlandese per l’Istruzione, l’ex comandante dell’Ira Martin McGuinness, chiese l’abolizione dell’eleven plus ritenendolo discriminatorio (l’eleven plus è l’esame che devono sostenere i ragazzini di undici anni e dal quale dipende spesso il loro futuro: se lo passano con voti buoni potranno accedere ai licei, se lo falliscono spesso l’unica alternativa sarà quella delle scuole professionali). Si gridò per un giorno, poi la società britannica si strinse attorno all’esecutivo, alla tradizione e al buon senso (suffragato dai buoni risultati). Già, i buoni risultati nel campo dell’educazione e dell’istruzione ottenuti dal Labour: ma sarà vero o solo una leggenda progressista? Valutate voi. La politica dell’acquisizione di base nella scuola primaria ha garantito agli studenti britannici di essere terzi al mondo nelle statistiche della lettura mentre nelle nuove scuole specialistiche e nelle accademie cittadine sorte grazie agli stanziamenti, i ragazzi delle scuole secondarie possono beneficiare di piani di studio personalizzati. E dopo le secondarie, tirocinii moderni e la possibilità di proseguire gli studi anche grazie a nuovi programmi con il Learn Direct per l’apprendimento delle lingue straniere. Sembra poco ma non lo è, tanto è vero che dopo aver riassunto tutto questo Blair ha polemicamente chiesto ai suoi detrattori: «Non vi pare che saremmo in malafede se chiedessimo di finanziare tutto questo con i soldi dei contribuenti?». E in effetti, come anticipato, la grande battaglia del premier britannico si basa su un altro pilastro, l’aumento delle tasse universitarie, le top-up fees che hanno scatenato le ire dei 157 deputati ribelli. Stando al progetto l’iscrizione a un corso universitario verrà quasi triplicata, da 1.100 a 3.000 sterline (circa 9 milioni di vecchie lire), ma il pagamento della stessa non verrà effettuato all’inizio del corso bensì il debito sarà ripagato dal laureato quando questi comincerà a svolgere una professione e a guadagnare uno stipendio tra le 15.000 e le 20.000 sterline annuali (tra i 45 e i 60 milioni di vecchie lire), decisione frutto della pressioni interne al Labour e al mondo studentesco che hanno portato Blair a un primo compromesso per incassare il core-business della riforma. Come dice Godric Smith, portavoce di Tony Blair, «l’80% dei nuovi lavori creati da oggi al 2010 richiederanno una preparazione d’eccellenza». Il ragionamento del riformista britannico è chiaro: noi ti garantiamo l’eccellenza con tasse invariate, ma quando la preparazione che ti abbiamo garantito ti porterà ad ottenere uno stipendio di una certa rilevanza toccherà a te fare in modo che anche gli altri, soprattutto i meno abbienti, possano avere le tue stesse possibilità di diventare il top. Così Tony Blair ha espresso il proprio pensiero in un’intervista alla rete televisiva Gmtv. «Al momento la gente paga delle rette per andare all’università. Ciò che stiamo dicendo e che intendiamo fare non altera questa situazione: le famiglie e gli studenti non pagheranno nulla durante il corso di laurea, ma una volta laureato il ragazzo restituirà qualcosa al sistema, qualcosa che sarà una percentuale dello stipendio che il laureato percepisce proprio perché tale e perché eccellente nel suo campo. L’alternativa a questo sistema è un aumento generalizzato delle tasse e non mi sembra giusto, soprattutto per rispetto a quelle molte persone che non hanno avuto l’onore di andare all’università. Noi dobbiamo avere un numero sempre crescente di ragazzi che vanno all’università, poiché le nazioni che vanno avanti nel mondo hanno una percentuale di oltre il 50% di studenti delle superiori che arrivano poi alla laurea. Se noi stiamo cercando di estendere le possibilità e di finanziare adeguatamente le università, la questione è: chi paga?». Già, chi paga? I 157 pasionari laburisti, quelli del Labour nostalgicamente old and leftist, vorrebbero far pagare di più a tutti. O, peggio, vorrebbero implicitamente bloccare sviluppo del paese e possibilità per i cittadini. Per questo, in attesa di un vagito dai progressisti-riformisti nostrani che contestano la riforma del ministro Letizia Moratti ma vanno in pellegrinaggio al 10 di Downing Street, c’è da augurarglielo: go, Tony, go.
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