Van Gogh, la solitudine della vita

Di Ferrari Anna
11 Dicembre 2003
“Un racconto semplice della vita e della concezione dell’arte”

«Devo osservare e disegnare tutto quello che appartiene alla vita», scriveva Vincent Van Gogh al fratello Theo. Un libro, corredato da 46 suoi quadri, ne raccoglie le lettere e racconta con semplicità la vita, il bisogno di comprensione, la concezione dell’arte del pittore olandese figlio di un pastore protestante. I primi quadri riflettono il suo quotidiano, i suoi tormenti e i suoi ideali. In Tessitore con spolatrice, Busto di contadino, I mangiatori di patate, le pennellate di ombre e luce, il colore e la vibrazione della materia preannunciano la sua genialità: «Purché il colore sia bello quanto è in natura». Dal marzo 1886 è a Parigi, dove conosce gli impressionisti: «Bisogna sempre fare uso intelligentemente dei bellissimi toni che i colori creano di loro iniziativa». Ma nella vorticosa città non si ambienta e cerca rifugio e sicurezza nel sole e nel colore della Provenza, ad Arles: «Vorrei che noi potessimo camminare così come siamo senza smarrirci nella solitudine o nel nulla». Gode perché pittura e realtà si corrispondono (La mietitura, Sera d’estate). La camera di Van Gogh, quella delle seggiole di paglia gialle, ne è un segno potente. Poi la pazzia progredisce. Entra in una casa di cura di Saint Rémy, un ambiente accogliente dove può anche dipingere. I suoi temi sono ulivi, cipressi, campi, notti stellate. Con Theo si pone tante domande, parla di dolore ma di una morte non triste. Ecco il drammatico Campo di grano coi corvi. Dopo aver confidato a Theo per l’ultima volta «La tristezza durerà comunque tutta la vita. Ora desidererei tornare», il 27 luglio si suicida. Eppure per noi tutto comincia adesso.
Alessandro Rovetta (a cura di), Vincent a Theo, 90 pp., Pagina, 8.50 euro.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.