L’unico capitale è quello umano
Se avete sempre sognato di vivere su una spiaggia soleggiata circondati da splendide donne ultraottantenni con l’unica preoccupazione di divertirvi, il vostro futuro non è in Florida, ma in Italia. La provocazione, che in realtà è un vero e proprio allarme, viene dal convegno, organizzato a Roma lo scorso 3 dicembre dalla Fondazione Compagnia delle Opere per la Sussidiarietà e dalla Compagnia delle Opere, su “Difendiamo il futuro. Investiamo in capitale umano”. A lanciarla è stato Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione, che nella sua introduzione non ha perso l’occasione per bacchettare la politica, rea a suo avviso di voler trasformare l’Italia nella Florida dell’Unione Europea. Il sintomo più evidente di questo tentativo sono le scarse risorse che il paese investe per sviluppare quello che, in tutte le società industriali avanzate (in primis gli Usa), è ormai diventato il fattore determinante l’incremento della produttività: il capitale umano.
Ma cosa significa investire in capitale umano? «Innanzitutto – dice Vittadini – occorre investire nell’educazione, cioè nella capacità di sviluppare personalità e non solo di trasmettere informazioni o saperi». E questo investimento deve avvenire a tutti i livelli: dall’istruzione scolastica e universitaria alla formazione professionale in azienda e fuori l’azienda, alle informazioni sul sistema economico inerenti i più diversi aspetti (prezzi, salari, cambi, obbligazioni, ecc.) fino all’investimento in salute. Investimenti quantitativamente e qualitativamente importanti che abbiano come scopo quello di sviluppare il paese e non di mantenere una rendita. «L’Italia – continua Vittadini – è vissuta e vive tuttora vittima di una posizione culturale in cui il problema principale è quello di come distribuire le risorse piuttosto che di come creare nuova ricchezza. Dobbiamo capire che occorre finanziare ciò che è strategico per il futuro tagliando su quelle posizioni di rendita che hanno come unico scopo quello di mantenere lo status quo». Ma chi è che genera ricchezza in Italia? «La piccola e media impresa che per anni abbiamo bollato come non competitiva. Oggi, di fronte allo sfaldarsi della grande industria italiana, scopriamo che “piccolo è bello” perché innova, investe in capitale umano e dalla sperduta provincia italiana compete a livello mondiale con multinazionali spesso più attrezzate».
PISTORIO: DALL’AMERICA A CATANIA
L’ingegner Pasquale Pistorio è forse uno dei pochi casi di “cervelli italiani” che, invece di emigrare negli Usa, ha compiuto il processo inverso. Nel 1980, infatti, dopo anni di esperienza presso Motorola, ha deciso di partire da Phoenix e di tornarsene a Catania per raccogliere una sfida: riportare in utile Sgs-Ates, azienda statale di semiconduttori, che all’epoca si trovava sull’orlo del fallimento (perdeva circa il 112% del fatturato). Ebbene, a distanza di 23 anni, Pistorio ha vinto la sua battaglia. Nel 1987, infatti, la Sgs attraverso un’alleanza con i francesi di Thomson Semiconducteurs ha dato vita a St Microelectronics che oggi è il terzo costruttore al mondo di microchip. Catania è diventata il secondo centro di produzione al mondo e alcuni scherzando parlano di una vera e propria “Etna Valley”. Ma qual è il segreto di tanto successo? «Ci siamo accorti – dice Pistorio – che se volevamo competere con i paesi più industrializzati dovevamo investire in ricerca e capitale umano. è quello che abbiamo fatto e i risultati si vedono. Purtroppo in Italia casi come questo sono rari perché il Governo non fa abbastanza. Bisogna avere il coraggio di investire negli istituti di ricerca e nelle genialità che ci sono». Interviene il professore Adriano De Maio, rettore della Luiss e commissario straordinario del Cnr: «Io ho visto il segreto dell’ingegnere. Nelle sue aziende lavorano ragazzi che hanno al massimo 30 anni e sono contenti e soddisfatti di quello che fanno. è uno spettacolo!».
ARTIGIANATO HI-TECH
Ingegno e capacità innovativa sono gli elementi che hanno permesso lo sviluppo del Polo biomedicale di Mirandola (Mo). Migliaia di piccole e medie imprese con caratteristiche uniche nel panorama industriale italiano. è a Mirandola, ad esempio che è nato il primo rene artificiale italiano. «Si tratta di un distretto – ci spiega il prof. Fabio Cattani, presidente della Compagnia delle Opere di Bologna – che è nato dalla creatività di alcuni imprenditori e oggi, con i suoi 3mila miliardi di fatturato, rappresenta una risorsa per tutto il territorio dando lavoro a migliaia di persone». «Il punto di forza del polo mirandolese – continua Cattani – è la perfetta integrazione tra industrie e mondo della ricerca universitaria. Questo ha favorito la nascita di un modello di eccellenza in un settore, come quello sanitario, che ultimamente registra una grossissima crisi dal punto di vista degli investimenti e delle risorse. Occorre investire maggiormente nella qualità valutando realmente le risposte sanitarie sulla base della professionalità che offrono. Va da sé che la qualità della sanità passa inevitabilmente attraverso la qualità del servizio e quindi il capitale umano è fondamentale».
La pensa così anche Alberto Daprà, amministratore delegato di Txt e-solutions, azienda del comparto informatico da oltre 15 anni attiva nel mercato italiano ed europeo. «La mia azienda – ci dice – investe in ricerca e sviluppo circa il 12-13% del fatturato. Questo ci ha permesso di sviluppare prodotti propri e di ritagliarci una nostra nicchia di mercato. Purtroppo la situazione dell’information technology in Italia è drammatica. Abbiamo piccole imprese con poco capitale che investono poco in ricerca e sviluppo e quindi offrono per lo più servizi, ma non sviluppano prodotti originali. Una soluzione potrebbe essere quella di mettere insieme le risorse creando veri e propri consorzi che possano aiutare le piccole e medie imprese a utilizzare appieno i progetti di incentivazione italiani ed europei. Inoltre occorre incrementare il rapporto tra Università e mondo della piccola e media impresa. Fino ad oggi i laboratori di ricerca hanno dialogato principalmente con la grande impresa, bisogna invertire questa tendenza. Tra l’altro pochi sanno che le piccole realtà italiane del settore, nate dall’ingegno dei singoli, sfornano continuamente brevetti e sono spesso dei veri e propri laboratori di innovazione».
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