«Io, leader sciita, dico grazie Usa
Domenica 14 dicembre, nel tardo pomeriggio. L’atmosfera è calma al bar dell’Hotel Raphael, a due passi dall’Arco di Trionfo. Ed è calma e cortese la voce di Abdulkrim Hashim, irakeno, 42 anni rappresentante in Francia dello Sciri, la più importante organizzazione politica e religiosa degli sciiti irakeni. Quando abbiamo preso appuntamento per l’intervista Saddam era libero; un pensiero invadente e oppressivo nella testa degli irakeni e una possibile incognita per il loro futuro. Ora quell’incognita è stata risolta. Pur cosciente che la cattura di Saddam Hussein non è che un episodio, e che la strada che il suo paese deve affrontare per ricostruirsi è lunga, il sorriso di Abdulkrim Hashim lascia trasparire la sua soddisfazione.
Quali saranno le conseguenze, in Irak, della cattura di Saddam?
Per il popolo irakeno è sicuramente un enorme sollievo psicologico. Sul calendario politico nessuna. Come previsto, a maggio sarà eletta un’assemblea transitoria che a giugno eleggerà a sua volta un governo transitorio. La cattura di Saddam dovrebbe convincere i più reticenti ad aderire al cambiamento politico, ma potrebbe anche spingere ad una violenza ancora più grande quella parte di sostenitori del regime che essendo troppo compromessi e non avendo più prospettive ora non hanno più niente da perdere.
E per il terrorismo che viene dall’esterno?
Sono dei criminali pronti a tutto, e voi italiani che avete perso degli uomini a Nassiriya lo sapete bene, ma non hanno il sostegno degli irakeni. La riorganizzazione delle forze di sicurezza irakene procede bene e quindi la situazione dovrebbe migliorare rapidamente.
Ha visto le immagini della cattura del rais?
Il modo in cui Saddam è stato catturato ha confermato quanto fosse vigliacco. Vigliacco nel suo modo di fare la guerra, prendendo in ostaggio il popolo irakeno. Vigliacco nel suo modo di “fare la resistenza”, colpendo soprattutto il popolo irakeno. E vigliacco perché non ha avuto il coraggio di uccidersi.
Anche se è possibile che nelle prossime settimane la cattura di Saddam abbia un effetto sull’opinione pubblica europea, per il momento rimane vero che l’opinione oggi più diffusa è che l’intervento americano in Irak sia stato un errore.
Non mi permetterei mai di giudicare i sentimenti delle persone che si sono opposte alla guerra e posso anche capire le loro ragioni. Nessuno, per principio, può essere favorevole ad una guerra. Ma credo ci sia stata, e in parte continui ad esserci, una differente percezione della realtà. Ricordo un episodio significativo: quando ancora la guerra non era cominciata sono stato invitato a partecipare ad una trasmissione televisiva italiana animata dal giornalista Gad Lerner, persona estremamente cortese. Immagini il mio stupore quando mi sono reso conto che tra i presenti ero il solo a essermi dichiarato favorevole alla guerra.
Era il solo irakeno presente a quel dibattito?
Effettivamente (ride). Purtroppo non c’era altro modo che la guerra per mettere un termine alla dittatura di Saddam Hussein. La guerra, in questo caso, ha messo un termine all’oppressione del popolo irakeno permettendogli di ritrovare la libertà e la pace.
Una pace che rimane ancora tutta relativa.
Gli attentati, dovuti ad una minoranza, erano un tentativo di Saddam Hussein e dei suoi complici per destabilizzare il paese. è quindi sbagliato, come molti in Europa continuano a fare, definire quelle che sono azioni di terrorismo come se fossero atti di resistenza. è in reazione contro il terrorismo che lo scorso 10 dicembre abbiamo organizzato una manifestazione pacifica che ha visto la partecipazione di numerose organizzazioni e di quella che in Europa viene definita la “società civile”. Era la prima volta che in Irak si svolgeva una manifestazione di quel tipo, nella quale alcune decine di migliaia di persone, che rappresentavano le differenti componenti del popolo irakeno, pur con le loro differenze hanno mostrato un comune desiderio di pace. Purtroppo la manifestazione, fortemente simbolica, non sembra aver interessato i media europei.
In quella manifestazione però la partecipazione degli arabi sunniti era marginale. Crede che la cattura di Saddam possa spingere quella parte dei sunniti che lo sosteneva ad accettare finalmente la nuova situazione?
è nell’interesse di tutti. è importante tenere presente che Saddam non ha fatto gli interessi né dell’Irak né dei sunniti in generale, ma solo ed esclusivamente del suo clan. E se è vero che la zona più turbolenta dell’Irak è quella che viene definita come il triangolo sunnita, a nord di Baghdad, sono una minoranza a rimpiangere il regime di Saddam.
Qual è il suo bilancio sulla situazione generale? La ricostruzione procede come previsto?
Sono ancora molte le cose da fare ma, anche se lentamente, la situazione comincia a stabilizzarsi. L’amministrazione e le attività economiche riprendono vigore.
Alcuni giornalisti presenti a Baghdad sembrano mettere in dubbio la realtà dei progressi nella ricostruzione. Sostengono per esempio che, contrariamente a quello che succede oggi, prima della guerra nella capitale non c’erano problemi di elettricità.
La spiegazione è semplice. Baghdad era la vetrina del regime e quindi veniva fatto il necessario perché l’energia elettrica non mancasse mai, e a farne le spese erano le altre città irakene che si vedevano razionata l’elettricità. Oggi la produzione di energia elettrica è la stessa di prima della guerra ma oramai Baghdad non è più privilegiata. Sono molti i giornalisti che prima e dopo la guerra hanno scritto i loro articoli senza spostarsi dalla capitale ed è quindi naturale che focalizzino la loro attenzione su quello che succede a Baghdad. Ma nel resto del paese le cose sono sensibilmente migliorate.
Cosa ne pensa della polemica relativa alla decisione degli americani di escludere dai contratti per la ricostruzione quei paesi che, come la Francia, si erano opposti alla guerra?
La Francia aveva sostenuto che in Irak non c’erano delle autorità legittime e quindi degli interlocutori. Domani (lunedì, ndr) il presidente della Repubblica francese, ricevendo la delegazione del governo provvisorio, lo riconosce implicitamente come legittimo rappresentante del popolo irakeno. Per quanto riguarda la decisione degli americani, cosa dire se non che è logica. Stiamo parlando di soldi americani quindi non vedo le ragioni della polemica. Gli americani hanno deciso di offrire all’Irak una somma importante destinata alla ricostruzione, ed è normale che siano gli americani a decidere quali siano le modalità della loro utilizzazione.
Come valuta i rapporti con gli americani?
Ho partecipato alle discussioni che a Londra, prima della guerra, hanno riunito le differenti organizzazioni degli oppositori del regime di Saddam Hussein. A quelle discussioni, che le assicuro sono state difficili, era presente anche un delegato del governo americano. Si era raggiunto un accordo che a guerra finita non si può dire sia stato applicato. In un primo tempo gli americani diffidavano di noi e non seguivano i nostri suggerimenti, ma con il passare del tempo hanno imparato a conoscerci e ora le cose vanno meglio. Anche perchè va riconosciuta agli americani una grande qualità, che è la loro forza, sono pragmatici e riconoscono i loro errori. Così quando hanno visto che le cose non andavano come avevano previsto hanno accolto i nostri consigli.
Non crede che la diffidenza degli americani potesse avere qualche giustificazione?Il vostro leader, Baqir Al-Hakim, esule per molti anni in Iran, considerava quella americana come una guerra d’occupazione e rifiutava la creazione di un governo provvisorio. Se a questo si aggiunge la presenza in Irak delle vostre milizie...
Diciamo allora che le nostre posizioni e quelle degli americani si sono riavvicinate. Abbiamo accettato di partecipare al governo provvisorio voluto dagli americani e Baqir Al-Hakim ha accettato il principio di una separazione tra lo Stato e la religione, dichiarando che il sistema politico dell’Irak non sarà come quello iraniano. Anche il problema delle milizie è stato risolto. Una parte è stata integrata nelle nuove forze di sicurezza, alle quali partecipano dei combattenti di tutte le organizzazioni politiche anti Saddam. Gli altri si sono rimessi a fare il loro lavoro e si sono riuniti in una organizzazione che si occupa della ricostruzione.
Esistono in Irak dei movimenti che hanno il desiderio e la possibilità di instaurare la legge islamica?
La composizione etnica, sociale e religiosa dell’Irak è estremamente complessa, quindi anche se qualcuno dovesse avere quel desiderio non avrebbe la possibilità di realizzarlo perché la maggioranza degli irakeni non lo vorrebbe. In realtà siamo tutti coscienti che sostenere un tale desiderio equivarrebbe ad accettare il principio di una guerra civile, e credo sia arrivato il tempo per il popolo irakeno di vivere in pace.
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