Senza libertà niente sviluppo
Con padre Gheddo ci eravamo accordati per un colloquio sull’importanza dell’educazione nello sviluppo dei popoli del mondo povero. è il tema centrale della Campagna Tende di Natale di Avsi 2003, ma è anche, da sempre, uno dei cavalli di battaglia del giornalista-missionario più conosciuto d’Italia, perciò la sua chiave di lettura ci interessava. Però il nostro appuntamento è coinciso con la cattura di Saddam Hussein, e allora il discorso ha preso una piega un po’ particolare. Sentite un po’.
Padre Gheddo, adesso che gli americani hanno catturato Saddam Hussein tutti si chiedono che influsso avrà questo fatto sul terrorismo, sulla guerra, sugli equilibri internazionali. Ma bisognerebbe anche chiedersi che effetto avrà sull’educazione del popolo: se penso al lavaggio del cervello della sua propaganda, alle sue immagini presenti ovunque in Irak…
Io credo che avrà un effetto molto forte, perché l’educazione è il fattore più importante dello sviluppo, ma l’educazione non è possibile in una dittatura: se non c’è la libertà, l’educazione non esiste. Il problema dei popoli poveri in generale è che, con qualche eccezione di paesi discretamente democratici, manca loro la libertà. Sotto dittatori come Saddam Hussein non c’è nessuna libertà di pensiero, di parola, di movimento, tutta la vita sociale, e non solo quella, è sottoposta ad un controllo asfissiante. In molti paesi a regime autoritario sono ammesse anche scuole come quelle cattoliche, non direttamente dipendenti dal regime, ma vigono sistemi per controllare rigidamente tutto quello che avviene al loro interno: penso alla Birmania, dove sono stato recentemente. La verità è che la libertà di educazione comincia da una libertà di tipo politico: perché si possano educare davvero le persone, occorre che non ci siano governi oppressivi al potere. Il fatto che il popolo irakeno sia stato finalmente liberato dalla cappa della dittatura, ormai quasi quarantennale, che aveva condannato il popolo al conformismo, è un passo verso lo sviluppo umano, verso la creazione del capitale umano. Puntare sull’educazione nello sviluppo di un popolo vuol dire mettere l’accento sulla formazione del capitale umano più che sui soldi, le tecniche, i commerci: tutte cose importanti, ma che vengono dopo.
Qualcuno dice che talvolta i dittatori ed i loro sistemi politici autoritari sono funzionali alla modernizzazione del paese. La Cina di Mao, lo stesso Irak di Saddam, sono presentati come casi in cui la crudeltà del totalitarismo ha però prodotto sviluppo economico ed infrastrutturale.
Non c’è dubbio, anche in Italia il fascismo ha distrutto la democrazia ma ha sviluppato l’organizzazione sociale e costruito grandi opere. Però bisogna dire questo: quando una dittatura dura dieci-vent’anni non distrugge un popolo, ma quando dura 70 anni come in Russia, o 50 anni come nell’Est europeo, distrugge l’uomo. Mi diceva recentemente un sacerdote italiano che lavora da dieci anni in Romania: «Studiando il popolo romeno, che ha una grande tradizione culturale, mi sono convinto che il comunismo distrugge l’uomo». Io dico: non solo il comunismo, ma tutte le dittature totalitarie, compresa quella di Saddam Hussein. Educazione vuol dire aiutare la persona che sta crescendo a prendere coscienza di quel che è, nella dimensione culturale e in quella spirituale. Questo è molto difficile in un paese dove manca la libertà. Potrà ricevere una preparazione tecnica, senz’altro una formazione ideologica, o un’istruzione per la produttività economica. Ma in quei contesti manca assolutamente la formazione dell’io, e questo rende impossibile la maturazione della persona umana. Per questo la caduta di Saddam Hussein è un bene per il popolo irakeno.
Nei tuoi viaggi, nel corso dei tuoi réportages, hai incontrato situazioni dov’era palpabile il sottosviluppo delle mentalità a causa del regime?
Sì, spesso. Ricordo per esempio il mio primo viaggio in Sudafrica, nel 1975. Andando nelle campagne coi missionari stimmatini a vedere, mi dicevano: «Il sistema dell’apartheid è profondamente ingiusto, ma la gente è come anestetizzata: vive, lavora, istruisce i figli e questo sembra bastargli». Io ero ammirato per la gran quantità di scuole destinate ai neri, comprese facoltà universitarie di medicina e di scienze agrarie. Ma i missionari mi dicevano: «Sì, c’è tutta una formazione tecnica e professionale, ma mancando la libertà, non c’è vero sviluppo. L’apartheid stritola gli africani umanamente: crea in loro un complesso che non gli permette di svilupparsi nemmeno intellettualmente. Ci sono questi ribelli, l’Anc, ma la maggioranza della gente vuole restare tranquilla, si accontenta di non morire di fame». Per questo oggi trovo molto giuste le cose che Amartya Sen scrive nel suo ultimo libro, che si intitola Lo sviluppo è libertà: non c’è crescita senza democrazia, senza libertà. L’educazione è possibile nella misura in cui cresce la libertà. Perché l’uomo è nato libero, è nato per la libertà. Naturalmente libertà compatibile col bene comune, con la legge divina.
Ma anche se riescono ad ottenere un po’ di democrazia, come fanno poi popoli molto poveri a formare il proprio capitale umano?
C’è un esempio positivo molto bello e importante, anche se se ne parla poco: quello dell’India. Se c’è un paese poverissimo e sovrappopolato e che pure è riuscito a migliorare il livello di vita e di formazione della sua gente, questo è proprio l’India. Fin dall’inizio Nehru, Sastri, Indira Ghandi hanno privilegiato la formazione umana, e non solo quella delle élites, ma di tutto il popolo. Hanno portato scuola, sanità, viabilità, assistenza nei villaggi. L’India, nonostante sia partita dal gradino più basso fra i paesi poveri anche a causa della divisione in caste, ha fatto molto, grazie alla scuola e alla libertà.
In una certa misura, potrebbe essere un buon modello per l’Irak: anche lì ci sono divisioni religiose ed etniche.
Però l’Irak ha lo svantaggio di un islam che egemonizza la società; non è solamente religione, è politica, economia, società, cultura, tutto. Finché l’islam rimane il tutto della vita senza via di scampo, finché l’umma, la comunità dei credenti, coincide integralmente con la società, non è possibile nessuna libertà, e senza libertà non c’è sviluppo. L’islam deve ancora fare proprio il senso della laicità dello stato, il valore della libertà religiosa. Anche la Chiesa cattolica ha avuto difficoltà su questo piano. Ricordo che durante il Concilio Vaticano II si fece molta fatica ad approvare il principio della libertà religiosa, perhé si diceva «Di fronte alla verità non c’è libertà». Ma era sbagliato: la verità è la verità, ma Dio ti lascia la libertà di scegliere. Se non vuoi la verità, non sceglierla: alla fine dovrai rendere conto di questo, ma non sei obbligato.
Anche perché l’uomo si sviluppa umanamente solo se le sue scelte sono libere. Se non sono libere si sviluppa soltanto il conformismo.
Certo! E anche perché ogni uomo ha i suoi tempi. Io ho scelto Gesù Cristo da bambino, un altro lo sceglierà a novant’anni: non sono io che devo decidere i tempi di un altro; ognuno è un mondo a sé, per questo ci deve essere libertà e lo Stato deve rispettare la libertà. Lo Stato deve essere al servizio della persona umana, e non viceversa. E la Chiesa non deve dimenticarsi la sua responsabilità, la responsabilità dell’annuncio. Io sono certo di una cosa: anche nelle situazioni più difficili, di oppressione politica o di miseria economica ed umana, quando la persona acquista la coscienza dell’io, della sua dignità, dell’amore che Dio ha per lui come singolo essere, l’uomo fiorisce.
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