Il senso del Natale (non serve essere buoni)
Cos’è il Natale? È la lettera a Santa Claus e/o Gesù Bambino, le vacanze sulla neve, il pranzo e il panettone, la Messa di mezzanotte, l’essere più buoni, lo scartare i regali, le offerte Tim-Omnitel-Wind. È la filastrocca e la mancia, il Tg edizione ridotta (è Natale anche per Mentana), le luci sulle strade dei negozi, l’antivigilia, la vigilia, Natale con i tuoi, poi, finalmente, Santo Stefano (quando si finiscono i resti del pranzo). È d’accordo don Gianni? «Natale è una festa. E come in tutte le feste si fanno dei gesti inconsueti, non ordinari, diversi rispetto alla quotidianità. A chi attacca il consumismo io chiedo: che male c’è a consumare? Il pranzo, i regali, gli auguri non sono altro che modi per instaurare rapporti diversi con le persone con cui si ha a che fare di solito e mezzi per procurarsi una modesta gioia. È bene che si consumi a Natale (e non lo dico solo per fare un favore a Tremonti) perché anche il bene materiale è un segno». Scusi, don Gianni ma, a rigor di retorica, il Natale è il momento in cui si è tutti più buoni… «Il Natale non è il tempo delle opere buone. È il periodo della diversità che è, appunto, il tempo della festa». «Casomai – prosegue – il problema è che oggi è rimasto il senso della festa, ma se ne è smarrito il significato. E per colmare questa perdita si è dovuto creare un altro tempo: quello dell’alienazione».
La Rocca E il tempo
Alt. Ricominciamo da capo. Riprende Baget Bozzo: «Natale è una festa sia religiosa sia pagana. È l’interruzione del tempo ordinario per entrare nella dimensione degli dei. Perché l’uomo vive “nel” tempo, ma non ha il senso “del” tempo. Nell’uomo casomai c’è la dimensione dell’eterno che non può essere ingabbiata dal tempo. La genialità del cristianesimo è tutta nell’aver ripreso il senso religioso pagano e nell’averlo cristianizzato, sostituendo all’idea di rinascita della natura quella del “Cristo sole vincitore”. È un rimanere fuori dal tempo per rientrare nel tempo». Quel che dice Baget Bozzo ricorda il brano dei Cori della Rocca di Thomas Eliot in cui si dice che i cristiani sono “in” questo mondo ma non sono “di” questo mondo. E anche per don Gianni «il cristiano è nella città. La vita cristiana ha distinto l’eternità dal tempo, ma non ha condannato il tempo. La Chiesa non vuole dominare il tempo, ma non vuole nemmeno abbandonarlo perché il tempo è redento». Oggi di questo senso dell’eterno, cosa è rimasto? Ben poco, sembra rispondere don Gianni. «Il Natale – prosegue – deve aiutare a far memoria che c’è un altro senso per l’uomo. Oggi, però, organizzare la festa è difficile perché si è perso il senso religioso e lo “spazio muto” è stato riempito con l’alienazione. Natale è diventato un giorno angoscioso perché non c’è niente di peggio che dover festeggiare senza sapere il perché». Lo aboliamo? «No, no, assolutamente. Tutti ci opporremmo perché chiunque di noi, pur avendo perso il messaggio, continua a vivere il Natale “in sottofondo”». Dove vede questo “sottofondo” don Gianni? «Oggi c’è una grande domanda di eterno. Nell’era della tecnologia e della globalizzazione l’uomo si concepisce creatore. E come ogni creatore ha di fronte il nulla e si fa prendere dall’ansia di chi si trova di fronte a un futuro ignoto. È un creatore che ignora la sua opera. E l’ansia e l’angoscia lo pongono di fronte al senso della vita. Ecco a che cosa serve il Natale: a far memoria che per scoprire il proprio senso, l’uomo ha bisogno di un altro senso».
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