Fine ingloriosa dell’etica del capitalismo

Di Sergio Soave
15 Gennaio 2004
Se si scorre l’elenco dei partecipanti alle numerose iniziative dedicate recentemente all’etica del capitalismo

Se si scorre l’elenco dei partecipanti alle numerose iniziative dedicate recentemente, soprattutto per impulso di Antonio Fazio, all’etica del capitalismo, se ne troveranno alcuni che sono più o meno direttamente (e legittimamente) tirati in ballo nella vicenda Parmalat. Sarebbe facile, ma ingiusto, commentare la coincidenza con le solite osservazioni qualunquistiche sul predicare bene e razzolare male. Di chi sia penalmente e personalmente responsabile e di che cosa, anche questa volta, sarà bene decidere quando e se il polverone mediatico-giudiziario avrà finito di rendere tanto ardua la visibilità.
Invece si può cominciare a ragionare di come esca malconcia l’etica del capitalismo in quanto tale. A suo tempo Max Weber, in un saggio famoso, sostenne che lo spirito del capitalismo era figlio dell’etica protestante (che è cosa diversa dal sostenere che il capitalismo incorporasse un’etica), perché la concezione della predestinazione, della salvezza come dono gratuito, portava a considerare il successo negli affari come un segno della benevolenza divina, capovolgendo il pauperismo imperante nelle precedenti correnti religiose di contestazione, dai Patari in poi.
La teoria, esposta in modo suggestivo, non dava conto della prematura nascita del capitalismo nelle repubbliche marinare o nei grandi comuni, da Firenze a Milano, per niente protestanti, ma comunque aveva il pregio di riconoscere che la natura del capitalismo consiste nella ricerca del profitto, giustificata o meno “eticamente” dall’esterno.
Invece nelle più recenti evoluzioni del dibattito su questo tema, si è teso a definire un’etica “interna” al capitalismo, che si sovrappone e condiziona la ricerca del profitto. In sostanza si sono considerate come funzioni interne del meccanismo economico i condizionamenti sociali e morali che la società, attraverso la politica, cioè le leggi e le norme regolamentari, veniva via via imponendo, in base al principio della responsabilità volta a volta morale, sociale, ecologica, e così via dell’impresa e dell’imprenditore, spesso confondendo l’una con l’altro.
Parallelamente, e forse conseguentemente, si attenuava il peso della responsabilità primaria dell’impresa capitalistica, quella verso i suoi soci che, investendo nelle sue attività per ottenerne un utile, hanno l’interesse (e il diritto) di controllare che la finalità della creazione di ricchezza venga sempre al primo posto. Poiché questa “pretesa” è poco etica, è stata in certo modo sacrificata in molti casi all’illuminata, si fa per dire, volontà di bene dell’imprenditore, facendo così saltare il primo e fondamentale sistema di controllo, quello degli azionisti. E se ne vedono le conseguenze. Naturalmente le imprese possono perseguire fini diversi da quelli del profitto, ma debbono informarne chi partecipa alla loro capitalizzazione, come accade, seppure con qualche stortura, nel terzo settore dell’economia. Lo Stato, per parte sua, può imporre condizioni di salvaguardia di interessi estranei alle imprese, in base a principi di interesse generale precisi e non da Stato etico. Ma introdurre l’etica direttamente nel capitalismo infanga la prima e rende inefficiente il secondo.

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