Quei diritti senza doveri
L’8 gennaio scorso, intervistato da Il Giornale, il segretario della Uil Angeletti aveva detto dell’accordo raggiunto a Milano tra sindacati, Comune e Atm per il contratto degli autoferrotramvieri: «Credo non sia possibile allo stato attuale delle cose firmare un accordo migliore di questo… la protesta improduttiva non farà altro che alimentare il conflitto sociale». Lunedì 12 gennaio Milano è ripiombata nell’incubo dello sciopero selvaggio, con i mezzi pubblici bloccati nei depositi e i Cobas determinati a proseguire l’agitazione. Cosa succede? E perché proprio Milano? Un caso? No, un obiettivo strategico. La città della Madonnina, infatti, non rappresenta soltanto un’amministrazione di centrodestra da colpire, ma il laboratorio di un nuovo patto sociale che veda gli enti locali protagonisti in prima persona, non più succubi delle decisioni prese a livello centrale da governo e confederazioni sindacali. Milano è la città che nel luglio 1999 vide Cisl e Uil abbandonare la Cgil e firmare il “Patto per Milano”. Milano e la Lombardia rappresentano il paradigma del buongoverno federalista: dal buono scuola alla politica sanitaria, dalle infrastrutture alle politiche per la piccola e media impresa.
Nicola Rossi, deputato diessino ed economista, in un suo studio ha evidenziato i paradossi di questo conservatorismo consociativo. «Tra gli studenti che frequentano una scuola pubblica e i loro docenti, alcuni dei quali saltano senza preavviso molte ore di lezione, chi è il debole? Fra il giovane disoccupato che vorrebbe imparare inglese e informatica e il formatore pubblico regionale che insiste nel volerne fare un parrucchiere, chi è il debole? E non rappresenta forse un palese conflitto d’interessi, quello incarnato dalle organizzazioni sindacali che pretendono di definire le regole della previdenza complementare, del collocamento e della formazione e poi di offrire i relativi servizi?». Il problema, però, è se possibile più grave. Le logiche che sottendono gli scioperi selvaggi come quello di lunedì a Milano, infatti, appaiono quelle del depistaggio e dell’imboscata dissimulate dall’alibi dello spontaneismo. Continuando a definire infatti “autoconvocate” le proteste, i sindacati confederali si chiamano da un lato fuori dalle palesi violazioni di legge che queste rappresentano, dall’altro non si esimono dall’attaccare governi locali ed esecutivo nazionale per la logica repressiva con cui affrontano le proteste facendosi di fatto sfuggire di mano la situazione. Governassimo noi – cioé il centrosinistra – la pace sociale e i mezzi pubblici puntuali sarebbero garantiti: questo il messaggio subliminale per i cittadini. Particolarmente preoccupato per la situazione è Roberto Formigoni, governatore della Regione Lombardia, che dipinge in poche parole il quadro a tinte fosche del momento presente. «Sono molto preoccupato per il diffondersi di un alto tasso di irresponsabilità nei vari livelli della nostra società, basti pensare alle beffe patite dai risparmiatori o ai controllori che non controllano ma si autoassolvono. Mi riferisco anche alle regole che saltano con sempre maggior frequenza nelle relazioni tra istituzioni e sindacati. C’è inoltre una situazione di carovita pesantissima dettata dal fatto che si continua a governare il Paese come se vivessimo in una nazione dalle realtà indifferenziate, come se vivere a Milano costasse come vivere a Castrovillari o a Sanremo. Non è così, il problema è che il federalismo è entrato nella mente della gente come una necessità condivisa, sentita e non più rimandabile, ma l’amministrazione dello Stato continua a essere profondamente centralista, dedita a una politica di distribuzione delle risorse irrealistica».
Non ha dubbi nemmeno Maurizio Lupi, deputato di Forza Italia: «C’è un minimo comun denominatore che unisce gli scioperi selvaggi di questi giorni e casi come quello della Parmalat: la completa perdita dell’interesse per il bene comune, la scientifica anteposizione degli interessi particolari – pur legittimi in alcuni casi – a quelli della collettività. Lo sciopero di lunedì dimostra che nessuno ormai pensa più alle conseguenze che portano con sé le azioni che si compiono. Il problema delle nuove povertà esiste ma non si risolve con rivendicazioni selvagge bensì attraverso un serio confronto tra forze politiche e sociali per l’individuazione di strumenti che evitino la crescita del fenomeno. è inaccettabile la personalizzazione che i tramvieri, tra le categorie più garantite in assoluto, fanno di questo problema reale. Occorre inoltre giungere a rapportare il salario all’efficienza delle prestazioni e alle reali risorse delle aziende».
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