Per una politica dei limiti

Di Rodolfo Casadei
15 Gennaio 2004
L’eccesso di potere dell’uomo sulla sua riproduzione minaccia la possibilità stessa della libertà e cancella dal mondo l’alterità. Per questo è saggio porre la questione dei limiti. Intervista ad Alain Finkielkraut

Monsieur Finkielkraut, in Italia da poco è stata approvata una legge restrittiva in materia di fecondazione assistita che ha sollevato un furioso dibattito. La nuova legge fissa dei limiti sotto molti aspetti. Non pochi scienziati, genetisti e ginecologi protestano contro di essi in nome della “libertà riproduttiva”, molti politici denunciano la legge come “contraria alla laicità dello Stato”. Secondo lei, fissare dei limiti alla fecondazione assistita rappresenta una violazione della laicità dello Stato?
No, non comprendo il ragionamento. Capisco che la legge sollevi delle obiezioni. Da tempo, ormai, ogni volta che si vogliono stabilire dei limiti questi vengono combattuti in nome dei diritti umani. Ci troviamo in una situazione, che nessuno in passato aveva previsto, di opposizione fra i diritti umani ed il diritto. I diritti umani si sono guadagnati il loro attuale prestigio nella lotta contro il potere, ma oggi non è più a questo che si oppongono, ma al diritto, a causa del fatto che esso non ha mai avuto precisamente altra funzione che quella di tracciare una frontiera fra il lecito e l’illecito, ciò che è permesso e ciò che è proibito. Bisogna assegnare un’estensione quasi selvaggia al concetto di laicità dello Stato per opporlo così all’esercizio stesso del diritto.

In Italia è considerata un’ovvietà che alla marcia del progresso si oppongono soltanto le visioni fondate su idee religiose.
Non penso proprio che solamente le idee religiose si oppongano alla marcia del progresso, anzi: il progresso è la nostra ultima superstizione. Se oggi c’è un oscurantismo che imperversa in Europa, è precisamente l’oscurantismo del progresso. L’alleanza fra tecnica, educazione e libertà non funziona più, e noi sappiamo molto bene che dal momento in cui l’uomo rimodella le specie a suo piacere, è precisamente la libertà umana che si trova in pericolo. Dunque andiamo verso una contraddizione crescente fra progresso e libertà.

Gli scienziati che si oppongono alla nuova legge in una dichiarazione comune affermano che bisogna «essere liberi di scegliere se avere o non avere figli, quanti averne, quando averli e come averli». Non rischia questo atteggiamento di ridurre il figlio ad un semplice prodotto? Non rischia la libertà degli uni di produrre l’alienazione degli altri?
Sì, questo rischio esiste certamente. La posizione di questi scienziati, biologi e ginecologi procede da una confusione fra dominio e libertà. Più si domina, più si è liberi, ci ha insegnato l’illuminismo. Ma oggi il nostro compito è proprio quello di rimettere in discussione questa lezione. Il dominio totale dell’uomo sulla sua procreazione è evidentemente una minaccia per la libertà, perché l’uomo è un individuo libero nella misura in cui non è fabbricato.

Una volta la nascita era considerata un dono, oggi rappresenta la conseguenza del diritto soggettivo alla maternità e alla paternità. Ma questo non è un impoverimento dell’esperienza umana? Se tutto si riduce a diritto, cioè a ciò che è dovuto, non c’è più posto per la gratuità ed il sentimento di gratitudine. E inoltre, chiedere alla società di garantire il diritto alla genitorialità non è imporle un peso troppo gravoso da portare?
Diciamo che fino a qualche tempo fa le coppie aspettavano bambini, oggi “fanno” bambini. Non resta più molto del sentimento dell’attesa: il figlio è “consegnato” ad una madre, a dei genitori che conoscono in anticipo tutte le sue caratteristiche. Si tratta di una mutazione antropologica di cui non abbiamo ancora misurato tutte le conseguenze. Ma non bisogna nemmeno reagire a questa mutazione con la sola nostalgia: in passato il rovescio dell’attesa, del senso del dono era l’alta mortalità infantile. Oggi i figli non muoiono da piccoli e le donne non muoiono di parto, almeno in Occidente, precisamente perché l’umanità occidentale e la sua scienza si sono liberate di ogni attitudine di passività. Questo va tenuto presente perché, a proposito di gratitudine, la gratitudine è il meno che dobbiamo alla medicina moderna: non possiamo essere ingrati verso chi ci permette di vivere. Perciò non possiamo ragionare nei termini di un’opposizione binaria e grossolana fra il passato ed il presente, la passività del tempo che fu e l’attivismo di oggi: bisogna essere più sfumati, bisogna porre precisamente la questione dei limiti. Nessuno vuole rinunciare ai progressi scientifici che hanno allontanato il rischio della morte. Ma resta da vedere se saremo capaci di padroneggiare il nostro dominio e di esercitare il controllo sui nostri stessi progressi.

Coloro a cui si obietta che la produzione medica della vita non è compatibile con la libertà, perché essere prodotti significa necessariamente non essere liberi, rispondono, come ha fatto il filosofo Emanuele Severino, che in ogni caso vivere è meglio che non vivere, anche se è la vita di un essere prodotto su misura.
è tutta questione dei valori che si scelgono: qual è il valore supremo, la libertà o la vita? Se è la vita, come si giustifica il diritto all’aborto? Perciò io credo che non soltanto noi entreremo in un’epoca di conflitti fra il diritto ed i diritti umani, ma che ci saranno “guerre civili” all’interno dei diritti umani: il diritto alla vita giustificherà presso gli uni la procreazione assistita in nome del diritto a dare la vita anche se si è sterili, presso gli altri il rifiuto dell’aborto. Dovremo scegliere la sottigliezza e la sfumatura contro la radicalità delle alternative: non tutto è diritto, e tutto quel che è “dato” deve poter restare tale. Che senso ha dire che la vita è un diritto per coloro che non hanno ancora vita? è un’assurdità: il passaggio dalla non vita alla vita non riguarda il diritto, riguarderà sempre la casualità degli incontri, delle possibilità. Riguarderà sempre la storia e non il diritto. Non abbiamo niente da guadagnarci nella sostituzione del dono col diritto, se non una paranoia giuridica.

Ecco, spieghiamo perché non ci si guadagna. Oggi l’uomo protesta contro ogni divieto in quanto ostacolo al suo desiderio di onnipotenza e di controllo totale della realtà. è possibile mostrargli una positività nel limite, nell’imprevisto, nell’imperfetto? Cosa si perde a voler dominare tutta la realtà? A rifiutare la nascita come avvenimento gratuito?
Si perdono molte cose, forse si perde il gusto stesso della vita, ma non è facile spiegarlo perché prima bisognerebbe mettere in discussione ciò che è al tempo stesso la grandezza e la fatalità dei moderni: il rigetto della morte come destino. La modernità è nata da una rivolta contro la morte. Penso ad un antico testo di Johannes van Saaz, Il villano di Boemia, scritto nel Quattrocento: si tratta di uno straordinario dialogo fra un contadino che ha perso sua moglie e la morte. Il contadino rifiuta di rassegnarsi a questa scomparsa. è pazzo di dolore, ed il suo dolore si esprime sotto forma di rivolta. è l’uomo in rivolta: questa morte non doveva accadere. La morte cerca di rispondergli con tutti gli argomenti metafisici che ha a disposizione, ma nessuno di essi risulta convincente, e alla fine Dio interviene. Fa le sue congratulazioni sia al “querelante” che al suo avversario, dicendo che si sono battuti bene, e conclude: «A te, morte, la vittoria, e a te, querelante, l’onore». Il moderno è precisamente un querelante. E opera una mutazione che ci ha portati molto lontano: prima allo Stato moderno, fondato sulla paura della morte violenta, poi alla lotta della medicina contro la morte prematura, ed oggi a questa battaglia contro la morte, contro i limiti della vita. è una battaglia che ha la sua grandezza e che allo stesso tempo è assai inquietante. Perché in suo nome il controllo totale della realtà è reso desiderabile e dunque possibile. Per condurre l’uomo moderno a comprendere cosa perde a voler dominare tutta la realtà bisognerebbe anzitutto tentare di riconciliarlo in qualche modo con la morte. Non ci sarà politica dei limiti se non ci sarà riconciliazione dell’uomo con la morte.

Fra le cose che l’uomo perde con questo atteggiamento di rifiuto della morte c’è anche la nascita come novità ontologica. Se la nascita è un diritto ed un prodotto, essa non sarà più l’avvenimento della novità ontologica, come diceva Hannah Arendt. Cosa diventerà, allora?
Nulla sarebbe peggio per l’uomo che vivere circondato solo di suoi prodotti. Gli animali sono già considerati dei prodotti: non si parla più di allevatori di mucche o di maiali, ma di produttori di bovini o di suini, e questo cambiamento di vocabolario fa paura, perché ci conduce in un universo senza alterità. Questa è la punizione che ci tocca: l’edificazione di un mondo senza l’Altro come conseguenza del fatto che ci rifiutiamo di guardare la morte in faccia. Ma per quel che riguarda la nascita, sì, Hannah Arendt aveva ragione di radicare la libertà nella condizione della natalità.
E aveva ragione benché questa ontologia sia paradossale: ogni filosofia della libertà pensa l’essere libero come creatore di se stesso, Dio è libero perché è “causa sui”. Ebbene, l’uomo è libero solo nella misura in cui non è causa di sé, solo nella misura in cui è dotato di una natura. Quando lo si priva di questa natura, quando questa natura diventa essa stessa una specie d’industria, quando sparisce la frontiera fra la natura che siamo e l’apparato corporeo, organico che ci diamo, è allora che la libertà è veramente in pericolo. Oggi abbiamo la capacità di rendere ciò che siamo per natura sempre più accessibile agli interventi bio-tecnologici. Ma facendo questo priviamo la libertà delle sue stesse basi. L’uomo ha bisogno, per essere veramente libero, che ci sia qualcosa nel mondo e qualcosa in lui stesso di cui non possa disporre completamente.
Ecco la lezione fondamentale di Hannah Arendt, ecco il significato di questo radicamento della libertà nella natalità di cui parla così spesso. Ed ecco tutta la difficoltà in cui ci troviamo, il grande paradosso della società contemporanea: distruggere la libertà a forza di dominio.

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