Educare il cuore

Di Justin Mc Leod
15 Gennaio 2004
«Quanto canto popolare potrebbe risorgere, se una educazione del cuore della gente diventasse orizzonte di azione dell’Onu...

«Quanto canto popolare potrebbe risorgere, se una educazione del cuore della gente diventasse orizzonte di azione dell’Onu, invece che schermaglia di morte – favorita da quelli che dovrebbero farla tacere – tra musulmani ed eredi degli antichi popoli, ebrei o latini che siano. E questa sarebbe la vera ricchezza della vita di un popolo! Se ci fosse un’educazione del popolo, tutti starebbero meglio». Le parole che don Luigi Giussani ha dettato per la copertina del Tg2 la sera dei funerali dei carabinieri uccisi a Nassiriya riaffiorano prepotentemente alla memoria in una sera al teatro Valdocco di Torino.
In platea 900 persone, quasi tutti studenti coi loro professori. E molti sono dovuti rimaner fuori. Un afflusso così massiccio in tempi di “disimpegno” non è un caso. È l’esito della passione di Renato Pistillo e dei suoi amici insegnanti di Diesse, che da anni vivono l’avventura dell’educazione come condivisione dei bisogni dei loro studenti (e in città sono ormai una presenza significativa: anche lo spettacolo precedente, tratto dalle lettere di Van Gogh al fratello, ha fatto il tutto esaurito; e il doposcuola dalle Suore dell’Assunzione è da tempo un punto di riferimento per molti).
Sul palco il Teatro dell’Arcobaleno, l’ultimo parto della fantasia di Angelica Calò. Sono un pugno di ragazzi del kibbutz di Sasa, estremo nord di Israele, e dei villaggi arabi dei dintorni. Sono ebrei, musulmani e cristiani. Mimano la violenza, il terrore, l’odio che costituiscono il loro pane quotidiano. Poi il dialogo, l’accoglienza, il desiderio di pace che sono nel cuore di ciascuno. La scoperta che il cuore, appunto, è uguale in tutti («in che lingua piange un bambino?» è uno dei ritornelli favoriti di Angelica). È fatto del medesimo desiderio di verità, di bellezza, di pace. Seppellito, a volte, sotto i detriti di una storia secolare di divisioni. Ma vivo. Per riportarlo alla luce occorre, appunto, un’educazione. Non c’è compito più urgente, oggi.

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