Il vizio capitale

Di Sergio Soave
22 Gennaio 2004
Italia, patria dei tarocchi: dalle finte reliquie di frate Cipolla sbeffeggiate da Boccaccio al crack della Banca Romana ai casi Tanzi - Parmalat e Bonolis - Striscia la notizia. Cosa è cambiato, cosa rimane uguale. Attenti alle chiavi di lettura “taroccate” dei “taroccamenti”

L’argomento che più appassiona l’opinione pubblica non solo italiana è oggi quello dei “taroccati”, si tratti dei bond emessi da Cirio e Parmalat, della genuinità dei partecipanti a trasmissioni di tv-verità (che sono sospettati invece di essere figuranti di piccole fiction), fino, all’estero, alle prove dell’esistenza di armi di sterminio in Irak, che secondo settori della stampa anglosassone sarebbero state costruite o almeno manipolate dai servizi e dai governi.

In principio fu Aristofane
Si tratta di temi, cui se ne potrebbero aggiungere molti altri, diversissimi tra loro, ma che hanno in comune un punto centrale, l’attendibilità dell’informazione, ufficiale, istituzionale o semiufficiale, come quella della Rai. Può sembrare che non ci sia niente di nuovo sotto il sole. In fondo, almeno dai tempi di Aristofane, un filone centrale della cultura occidentale è stato il disvelamento, più o meno satirico, delle menzogne e delle falsificazioni di cui si serve il potere, in ogni campo. A questa critica non si sono sottratti né i fanti né i santi: basta pensare a come il pur piissimo Giovanni Boccaccio irride alle reliquie miracolose ostentate da frate Cipolla.
Tuttavia, a ben guardare, si può notare una differenza di tono e di motivazione nell’attitudine odierna rispetto a quella tradizionale. Alla base degli scritti anche più corrosivi del passato c’era, più o meno esplicita, un’ideologia alternativa a quella messa alla berlina, sia pure nei casi più estremi un’ideologia nichilista o anarchica. Oggi, dopo il crollo delle ideologie del Novecento, lo scontro sembra contrapporre direttamente interessi e poteri, senza la sublimazione o la semplificazione concettuale del riferimento a punti di vista generali. Non è detto che questo sia un dato peggiorativo: in fondo le ideologie novecentesche hanno prodotto i più terribili crimini della storia e, almeno da questo punto di vista, non c’è ragione di nutrire nostalgie. Bisogna però, data la mutazione, interpretare anche la denuncia dei “taroccamenti” in modo diverso dal passato, quando era piuttosto evidente il movente ideologico da cui partivano, perché altrimenti si rischia di cadere vittime di un “taroccamento” opposto.

La lezione del caso “Banca Romana”
Per esempio, nella rissa tra Antonio Ricci e Paolo Bonolis si legge, all’apparenza, lo scontro tra emittente pubblica e commerciale, ma forse le cose non stanno così. Forse, al di là delle ipersensibilità personali fra ex collaboratori che si trovano concorrenti, c’è un sorta di rifiuto della pax televisiva stipulata di fatto tra le emittenti del duopolio, quindi non una obbedienza a ordini di scuderia ma il suo esatto opposto. Anche più difficile da interpretare appare la polemica sui bond taroccati. Qui sono in ballo le strutture e i poteri centrali della società e dell’economia, che dispongono direttamente, e questa è un’anomalia tutta italiana, di tutte le maggiori testate giornalistiche. Ciò significa che è possibile che lo scandalo Parmalat finisca come quello della Banca Romana, incautamente evocato da Giulio Tremonti. La similitudine sta nell’incredibile rozzezza dei mezzi impiegati per il “taroccamento”: l’emissione di carta moneta in serie duplice da parte di Bernardo Tanlongo, la confezione con lo scanner di attestati di depositi inesistenti in quel di Collecchio. Però bisognerebbe ricordare che, all’esito di quella vicenda (per la quale Tanlongo finì inopinatamente assolto), fu cacciato dal governo Giovanni Giolitti che aveva denunciato lo scandalo e vi si reinsediò Francesco Crispi, connivente con Tanlongo, che poi cadde non per le sue responsabilità nella torbida vicenda ma per la sconfitta di Adua.

Origini del “modello” Parmalat
è possibile, anche oggi, un percorso che ripercorra la stessa strada. Il punto centrale del problema è una politica bancaria condotta dal Governatore in nome della stabilità, che lo ha trasformato, secondo i suoi detrattori, da arbitro in giocatore, (come dimostrerebbe l’appoggio preferenziale a Capitalia e alla Popolare di Lodi). Questo tema, però, è pressoché assente dalle cronache dello scandalo, che invece spesso si muovono per vie traverse, concentrando, da destra e da sinistra, i fari del riflettore su più o meno rilevanti attenzioni di Calisto Tanzi verso uomini politici, con l’effetto di depistare la ricerca delle responsabilità di chi ha “protetto” per tanti anni un gruppo gravemente indiziato di truffa ai danni di risparmiatori. Ciò non significa che non esista un filone “politico” che potrebbe essere esplorato utilmente, ma esso, invece che di qualche passaggio aereo, dovrebbe ricostruire il percorso di una linea, a suo tempo “virtuosa”, di promozione dell’agroindustria per sfruttare le sovvenzioni europee, avviata da Giovanni Marcora, e poi, via via degenerata, e di cui Cirio e Parmalat sono le ultime (speriamo) conseguenze catastrofiche. Se invece ci si sofferma su piccolezze individuali, confondendo gli errori capitali del sistema finanziario con quelli, in questo caso veniali, di qualche esponente del Palazzo, si fornisce una chiave di lettura degli avvenimenti anch’essa piuttosto “taroccata”.

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