Il bene comune e il gioco al massacro
Pietro Ichino, Inerzia e coraggio Corriere della Sera, 14 gennaio.
«La fortuna di un popolo non sta principalmente nei beni di cui dispone, ma nella coesione delle sue parti, nella loro capacità di dividersi il lavoro e condividerne equamente i frutti; litigando, magari, ma nella consapevolezza che non c’è un futuro per nessuno se non insieme agli altri».
COMMENTO
I tranvieri scioperano per ottenere l’aumento dell’aumento; i Cobas del latte bloccano le strade; le mamme occupano le scuole portandosi dietro i figli, i giudici della Consulta bocciano il lodo Maccanico e Schifani coltivando nel paese l’inevitabile cronica incertezza prodotta da un premier sotto inchiesta perpetua. Con sempre maggiore facilità si scende in piazza e si bloccano i servizi essenziali per ottenere il riconoscimento di diritti acquisiti che non bastano mai. Tutti si aggrappano come cozze al primo scoglio lasciando gli altri alla deriva. Poi ci sono alcuni che stanno a casa puntando il dito sul disordine altrui pronti a trasformarsi in Cobas domani per i propri interessi. La vera questione è che, volenti o nolenti, tutti siamo legati, tutti siamo dipendenti gli uni dagli altri, tutti abbiamo esigenze, tutti abbiamo bisogni. Tutti possiamo sbagliare nel perseguirli, vale la pena allora di ripetere con Ichino: «La fortuna di un popolo non sta principalmente nei beni di cui dispone, ma nella coesione delle sue parti, nella loro capacità di dividersi il lavoro e condividerne equamente i frutti; litigando, magari, ma nella consapevolezza che non c’è un futuro per nessuno se non insieme agli altri». Aggiungiamo noi che la fortuna di un popolo è la coscienza chiara non dei propri beni, ma di quello che è il bene per sé e per tutti, perché non ci può essere un bene vero per sé che non sia per tutti e un bene vero per tutti che non sia anche per ciascuno. In parole povere, ciò significa che per realizzare ciò che è bene per sé, bisogna in qualche modo realizzare e rispettare anche il bene dell’altro, magari attraverso sacrificio e gratuità: come una madre che, dopo una dura giornata di lavoro, rinuncia al proprio sacrosanto diritto al riposo per cullare il bambino che piange. L’attaccamento e l’affetto che caratterizzano la vita familiare debbono costituire esempio anche per la società civile. L’alternativa a questo è il gioco al massacro che sta sotto gli occhi di tutti e che sembra destinato a continuare.
In breve dalla stampa
dal 12 al 19 gennaio 2004
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