Sindrome Tanzi
La discussione che si è aperta attorno al caso Parmalat (preceduto da quello Cirio e seguito da quello Finmatica), seppure avviene in condizioni drammatiche, può essere utile se servirà a concentrare l’attenzione su alcuni caratteri del capitalismo italiano, per salvaguardarne le peculiarità ma espellerne per quanto possibile i fattori “cancerogeni”. L’economia italiana, nonostante le emergenze che oggi sono all’attenzione di tutti, non è particolarmente malsana. I casi di default, per esempio, sono stati assai più numerosi in Gran Bretagna, mentre il livello della disoccupazione è più preoccupante in Germania.
Quella che invece appare fortemente compromessa è l’efficacia del sistema dei controlli sulle società per azioni, dalla quale dipende in larga misura la fluidità del ricorso al capitale esterno, cioè al risparmio. Per il suo rilievo politico, la questione che più sembra interessare è quella dei controlli esterni e istituzionali, quelli cioè affidati a varie autorità pubbliche, dalla Consob alla Banca d’Italia. Meno considerato, invece, è il fronte dei controlli “di mercato”, da quelli aziendali interni, costituiti dai collegi sindacali delle stesse società, a quelli aziendali esterni, esercitati da società che certificano i bilanci o da quelle, in sostanza solo tre a livello mondiale, che giudicano l’affidabilità del debito, emettendo i loro rating.
Nei casi oggi sotto esame questi sistemi, con rare ma significative eccezioni, non hanno funzionato. Naturalmente quando si dice così, bisogna intendersi. I collegi sindacali esaminano documenti forniti dall’amministrazione dell’azienda, non è loro compito verificarne l’autenticità, e ora si sa che in vari casi quei documenti erano dei puri e semplici falsi. Non è vero però neppure che contro tali pratiche sofisticate non ci sia difesa. Quando si emettono in continuazione obbligazioni per importi colossali e non si fa mai uso di una liquidità altrettanto ingente che si sostiene di detenere, è ragionevole chiedersi perché si ricorra a un costoso indebitamento quando non è indispensabile. I sindaci non se lo sono chiesto, o almeno non risulta lo abbiano chiesto formalmente alle società di cui hanno controfirmato i bilanci. Ma chi sono questi sindaci? Al di là della loro rispettabilità personale, su cui non è lecito alcun dubbio, si può notare che spesso sono autorevoli professori che esercitano il sindacato talora di decine – di uno si dice che arrivi a 50 – società quotate in Borsa. Il che significa che questo signore deve esaminare un bilancio alla settimana, ferie comprese. Siccome questa per loro, che sono affermati professionisti, è solo un’attività secondaria, è naturale che si fermino agli aspetti formali della contabilità che è loro sottoposta. E gli aspetti formali sono quelli di cui più si preoccupa chi imbroglia nella sostanza, così come i certificati antimafia dei prestanome dell’onorata società sono sempre perfettamente in regola.
Il problema vero, però, sta più in profondità, e riguarda il carattere dell’azionariato. Il consiglio di amministrazione e, a maggior ragione, quello sindacale, devono tutelare gli interessi degli azionisti, dalla cui assemblea sono nominati. Le grandi imprese italiane sono quasi tutte amministrate da un gruppo di controllo, spesso a base familiare, che in realtà dispone solo di una frazione minoritaria del capitale (anche qui ci sono eccezioni, soprattutto nel Nord-est). Il resto è “azionariato diffuso”, che non conta nulla perché non è amministrato in gran parte, come avviene in altri paesi, da investitori istituzionali, cioè da fondi di investimento, fondi pensione e simili. Questo fa della massa degli investitori e dei risparmiatori, che acquistano azioni soprattutto attraverso gli istituti di credito, una specie di “parco buoi” su cui si scaricano disinvoltamente le perdite. Che le cose andrebbero diversamente se i fondi avessero un maggior peso si può arguire dal fatto che i fondi esistenti non hanno subito alcun contraccolpo dai default Cirio e Parmalat perché di quei bond, con o senza rating, si erano fidati pochissimo.
L’intermediazione dei fondi, infatti, è meno esposta di quella delle banche, che sono anche creditrici delle società, al meccanismo perverso di continuare a finanziare un cattivo affare per non perdere gli investimenti o i prestiti pregressi. Sta soprattutto in questo carattere disorganizzato e anarchico dell’azionariato la fonte della debolezza dei controlli, che traggono forza dal fatto di rappresentare interessi, quelli appunto dell’azionariato, in un rapporto dialettico con l’impresa.
Lo stesso vale per l’altro meccanismo di controllo di mercato che non ha funzionato: la certificazione dei bilanci. In Italia la certificazione costa poco, in relazione a quel che accade per esempio in America. Ma le società di certificazione sono quasi sempre anche aziende che forniscono consulenza aziendale in vari campi, a cominciare da quello fiscale. Così quello che non guadagnano con le certificazioni lo recuperano con le parcelle per servizi, spessissimo erogati alla stessa azienda di cui si “verifica” il bilancio, che quindi diventa un cliente alla cui solvibilità chi dovrebbe garantirla al pubblico è direttamente interessato.
Così lo stesso meccanismo che agisce per le banche, il cui interesse finisce col coincidere quasi con quello dei gruppi dirigenti aziendali nel perseguire la propria stabilità, finisce per intervenire anche nei rapporti con i centri di certificazione. Nessuno, fino a prova contraria, ha agito in malafede. Ma nessuno aveva come interesse centrale quello della tutela di azionisti e obbligazionisti. Ora si sente dire che in fondo questi erano avidi di guadagni facili, quasi a dire che si sono meritati i guai in cui sono incappati. Come se l’investimento dei risparmi dovesse essere un’attività di beneficenza (per la quale, in ogni caso, ci sono beneficiari più bisognosi del dottor Tanzi).
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