Il cuore e l’ostacolo

Di Ettore Vitali*
29 Gennaio 2004
Il desiderio infinito di guarire, lo scontro col limite supremo, il dramma della scelta nei trapianti. Un grande cardiochirurgo racconta tormenti e soddisfazioni di un medico e della sua équipe. Perchè la sanità non è soltanto rivendicazioni giuste e meno giuste

Fare il chirurgo significa parlare di vita e di morte quotidianamente, qualcosa che la gente comune normalmente non fa. Io invece tutti i giorni devo andare da qualcuno dei miei pazienti a discutere di questo: della voglia di vivere e del rischio di morire. Se io vi mostro un’immagine con un cuore espiantato collegato ad un cuore artificiale di tipo centrifuga, quell’immagine può significare sia vita che morte: potrebbe esser un’immagine presa al tavolo autoptico, dopo il decesso del paziente; oppure può essere l’immagine che segnala un avvenuto trapianto ed il suo successo.
Noi cardiochirurghi tocchiamo con mano quotidianamente il limite costituito dalla morte, quel limite a cui non possiamo sfuggire, mentre viviamo in una società che delira di vivere la vita individuale fino a 500 anni, come ho letto qualche tempo fa sul Corriere della Sera. Il mio lavoro non è fatto di deliri di sopravvivenza fino a 500 anni, ma di tentativi di guarire la gente, di restituire loro la miglior qualità di vita possibile, di interventi con un tasso di mortalità (trapianti esclusi) che oscilla fra l’1 e il 5 per cento. Il mio lavoro è la guarigione, ma anche saper accompagnare certi pazienti in quello che può essere un percorso che conduce necessariamente a quel limite che è la morte. Aggiungo che spesso i pazienti, le famiglie, perfino i colleghi ti propongono dei casi che andrebbero trattati con la vicinanza e l’amore della famiglia piuttosto che con il bisturi.
Al lato opposto ci sono i pazienti “redivivi”, quelli che comprendo che in base alle leggi della biologia dovevano essere morti, ma grazie al progresso tecnico e all’abilità di coloro che li hanno curati si ritrovano vivi. Allora da parte di tutti – chirurgo, paziente, famiglia sua – c’è la consapevolezza di aver vissuto qualcosa di eccezionale e questo porta, conformemente alla sensibilità di ciascuno, a meditare sulla propria vita e su quello che è accaduto. Si prende coscienza che l’infinito desiderio di vita dell’uomo si scontra con il limite, l’infinito desiderio di guarire che ha ogni chirurgo si scontra col limite.
Il chirurgo non è un solista: non è come un campione di tennis, è come un calciatore o un cestista di una squadra che deve essere ben allenata per arrivare al risultato finale. Perché le prove sono molto dure. Per certe tipologie di intervento, io so che statisticamente un paziente su quattro è destinato a morire. Ma può accadere che i decessi avvengano in tre interventi a fila, e allora ritrovare le motivazioni non è facile. Oppure pensiamo alla problematica della locazione degli organi per i trapianti, dove siamo chiamati a decidere a chi dare una possibilità e a chi negarla. Io so sin dall’inizio che non avrò a disposizione più di 50-55 cuori all’anno, a fronte di una lista d’attesa che è tre volte tanto. Devo decidere in base alla mia coscienza, professionalità e sapere condiviso coi colleghi. Ogni volta mi domando: «Ne sto salvando uno o ne sto ammazzando due?». Perché se non combino correttamente donatore e ricevente rischio di danneggiare non solo colui che vado a trapiantare, ma anche chi avrebbe potuto più utilmente ricevere quel cuore che ho “sprecato”. Il modo giusto per affrontare questa situazione è, io credo, quello di essere una squadra che lavora insieme, un “paesello” di gente che vive e lavora insieme da anni, si stima e ha una tradizione. Io credo che se sono arrivato a questo livello di maturità è perché siamo cresciuti assieme, è per la cultura comune che abbiamo. Il “De Gasperis” è un luogo di gente che dice “noi” davanti al compito di servire la salute. Anche se a volte, davanti ad un fallimento, mi chiedo ancora se il problema sono io, se la responsabilità non sia del capitano della squadra piuttosto che della squadra nel suo insieme.
La maturazione intervenuta mi porta a dire che ad un certo punto l’infinito desiderio (di vita, di guarire, ecc.) deve lasciare il passo al desiderio di infinito, che è una cosa diversa, è la ricerca del Mistero. Certo, la fede è un dono, così come lo è la vita, e io non sono sicuro di avere ricevuto entrambi questi doni. Mi consolo con una frase di don Luigi Giussani che ho letto nel libro L’autocoscienza del cosmo: «Sì, Cristo ha risposto alla domanda umana, perciò hanno un destino comune chi accetta la fede e la vive, e chi, non avendo la fede, si annega dentro la domanda, si dispera dentro la domanda, soffre la domanda». Io spero nel destino comune.

* Direttore Dipartimento cardio-toraco-vascolare “De Gasperis”, ospedale Niguarda di Milano

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