Connection Europa

Di Rodolfo Casadei
03 Febbraio 2005
Terreno di reclutamento degli aspiranti martiri. Centrale logistica per operazioni in tutto il mondo ma anche potenziale bersaglio. E sul versante orientale supermercato di armi di distruzione di massa. È l’Europa dei terroristi islamici

Una rete di consolidate cellule terroriste in Europa occidentale che spediscono uomini bomba in Irak e altrove ed un misterioso network in formazione nell’Europa dell’Est, dedito ad attività ancora più pericolose. È questo l’inquietante panorama della minaccia islamista sul continente europeo che emerge dalle indagini giudiziarie in corso nei vari paesi, in particolare da quelle italiane. Se diamo retta a quel che dicono Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo nella loro inchiesta a quattro mani su Repubblica (24-27 gennaio), in Italia le indagini sui terroristi di ispirazione islamica le conduce probabilmente il commissario Clouseau: cinture per pantaloni e comuni piante stradali scambiate per micidiali cinture esplosive e cartine degli obiettivi terroristici, innocenti colloqui scambiati per messaggi in codice, traduzioni sbagliate di intercettazioni telefoniche o ambientali, prove taroccate che portano inevitabilmente al proscioglimento degli imputati. Se invece diamo retta al certosino lavoro degli inquirenti, soprattutto di quelli milanesi, e ai riscontri (che il 2 febbraio hanno ottenuto la condanna di 5 estremisti arrestati nel 2001 a pene fra i 4 e gli 8 anni di reclusione), è proprio grazie all’Italia che sono stati incastrate alcune delle tessere più importanti del mosaico dei network terroristi islamici in Europa. Due in particolare sono i pezzi pregiati procurati dalle inchieste italiane: l’arresto ad Amburgo, il 29 novembre u.s., di Abderrazak Mahdjoub detto “lo sceicco” e le intercettazioni presso la moschea milanese di via Quaranta del giugno 2002. Vediamo perché.

Zarkawi, l’uomo di tutti gli orrori
Nel corso del 2003 Abderrazak, che ad Amburgo frequentava la stessa moschea di Mohamed Atta e degli altri attentatori dell’11 settembre, era stato più volte fermato ed interrogato dalle autorità di vari paesi, dopo aver tentato di entrare in Irak attraverso la Siria e in connessione con la preparazione di attentati in Spagna. Ma a bloccarlo definitivamente è stata la richiesta di arresto ed estradizione che la Procura di Milano ha inoltrato alle autorità tedesche. Questo algerino di 30 anni è accusato di fare da cerniera fra le cellule tedesche e quelle italiane di Al Qaeda, al fine di reclutare nei due paesi ed inviare in Irak -attraverso la Siria e la Turchia – combattenti islamici e aspiranti terroristi suicidi. Almeno cinque reclute “italiane” di Abderrazak sono morte in attentati suicidi in Irak, fra esse anche uno degli autori dell’assalto con razzi all’hotel Rashid che ospitava il viceministro della Difesa Usa, Paul Wolfowitz. I complici “italiani” di Abderrazak sono stati arrestati parte il 1° aprile scorso (fra loro il somalo Maxamed Cabdullah Ciise, tesoriere del gruppo responsabile degli attentati di Mombasa del novembre 2002), parte il 27 novembre. Ma due mandati di cattura sono rimasti inevasi, e uno di essi riguarda un pesce grosso: Muhammad Majid, meglio noto come il “mullah Fuad”, un religioso iracheno curdo di stanza in Siria, dove accoglie e prepara all’infiltrazione in Irak gli uomini bomba provenienti dall’Europa. Fuad è il più importante luogotenente di Abu Mussab Zarkawi, la stella nascente del terrorismo islamico. In parte Zarkawi deve la sua fama al fatto di essere stato evocato da Colin Powell nel corso del suo intervento al Consiglio di sicurezza dell’Onu nel febbraio 2003 per dimostrare la connection fra il regime di Saddam Hussein ed Al Qaeda: notizie di intelligence rivelavano che all’inizio del 2002 era stato operato a Baghdad e amputato ad una gamba a causa delle ferite riportate in Afghanistan. Sulla sua testa gli americani hanno posto una taglia da 5 milioni di dollari per l’assassinio di Lawrence Foley, un loro diplomatico trucidato ad Amman nell’ottobre 2002. Ma i suoi “meriti” vanno molto oltre: oggi Zarkawi, un palestinese giordano che ha partecipato alla lotta dei mujaheddin afghani al tempo dell’invasione sovietica, è considerato dalle Procure di mezza Europa come la mente organizzativa dietro la “tratta” dei combattenti islamici a destinazione Irak (dalla vigilia dell’intervento Usa a tutt’oggi) ed è indiziato di aver fornito il supporto della sua organizzazione (che attualmente si chiama Al Tawhid, affiliata di Al Qaeda) agli attentati di Djerba (aprile 2002), di Casablanca (maggio 2003) e di Istanbul (novembre 2003). Secondo la Cia, l’interrogatorio di Hassan Ghul, l’inviato pakistano di Al Qaeda in Irak catturato dagli americani all’inizio di gennaio, ha condotto alla scoperta che gli uomini di Zarkawi stanno dietro agli attentati suicidi contro le sedi Onu e della Croce Rossa a Baghdad, la moschea di Najaf e il comando italiano a Nassiriya. E infine sua è la regia dei vari tentativi di compiere attentati con armi chimiche e biologiche in Europa: i terroristi maghrebini arrestati fra il dicembre 2002 ed il gennaio 2003 a Parigi e Londra in connessione con la scoperta di modeste quantità di ricina sarebbero stati formati all’uso di questo potente veleno (che può essere anche diffuso per aerosol) negli appositi campi di addestramento organizzati da Zarkawi prima in Afghanistan, poi nella regione del Kurdistan iracheno controllata dai terroristi di Al Ansar e nella gola del Pankisi al confine fra Georgia e Cecenia, costellata di santuari dei guerriglieri ceceni. Zarkawi si muove continuamente fra Siria, Irak ed Iran, ed in quest’ultimo paese incontra Saif al Adel, il numero tre di Al Qaeda successore di Mohammed Atef, morto sotto i bombardamenti americani dell’Afghanistan. Le autorità iraniane affermano di aver arrestato Adel nel maggio 2003, ma non ci crede proprio nessuno. Non ci sarebbe da meravigliarsi se i recenti allarmi circa tentativi dei terroristi di infiltrare per via aerea armi chimiche e biologiche negli Usa, che hanno portato all’annullamento di vari voli in partenza dalla Francia e dal Regno Unito per gli Stati Uniti, rivelassero l’azione di cellule legate all’esponente giordano-palestinese.

Che fine han fatto i razzi a testata radioattiva?
I rapporti fra i personaggi di cui sopra e le cellule italiane, sia attraverso Abderrazak Madhjoub che attraverso altri personaggi, sono accertati. Telefonate fra il mullah Fuad e alcuni arrestati di Milano sono state intercettate (in una di esse il luogotenente di Zarkawi chiede che gli vangano inviati al più presto «quelli che erano in Giappone», allusione a uomini disposti ad agire come i kamikaze). Gli inquirenti ritengono che un telefono satellitare utilizzato per chiamare membri della cellula milanese dalla regione irakena controllata da Al Ansar era stato usato in passato da Zarkawi in persona.
Ma mentre le indagini ed i controlli fervono nell’intera Europa occidentale, una strana quiete sembra regnare in tutta l’Europa orientale, benché più volte in passato siano state segnalate presenza, attività e progetti di attentati islamisti in Albania, Kosovo, Macedonia e Bosnia. A rendere più inquietante questo silenzio sono i contenuti di un’intercettazione ambientale, vecchia ormai di venti mesi, presso la moschea di via Quaranta a Milano. In essa si parla con entusiasmo della diffusione delle cellule terroriste islamiche nell’Est europeo. «Adesso l’Europa è controllata via aerea e via terra», dice un personaggio, «ma in Polonia, in Bulgaria e in paesi che non fanno parte della Comunità europea è tutto facile… Io la sostanza la prendo di là e la piazzo di qua, e di là sono i paesi meno controllati, non ci sono troppi occhi, ma il paese da dove parte di tutto è l’Austria, è il paese più comodo: se sei ricercato hai due possibilità. O ti nascondi lì o in montagna». Nella sua inchiesta sul terrorismo islamico dell’11 gennaio scorso il settimanale britannico The Observer scrive che «cellule terroriste islamiche stanno diffondendosi ad est in Polonia, Bulgaria, Romania e Repubblica Ceca per la prima volta», e che «gruppi tedeschi, che spesso hanno ramificati collegamenti internazionali, stanno sviluppando contatti con organizzazioni mafiose balcaniche per acquistare armi». A quest’ultimo riguardo le notizie più allarmanti arrivano dal Transdniestr, la regione secessionista della Moldovia su cui il governo nazionale non ha da tempo più alcun controllo. Secondo un’informazione diffusa nel dicembre scorso da Oazu Nantoi, un ex ministro locale ora analista dell’Istituto indipendente di studi politici di Chisinau, 38 testate missilistiche caricate con materiale radioattivo dell’epoca sovietica, di cui 24 montate su razzi Alazan, sarebbero scomparse senza lasciar tracce dal silos numero 13 dell’aeroporto militare di Tiraspol, la capitale ufficiosa del Transdniestr. Per un certo periodo le 14 testate smontate dagli Azalan (piccoli razzi lunghi un metro) sarebbero state sistemate in una miniera non sorvegliata presso il villaggio di Bicioc – Dubossari Judet. Esperti dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e dei servizi di sicurezza di molti paesi sono convinti che le testate smontate e forse anche quelle altre siano finite nelle mani di terroristi islamici. La regione del Transdniestr è considerata dagli esperti una zona franca per traffici di armi di ogni tipo, ed è stata percorsa più volte negli ultimi anni, secondo informazioni di intelligence, da emissari di alto livello di Al Qaeda, Hamas, guerriglia cecena e Iran. Dopo le ultime rivelazioni gli sforzi per una soluzione negoziata del conflitto nella regione secessionista (controllata da esponenti della maggioranza etnica russa) si sono moltiplicati. Colin Powell e la Ue hanno cercato di riattivare il dialogo fra i governi russo e moldavo e i secessionisti. Ma per i razzi a testata radioattiva potrebbe essere davvero troppo tardi: che Al Qaeda disponga delle atomiche “sporche” che ha lungamente inseguito è più che un timore.

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