Rutelli sugli scudi, Fassino nel guado. E Prodi che fa? L’oracolo
Incontrandosi una settimana fa a Bruxelles con Romano Prodi i capi dei partiti del triciclo hanno deciso di tirare dritto, senza più correre dietro a girotondini e giustizialisti. In compenso, hanno continuato a litigare su quasi tutto il resto, fra loro, soprattutto sulla questione dei “niet” della Cgil che Francesco Rutelli non vuole rispettare, e con gli altri soci del centrosinistra su quasi tutto il resto. Se poi nella riunione a casa Prodi si sia o no accennato alle conseguenze politiche del crollo dell’impero Parmalat non è dato sapere, ma è un fatto che, da allora, la linea in difesa del governatore di Bankitalia si è fatta assai più flessibile.
Resta però difficile da decifrare il catalogo delle “forze motrici” cui il piccolo Ulivo affida le sue possibilità di successo. Il triangolo poteri forti (soprattutto banche e grandi imprese), Cgil, magistratura, che può stare insieme a fatica in una logica di opposizione, si squaglia di fronte a una prospettiva di governo. Rutelli lo ha intuito prima degli altri e, ponendo il veto alla riconciliazione con Antonio Di Pietro, smarcandosi dalla Cgil sulle pensioni e abbandonando Antonio Fazio al suo destino, ha posto il problema di un nuovo sistema di alleanze, che recuperi la centralità dei ceti medi produttivi, da sempre ago della bilancia elettorale e baricentro politico della società italiana. La sua sfida ha però due forti limitazioni: in alto quella di Prodi, in basso quella delle correnti della Margherita, ex popolari e prodiani, che, nell’insieme, puntano a imbozzolarlo.
Quelli che però soffrono di più le conseguenze del cambio di referenti sono i Ds. Piero Fassino, fin dal congresso di Pesaro, aveva puntato a emanciparsi, ma senza rotture traumatiche, dalla subalternità da magistratura militante, con contorno di girotondini, e insubordinazione sociale guidata dalla Cgil. In quel congresso Sergio Cofferati lo aveva accusato di avere la Uil come sindacato di riferimento, ma alla fine, accettando la candidatura bolognese è dovuto rientrare nei ranghi. Le relazioni del leader Ds con i poteri forti, invece, si sono attenuate per la crisi Fiat e il cambio di presidenza della grande impresa torinese, seguita alla scomparsa di Gianni Agnelli. Fallito il tentativo di neutralizzare Di Pietro, costretto a una difesa di principio della Cgil, in difficoltà nel maneggiare il materiale esplosivo del caso Parmalat, Fassino si trova a metà del guado, in una traversata verso il riformismo sempre annunciata ma che se non si traduce nell’identificazione di nuovi referenti rischia di restare una petizione di principio. In queste condizioni, paradossalmente, si riapre la contesa per il primato tra Ds e Margherita, proprio mentre si presentano unite all’elettorato nelle votazioni europee.
L’arma principale per disinnescare la mina Rutelli, Fassino la trova in Prodi, che non vuole concorrenti veri in casa sua. Ma è un’arma a doppio taglio. Prodi per ora benedice dall’alto ed emana sentenze sibilline come un oracolo, che suonano più o meno “armiamoci e partite”. Nel suo ruolo attuale è inattaccabile, ma quando, dopo le Europee, tornerà direttamente alla politica italiana, potrà attaccare, ma potrà anche essere attaccato.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!