CAMERA CAFE’
Abbiamo sempre parlato molto del potere (anche distruttivo) della Tv. Molto meno si parla di una questione umana che viene prima, e cioè che quando accendiamo la Tv tutti noi, in fondo, aspettiamo che succeda qualcosa.
Il potere della Tv è il potere dell’evento.
Ci penso guardando con i miei figli adolescenti un programma che amano molto (piace anche a me): Camera café, un format importato dalla Francia. Una sit-com dove l’occhio dello spettatore coincide con la macchinetta del caffè in un ufficio. Protagonisti dell’edizione italiana i plurigettonati Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu.
Non è che succeda molto a Camera café. Però una cosa succede. Sono gli sguardi e, soprattutto, i sorrisi degli attori. La situazione (la macchinetta del caffè, ossia un luogo nel posto di lavoro dove però non si lavora) facilita il telespettatore nell’individuazione del punto. Che è questo. Quegli sguardi e quei sorrisi sono quasi sempre un po’ colpevoli. Tutti stanno sempre tramando qualcosa che poi metteranno in atto, e se ne vergognano, però lo faranno lo stesso. Così noi ridiamo ma al tempo stesso avvertiamo che in tutta quella marea di follie inverosimili c’è qualcosa di tenacemente reale. Timidi e crudeli, impauriti e cinici: così sono quei volti. Sono i volti di chi sente di non essere nessuno, di non contare nulla, di non avere (quasi) nemmeno il diritto a esistere, e che la sopravvivenza è il frutto dell’espediente. C’è l’impronta di una servitù radicata. E la figura del servo appartiene da sempre al teatro comico. Con la novità che, qui, sono tutti servi. Qui i padroni sono già nel regno dell’Invisibile.
Siamo messi bene.
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