Destinazione vita
Dall’acciaio alle neuroscienze il passo è tutt’altro che immediato. Luigi Agarini, imprenditore nel campo dell’acciaio, ha deciso di compiere questo passo. Come? Dando vita nel 1998 alla Fondazione Agarini, ente che ha individuato nel campo delle neuroscienze il suo principale spazio operativo. La Fondazione oltre all’attività di ricerca e formazione, contribuisce anche all’assistenza e alla cura delle persone che soffrono di malattie neurologiche. Ma perché dare vita ad una Fondazione di questo tipo? «La Fondazione – ci spiega Luigi Agarini – nasce dall’interesse che la mia famiglia ha per questo argomento. Un interesse legato ad alcune vicende personali».
Oggi la Fondazione si appresta a dar vita ad un progetto ambizioso la realizzazione di un laboratorio di ricerca sulle cellule staminali. Si tratta di una sfida molto interessante che Luigi Agarini è intenzionato a portare a compimento. Ne abbiamo parlato con il professor Angelo Vescovi, uno dei maggiori esperti mondiali in questa materia, e promotore del progetto.
Staminali: un progetto ambizioso
Lo incontriamo a Terni, sede principale delle attività assistenziali della Fondazione, in un appartamento che si affaccia sul cantiere edile che, entro la fine dell’anno, consegnerà la nuova struttura. «Ho conosciuto il dott. Agarini – ci racconta Vescovi – nel 2000. Lui era molto interessato alla ricerca sulle cellule staminali e mi chiese se avevo un progetto che potesse essere sviluppato dalla Fondazione. Io, a quei tempi, ero appena tornato dal Canada, dove avevo partecipato alla scoperta delle cellule staminali cerebrali umane, e avevo un progetto strategico che mi era stato chiesto da una nota fondazione italiana. All’ultimo momento, però, mi dissero che il progetto era bello ma troppo ambizioso e me lo finanziarono solo per il 20%. Mi trovai quindi con un progetto molto corposo che era impensabile sviluppare con fondi e spazi limitati. Il dottor Agarini mi chiese se ero disposto a fare sviluppare il progetto alla Fondazione e dopo un’attenta valutazione, e grazie all’aiuto dei professori Bruno Dalla Piccola, Cesare Giorni e Daniele Rigamonti, si partì con la costruzione del laboratorio. In realtà l’idea iniziale era quelle di dar vita ad una struttura di 800 mq ma, come vedi, si è arrivati a quasi 5000».
Il laboratorio è costituito da due palazzine di 3 piani che in origine erano delle case popolari del Comune. «Vedi – ci dice Vescovi – al posto del laboratorio prima c’erano due case popolari cadenti. La parte iniziale della ristrutturazione è stata sviluppata dall’Istituto Autonomo case popolari di Terni che poi lo ha destinato all’istituto. La struttura è molto particolare perché in una delle due palazzine è stata costruita una parte soprelevata: è la struttura Bl3, un’area dove le cellule staminali cerebrali umane possono essere prodotte in condizioni di assoluto controllo e quindi, sono già, pronte per l’utilizzo nel paziente. In questa parte, oltre alla produzione di cellule, verrà aperta anche una compagnia di biotecnologie. Al primo piano, invece, ci sarà la parte dell’istituto che produce cellule per la ricerca e i laboratori di ricerca connessi. Nel seminterrato, poi, si faranno i trapianti veri e propri su modelli di malattie neurologiche. La cosa veramente importante è che l’istituto nasce per studiare cellule umane e quindi qualunque effetto positivo venga dagli animali è già direttamente trasferibile all’uomo. Siamo l’ultimo passo prima di arrivare in clinica».
Insomma una struttura innovativa tra le prime al mondo nel campo della ricerca sulle cellule cerebrali staminali. «Secondo me – continua Vescovi – è l’unica al mondo. Gli altri due laboratori che dicono di trattare questo tipo di cellule sono decisamente indietro. Comunque se non siamo gli unici, siamo pur sempre tra i primi tre. E dal punto di vista della tecnica siamo sicuramente i primi perché siamo noi che l’abbiamo scoperta e la miglioriamo continuamente. Il concetto che vogliamo sviluppare è lo studio delle cellule staminali cerebrali mirato a mettere a punto dei protocolli comuni a tutte le malattie neurologiche. Per curare questo tipo di patologie, infatti, c’è bisogno di trapiantare delle cellule e queste cellule o sono umane, o non si possono trapiantare. Noi studiamo tutti gli aspetti che portano a produrre cellule umane trapiantabili che essendo cerebrali sono in realtà impiegabili, in linea di principio, per tutte le patologie e non solo per quelle più importanti. Noi non siamo focalizzati su singole malattie ma vogliamo mettere a punto un tecnica comune per la cura di tutte le patologie».
Il coraggio di fare ricerca in Italia
Siamo quindi di fronte a un vero e proprio “gioiellino” anche se i problemi sembrano non mancare. L’istituto, infatti, essendo privato, non può ancora usufruire dei fondi pubblici ed è quindi costretto ad autofinanziarsi. «Credo – commenta Vescovi – che sarà veramente dura perché, come privati, non possiamo utilizzare i fondi pubblici che, normalmente vengono destinati a costruire istituti fantasma che non verranno mai aperti. Per questo l’istituto verrà in gran parte finanziato dalla Fondazione Agarini, ma dovremo impegnarci per reperire fondi ulteriori».
«Contemporaneamente però – continua Vescovi -, proprio per la nostra natura privata, non siamo legati a quei vincoli e a quelle pastoie burocratiche che riguardano l’assunzione dei ricercatori e che sono tipiche delle strutture pubbliche. Oggi in Italia siamo al paradosso. Se vuoi assumere il migliore ricercatore che si occupa del trapianto delle cellule staminali cerebrali, infatti, devi fare un concorso e comincia un iter senza fine. Normalmente servono 8 mesi per bandire un concorso, ma se il ricercatore ti serve domani? Tralasciamo poi di commentare i metodi di valutazione che normalmente premiano chi ha più carriera e quindi, solitamente, chi è stato in Italia, rivestendo incarichi anche solo formali, sfavorendo coloro che hanno esperienza di livello internazionale. Con questo sistema, insomma, non arriverai mai ad assumere le persone di cui hai bisogno. Questo è uno dei motivi per cui molti dei nostri ricercatori più capaci sono bloccati all’estero. Perché, in fondo, i ricercatori bravi che rientrano in Italia, cosa chiedono? Chiedono di poter continuare ad essere bravi, ma questa possibilità in Italia è rarissima. In questo contesto, come vede, il dott. Agarini è un uomo di grandi vedute e in Italia, per fortuna, ci sono altri privati che hanno deciso di investire nella ricerca. é bello che ci siano dei filantropi, ma ce ne sono pochi e questa è la malattia del nostro paese. Un paese fatto di eccellenze, sparse qua e là a macchia di leopardo e nate dall’idea di singoli individui».
«Il nostro obiettivo è quello di utilizzare l’istituto come catalizzatore per il rientro dei ricercatori in Italia.
A regime il laboratorio si avvarrà di 150-200 persone, ma credo che, entro il primo anno di attività, dovremo arrivare intorno alle 70-75 persone. Non dimenticherei poi la dimensione mondiale del centro che, oltre ad avvalersi della collaborazione (da tempo avviata dalla Fondazione Agarini) con la John Hopkins University di Baltimora, potrà contare su un comitato scientifico internazionale, speriamo con un premio Nobel come presidente».
E l’etica?
Ma quando si parla di cellule staminali non si può evitare di cadere nel dibattito etico. Staminali sì o staminali no? E gli embrioni? Secondo il professor Vescovi si tratta di un dibattito artifattuale, “aria fritta”, anche perché, dietro il dibattito, si nascondono ben altri interessi.
«é chiaro che non esiste una risposta unidirezionale al problema. Innanzitutto, però, va detto che, quando parliamo di cellule staminali, per definizione ci riferiamo a cellule presenti nell’adulto o nel feto, non nell’embrione. Il lavoro della cellula staminale, infatti, è quello di accrescere o rigenerare i tessuti. Le cellule embrionali staminali – quelle della clonazione per capirsi – non riparano tessuti, ma costruiscono l’organismo. Inoltre, ad oggi, non esistono terapie con cellule embrionali, ma ce ne sono esclusivamente con cellule adulte. Questo perché la cellula staminale embrionale umana ha un enorme potenziale terapeutico, ma proprio per la sua elevata capacità di crescita, ha anche un potenziale tumorigenico altissimo. Ciò non significa che, in futuro, uno non si aspetti di arrivare ad utilizzare cellule embrionali ma oggi siamo nel campo delle ipotesi.
Attorno a queste ipotesi si è volutamente creata la polemica, ma si tratta di una polemica sterile perché non ha una base scientifica solida. Alcuni hanno anche sostenuto che il problema etico non sussiste perché qui ci sono milioni di vite da salvare. Ma se non esiste ancora una terapia perché si dovrebbe saltare il problema etico?
Quello che nessuno dice è che il primo utilizzo che si farà di queste cellule è lo screening farmacologico. Una linea cellulare di questo tipo vale alcuni milioni di dollari ma stranamente nessuno lo dice. Si preferisce parlare di ricerca, di vite da salvare; tutte cose verissime ma non nel breve periodo».
C’è poi chi si oppone perché sostiene che l’embrione è una vita. «Anch’io credo che l’embrione sia una vita – continua Vescovi – e quindi non capisco perché vada sacrificata. Si tratta di un problema culturale che interessa il valore della vita umana. Cattolico o non, la vita umana è il valore più alto che io riconosco e, purtroppo, per prelevare le cellule embrionali bisogna creare una vita per poi distruggerla. Questi sono i termini del dibattito. Io credo che occorra proseguire la ricerca e nel modo più eticamente corretto. Il problema è che ci sono interessi economici di cui nessuno parla. Questo è il prezzo che paghiamo per aver piegato la ricerca alle regole del mercato”.
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